Prima lettera ai Tessalonicesi

[…] infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!» allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.


Prima lettera ai Tessalonicesi 5,2

La Bibbia la leggi? Si, ogni tanto la leggo, le dico.

Soddisfatta della mia risposta sfoglia Viscerotica posata sul banco, commenta qualche verso, e si sofferma sul Manifesto Viscerotico sociale che apre la silloge.

Sì, mi fa, qui ci sono anche gli insegnamenti di Nostro Signore nelle tue parole, le conosco bene io, e inizia una filippica sul male delle religioni, su chi dovrebbe scomparire dalla faccia della terra, di come la sessualità femminile sia differente da quella maschile, di come Adamo sia vissuto nella perfezione per 1000 anni finché non decise si sfidare gli insegnamenti di Dio andando incontro alla morte, di come l’evoluzione sia una grande farsa, e conclude il tutto con una profezia.

Segnati questo riferimento della Bibbia, mi dice, Prima lettera ai Tessalonicesi capitolo 5° versetto 2°, e segnati queste due parole: pace e sicurezza, perché, quando l’ONU pronuncerà queste due parole nella stessa frase allora il mondo come noi lo conosciamo finirà, Gesù risorgerà (perché lui ci ha dimostrato che è possibile) e inizierà il Regno di Dio, se saremo vivi in quel momento vivremo in eterno mentre i morti risorgeranno e Gesù li giudicherà.

L’ora del Regno di Dio è vicina, continua, io lo so perché nel mondo c’è chi ha già aperto gli occhi, Gesù sta raccogliendo i suoi apostoli, e quando ne avrà al suo fianco 144.000 allora sarà il momento, i primi 12 sono stati solo i primi, e ora è il momento degli altri. I Signori della Guerra sono figli di Satana, è lui che ha pianificato questa guerra ma, ormai, il suo tempo è finito e i suoi figli moriranno finché Gesù non li farà risorgere per giudicarli quando il Regno di Dio inizierà.

Ricordati delle mie parole, mi fa prima di andarsene, quando sentirai pronunciare pace e sicurezza dal rappresentante dell’ONU nella stessa frase allora, solo allora, il mondo come tutti noi lo conosciamo finirà.


Quando la persona di questo breve racconto mi ha chiesto se leggo la Bibbia, la risposta nella mia testa è stata: sì, la leggo perché sono solito incontrare persone che mi lanciano profezie anche con riferimenti biblici. Un tempo ero solito lasciarli andare, senza dar troppo peso ai racconti, ora invece mi soffermo sulle parole, e cerco di ricostruirle perché è sempre interessante capire con che sguardo gli altri guardano questo mondo. Sì, la leggo, soprattutto per soffermarmi brevemente sui pensieri altrui.

P.S. una delle ultime profezie a cui sono andato incontro riguardava Mario Draghi (e la si può leggere cliccando qui sopra), la prossima chissà quale tematica affronterà.

parlo di lei

Parlo di lei in quanto lavora nello stabile in cui sono impiegato. Parlo di lei perché quel suo modo di “esprimersi” ha innescato una serie di domande che, nel tempo, hanno prodotto in me riflessioni e decisioni significative.

Osservare gli altri è un veicolo per indagare sé stessi, dicono, e lei, di cui non conosco nome né età, rappresenta un ottimo specchio su cui riflettere/riflettermi.

Due anni circa è lo spazio temporale di questa “conoscenza” virtuale. Due anni in cui, salvo rare eccezioni, non son o riuscito a cogliere il suo sguardo.

1) indossa sempre occhiali dalle lenti fumé

2) i suoi occhi sono incollati al telefonino

L’osservo scendere dall’automobile con lo smartphone incollato al palmo come fosse un prolungamento del suo corpo. La sua attenzione è tutta raccolta lì, su quella mano. Snobba la portiera quando la chiude, né presta attenzione alla strada mentre l’attraversa – per fortuna la via è cieca e transitano pochi veicoli. Percorre il tragitto digitando compulsivamente, e sale le scale, gradino dopo gradino, sempre con gli occhi puntati sul piccolo schermo.

A memoria, credo di averla guardata tre volte negli occhi in questi due anni: piccola concessione da parte dello smartphone.

Osservandola, ho indirizzato l’attenzione su me stesso. Quante volte, inconsciamente, ho allungato il braccio in cerca del telefono alla ricerca di conferme ?! Quanto tempo spreco alla ricerca dell’insignificante e quanto permetto a certe piattaforme di deformare la mia personalità?

Osservarla mi aiuta ad analizzarmi, e agire di conseguenza. Imparo a staccare la connessione dalla rete, e a fare una drastica pulizia del web inutile.

E grazie a lei capisco quanto possano essere tossiche certe relazioni, che si riferiscano a un compagno/a, a un rapporto lavorativo, o sostanze varie.

Lei mi mostra cosa sia l’alienazione e, per ricordare a me stesso quanto sia più elettrizzante la realtà, prima di entrare in atelier alzo lo sguardo sulle Dolomiti e fischio i cani al di là della strada che, felici o infastiditi di vedermi, abbaiano senza ritegno.

P.S. ho battezzato i miei vicini canidi “i 4 cavalieri dell’Apocalisse” perché, quando sfreccia un ciclista, si lanciano in una cavalcata fiera e imperiosa.

passo triste

passo triste

Mi sono accorto del suo passo triste perché è inverno. Fa freddo.

Quando esco a correre, verso le 5.30 del mattino, lei è una delle poche persone che incontro lungo il tragitto.

Testa bassa e sguardo pensieroso, attira la mia curiosità perché, oltre a trasmettere una sensazione mesta, il suo camminare è una sfida continua al tempo. Ogni movimento è lento, quasi irritante, e in quella lunga pausa tra un moto della gamba e l’altro, è come se riversasse tutta la pesantezza di vivere. Una pesantezza misurata in lunghi e innaturali secondi.

Spesso la vedo dirigersi alla fermata dell’autobus e, un’ora dopo, quando sto terminando la mia corsa, la noto ancora lì, stazionante alla fermata, in attesa di un mezzo che, proprio come lei, sembra non avere fretta nell’avanzare.

Mi sono accorto di lei, e di quel suo passo triste, perché le temperature mattutine (o per meglio dire notturne in quanto il sole è ancora un miraggio lontano) sono stabili sotto lo zero, e mi domando cosa la spinga a sfidare il gelo, in attesa immobile, per oltre un’ora.

Forse le afflizioni di cui soffre sono più pungenti del vento che spira dal Cadore, e quindi l’aria le è d’aiuto per scacciare la negatività. Oppure, come al sottoscritto, passato lo sconvolgimento del primo impatto col freddo, si ricarica si vitalità. Chissà. Magari è solo pura apparenza creata dalla mia mente che vede ciò che non è, e fantastica su drammi inesistenti. Sarà.

Stamattina, comunque, il termometro segnava -4°C, e del suo passo triste non c’era traccia lungo le strade.

Il concetto di rispetto

Sono settimane ormai, volente o meno, che assisto a scene e atteggiamenti che mi inducono a riflettere sul concetto di rispetto. A volte vorrei sottrarmi a tali viste ma, se apro o chiudo la finestra, o esco sul terrazzo, mi è impossibile non notarle. E poi, lo confesso, mi piace osservare le persone, soprattutto perché, anche se impossibilitato a causa della distanza dal sentirne i discorsi, leggo, tramite le posture del corpo e le espressioni facciali, le emozioni in gioco. Tipo stamane.

Lei, rannicchiata dentro l’abitacolo dell’auto e lui, in piedi, ma con il busto a invadere quell’abitacolo stesso come a serrarla in una gabbia, che cerca di spiegarle chissà quale cosa. E lei non parla, lo si vede benissimo, e tiene la testa di lato con mento alto e sguardo lontano anni luce dalla traiettoria di lui. Forse la storia è agli sgoccioli e i sorrisi scambiati fino a pochi giorni prima sono ormai relegati al passato remoto. Ed è proprio vedendo queste loro ultime posture rigide e distanti che ho iniziato a riflettere sul rispetto.

Lui, col modo violento di imporre la propria fisicità all’interno dell’abitacolo, ha capito di violare comunque un’intimità?

Lei, muta nella propria distanza, si è chiesta se, nel varcare certi confini si è poi in grado di procedere in un territorio sconosciuto?

In passato ho visto alcuni dei loro incontri. Ho sentito lei, nel silenzio mattutino, civettare al telefono o corrergli incontro solo per un breve saluto prima della routine lavorativa. Ho letto, nei loro appuntamenti nel piazzale davanti casa mia, sguardi e carezze innocenti ma carichi di passione. Li ho visti amarsi, in modo goffo e impacciato, ma pur sempre eloquente. E ho visto l’altra faccia della medaglia. Un figlio nel passeggino ad accompagnare la madre in alcuni di queste piccole finestre amorose. Ho visto il vecchio amore attendere seduto sul marciapiede l’arrivo di lei. Ho visto questo e altro in un alternarsi di mattine e pomeriggi del fine settimana in cui vite e amori si sono incrociati senza mai sfiorarsi, proprio come gli sguardi dentro quell’abitacolo stamane. E il rispetto, concetto capace di impossessarsi dei miei pensieri, mi ha suggerito di evitare congetture superficiali, abbandonando generalizzazioni facili e scontate per chi assiste dal di fuori. Mi ha spiegato che, se non nasce dal di dentro, il rispetto si tramuta in concetto effimero e spesso abusato.

Stamattina l’ho incrociato in zona stazione di Belluno

Stamattina l’ho incrociato in zona stazione di Belluno, e mi è parso un fatto strano. Solitamente lo incontro sempre nei pressi di ponte Sarajevo, o lungo la ciclabile che segue il corso del Piave. Addirittura una volta l’ho visto camminare in una rotonda infischiandosene dei camion e delle automobili, e di sera mi è capitato di vederlo zigzagare nella galleria vicino Lambioi ma mai, fino a stamane, in centro città.

Non lo conosco, e nemmeno so quale sia il suo nome. A colpirmi, oltre alla strana borsa di plastica rigida ormai consumata che tiene sotto al braccio, sono la camminata dalle lunghe falcate, e una giacca troppo grande in cui sembra che le maniche vogliano scappare da quel corpo così striminzito.

Ho notato quest’uomo perché lo incrocio almeno due volte alla settimana, sempre a piedi, con la medesima borsa, e quella giacca (per la precisione un piumino) sia con 10° sotto zero, sia con 30° all’ombra. Cammina in silenzio, e spesso sul volto mostra un sorriso triste, quasi spento. E mi incuriosisce. Non mi interessa conoscere il suo nome, e nemmeno la sua storia. Sarei curioso di vedere dove i suoi passi lo portino, e se cammini tutto il giorno per sfuggire ai demoni che lo inseguono perché, anche se certezze non ne ho, l’istinto mi dice che qualcosa lo tallona tanto da spingerlo a non fermarsi mai. Vive un’esistenza dentro un piumino e in lunghe falcate. Percorre ponti e marciapiedi di Belluno sorridendo triste. L’incrocio, lo noto, e in me vivo la dicotomia attrazione/repulsione per tutte le anime in pena.

La Linea – Osvaldo Cavandoli

E cerco di tenere la mente occupata mentre Viscerotica è in fase correzione di bozze. Le giornate si allungano sempre più, e la mia prossima silloge sta per venire alla luce.

QUI la mia prima raccolta di poesie: Di luce e di oscurità.

782 €

782 €, questo il valore di una vita. La valutazione non è mia, ma proviene dalle grida al di là dalla parete. Impossibile evitare la discussione urlata. Il muro non può nulla.

Tu mi devi 782 € dammeli o ti apro la testa in due. Io ti ho pagato guarda i bonifici. Ti abbiamo mandato più di una lettera proprio perché quei soldi non sono mai stati versati ma tu fai finta di non vedere e sentire sei una merda. Chiamo i carabinieri. No li chiamo io.

E poi inizia il balletto delle telefonate. Uno telefona alle forze dell’ordine chiarendo di essere sotto minaccia. L’altro chiama le forze dell’ordine chiedendo aiuto prima di commettere l’irreparabile. Venite a fermarmi o gli spacco la testa.

Alla fine vince il buon senso e il minacciante decide di presentarsi in caserma per sporgere denuncia contro chi, a suo dire, non l’ha pagato per il lavoro svolto. La porta dell’atelier si chiude, e la tensione si smorza. Forse il dramma è morto ancor prima di nascere.

E la cifra continua a martellarmi in testa. È vera, reale, posso toccarla con mano. Non è una somma tipica da film o romanzo criminale a cifre tonde e scandita da zeri. No, 782 è un numero che pulsa come sangue nelle vene. È adrenalina. 782 € per vivere o morire, per trascorrere il resto della vita dentro o fuori una cella. È sconvolgente. Ognuno dei due pronto a difendere la propria causa, e sfidare il destino, per una somma irrisoria. Lo so, c’è gente che campa mesi con quella cifra centellinando ogni spicciolo ma, sia in un caso sia nell’altro, è conveniente rovinarsi l’esistenza per così poco? È un prezzo accettabile per marcare la propria vita, e quella altrui, in modo così netto? La disperazione è tutto, sia chiaro, fuorché razionale, come lo è l’attaccamento morboso per i soldi, ma un limite c’è. Sempre.

E la mia fantasia crea immagini e pensieri. E se dall’altra parte della cornetta ci fosse stato un carabiniere o un poliziotto meno capace, l’impiegato del minacciato avrebbe ripreso col telefono l’accaduto, o sarebbe corso in aiuto del titolare? Sì, perché non appena il richiedente dei soldi è apparso all’orizzonte, la prima frase detta da colui che rischiava di subire il danneggiamento della testa è stata: riprendi tutto. È un’ammissione di colpa implicita? Chiaroveggenza? Intuito? Lascio, a te che leggi, fare congetture, la mia idea la tengo per me.

Un’ultima domanda però mi sorge spontanea: cosa avrebbero fatto entrambi con quella somma? L’energia emotiva associata ai 782 € è troppo intensa. Spendere quella cifra per qualcosa di banale sarebbe un “delitto”.

O forse è proprio la banalità, l’insignificante, a generare una tragedia mancata proprio perché, alla base di tutto, il pensiero critico non è pervenuto.

La scuola?

La scuola? L’ho sempre detestata. Era un’istituzione che, per il sottoscritto, doveva essere cancellata dalla terra seduta stante.

All’asilo scappavo perché volevo tornare a casa dalla mia sorellina. Alle elementari avevo il terrore della maestra e spesso fingevo di dimenticare a casa la cartella per tornare sui miei passi. Le medie sono state un buco nero di insulsaggine e apatia. Le superiori le ho amate solo alla fine (tanto da averle prolungate di altri 2 anni). Per farla breve, non ero quello che si definisce uno studente modello.

Tornando ai pochi anni buoni di quel periodo, potrei stuzzicarvi l’appetito raccontando qualche marachella, o bricconata, ma temo che i reati in questioni non siano ancora caduti in prescrizione e, con cognizione di causa, sorvolo facendo finta di nulla. In alternativa potrei spiegare le cause delle due bocciature, ma sono fatti di normale amministrazione e rischierei di annoiarvi con le classiche beghe alunno/insegnanti. Oppure potrei dedicare questo spazio alla professoressa di inglese del quarto anno, ed è proprio quello cha farò.

Inizio così, senza troppi giri di parole. La suddetta insegnante aveva una qualità: era maggiorata. Si portava appresso una sesta con molta nonchalance, e il mio pensiero (e lo sguardo) era sempre rivolto alle due gemelle. Rappresentavano la mia Eldorado — e non fate i bacchettoni/e, sono una persona genuina, dico pane al pane, vino al vino, e tette alle tette; questo blog è mio e scrivo ciò che mi pare e piace!

Fatto sta che la professoressa in questione prese a cuore la mia rabbia giovanile e a volte, durante la lezione, mi invitava a prendere la sedia e accomodarmi accanto a lei alla cattedra. Ero in paradiso. E a rendere ancora più speciali quei momenti era il fatto che mi chiamasse per nome (mai per cognome come facevano compagni e professori). E io stavo lì, tra il beato e il rincoglionito, a rispondere alle sue domande mentre il resto della classe svolgeva qualche esercizio.

Perché giri coi jeans strappati. Perché li preferisco così. Che musica ascolti. Il grunge. Hai problemi a casa. Ho un unico problema: la vita. E via con una serie di domande a cui rispondevo sinceramente cercando di non far cadere l’occhio proprio sulle gemelle (problema che mi affligge tutt’ora con le maggiorate e non) sentendo in sottofondo il brusio dei compagni che avrebbero pagato oro per essere seduti al mio posto e ricevere le attenzioni della bella professoressa.

E poi un giorno, dopo la classica lista di domande a cui seguivano risposte preconfezionate, e nel mentre i miei occhi decisero di assecondare la legge di gravitazione universale cascando dove dovevano cascare, la professoressa ebbe l’ardire di chiedermi come trascorressi i pomeriggi, e perché studiassi così poco. Cosa risposi? Fischiettai. E non un motivetto a caso. Decisamente no. Fischiettai la sigla di una serie tv molto in voga in quegli anni, e mi feci una grassa risata sotto ai baffi. Tranquilli/e, se la curiosità vi prude con la stessa intensità con cui mi prudevano le mani quando sedevo accanto alla bella maggiorata, vi basta cliccare sul tasto play del link sottostante, e viaggiare con la fantasia 😉

Vi ho mai raccontato di quando lavorai con la qualifica di commesso presso una nota catena di faidate del Nord-Est?

Vi ho mai raccontato di quando lavorai con la qualifica di commesso presso una nota catena di faidate del Nord-Est?

Erano gli ultimi mesi del 2019 e il negozio era in procinto di chiudere per trasferimento in nuova sede. Di conseguenza la necessità di svuotarlo dalla merce era imperante, e venne stabilito lo svuotatutto.

Non so se vi sia mai capitato di lavorare in un esercizio in cui la merce viene svenduta, ma vi assicuro che, oltre allo stress, le situazioni divertenti abbondano in quanto gli esseri umani, appena leggono le parole magiche saldi e fuoritutto, sono capaci di dare il meglio di sé. Se prima la mercanzia manco interessava, affiancata dai magici vocaboli diviene agognata come non mai.

E allora ecco la signora comprarsi l’idropulitrice a cui mancano molti componenti solo perché costa 40 euro. E a ruota i due padri di famiglia (con bambin i annessi) contendersi a suon di urla gutturali “l’ho vista prima io”, una sega da banco dalla dubbi funzionalità. Ma, più di ogni altra cosa, esiste un componente della casa che, incredibile a dirsi, stimola l’appetito più famelico: la tavoletta del water.

Un giorno mi arriva a tiro di naso un signore munito di busta plastificata da cui estrae una tavoletta quadrata (!) dal colore molto sospetto. Me ne dà una così. Guardi, non ne abbiamo. Non può prendere le misure? Se lei pensa che io metta le mani su quella così lì si sbaglia di brutto. E io come faccio? Provi a cambiare posizione nell’atto di meditare (lo penso ma non lo dico). Rimette nella busta l’oggetto incriminato e segnato da anni di utilizzo ed ecco arrivare il compare. C’è sempre un compare! E questo a lamentarsi perché ci sono troppi modelli dalle diverse misure. Non le sembra fastidioso? Lo dica a chi produce le ceramiche ma sa, il mercato è sempre alla ricerca di novità, pure le tazze devono sottostare a questa legge. E qui parte la bestemmia perché, prima di uscire di casa, il compare in questione non si è inginocchiato davanti al sacro Graal per prendere le misure. Mannaggia! Sempre bestemmiando se ne va e il sottoscritto si rilassa convinto di aver superato il peggio. Pia illusione!

Il massimo dello stupore giunge il giorno in cui le fantomatiche tavolette vengono esposte con un cartello minimalista: 5 € cadauna. Manco il pane in periodo di carestia è andato via così a ruba! Ed ecco comparire il genio diabolico. Ne piglia 3 (3!) di diverse forme e colori venendomi incontro tronfio. Ma è vero che costano solo 5 euro, mi fa. Certo, il prezzo è espresso chiaramente ma, se mi permette, le faccio notare che hanno misure completamente diverse l’una dall’altra, o il suo water è plastico e si modella a piacimento oppure rischia di spendere i soldi a vuoto. Mi sorride soddisfatto e mi fa, per quello che mi costano me le farò andare bene, le mette sotto al braccio a mò di baguette, e se ne va fiero e orgoglioso verso la cassa. Osservo il suo passo deciso, e rido immaginando le imprecazioni della moglie quando se lo vedrà comparire con la spesa totalmente inutile.

Era il dicembre 2019 e per me erano gli ultimi giorni da commesso in quell’esercizio. Vidi persone portarsi buste di plastica con le tavolette sporche di urina, e gente litigare per prodotti venduti a prezzi stracciati perché mal funzionanti. Poi è arrivato il covid ma, a ben pensarci, la catastrofe era già iniziata.

P.S. forse un giorno vi racconterò di quando, da venditore porta a porta, incontrai una donna che mi spiegò che il mondo sta per essere invaso dall’ondata nera e, sempre in via confidenziale, mi spiegò la vera natura di Mario Draghi e della regina Elisabetta!

Samantha (o la breve narrazione di una serata trascorsa in compagnia di una giovane donna che indossò sfumature alla Buio Omega)

Facendo pulizia di vecchi file ho trovato le annotazioni conseguenti a un appuntamento al buio. Avevo dimenticato questo avvenimento e, rileggendo le poche informazioni scritte a suo tempo, mi domando perché abbia abbandonato la divertente pratica di conoscere persone a caso, privandomi così della possibilità di incontrare ragazze caratterizzate da singolari peculiarità.

Innanzi tutto tengo a precisare che Samantha, il nome della protagonista, è di pura finzione; siamo usciti un’unica volta e la messaggistica, prima e dopo l’incontro, è durata poche settimane è perdonabile, quindi, questa mia dimenticanza (amnesia ben diversa dall’oblio in HO SCORDATO IL NOME DELLA RAGAZZA CON CUI SONO USCITO PER MESI). In compenso ricordo la sua provenienza, Mogliano Veneto, e della gonna plissettata nera e corta indossata per l’appuntamento (particolare di rilevante importanza nel proseguo della vicenda).

La storia ruota attorno alla stessa città: Conegliano. Una mattina, mentre faccio colazione in un bar mai frequentato prima incontro casualmente X, ex compagno delle superiori. Parlando del più e del meno gli racconto di essermi lasciato alle spalle un periodo incasinato e di voler conoscere qualche nuova ragazza. Per magia spunta il nome di Samantha con tanto di numero telefonico. È l’amica di un’amica e pure lei sembra alla ricerca di novità sento se le va che le giri il tuo numero. Trascorrono due giorni dall’incontro con X e la trama di sms con Samantha prende forma.

Ci facciamo una birra a Conegliano, mi scrive, ma incontriamoci fuori dal centro così ci facciamo una passeggiata. Al sottoscritto va bene, e stabiliamo luogo e ora per l’incontro.

Samantha si rivela molto carina e, come già accennato in precedenza, indossa gonna e maglietta nera anonima, e un giubbetto di pelle (vi lascio indovinare il colore). I capelli, mori e lunghi, li ha raccolti in una treccia adagiata sulla spalla sinistra.

È distante il pub? A una ventina di minuti, dico. Bene io sto davanti tu guidami… questo breve dialogo avviene dopo esserci presentati. Troppo confuso per rimanere interdetto faccio come Samantha desidera e, se escludo le volte in cui si gira per controllare che il distanziamento di due metri sia rispettato (la ragazza aveva forse previsto le normative in merito Covid19 con 10 anni d’anticipo?!), le uniche parole intercorse vertono esclusivamente sulle istruzioni impartitele per raggiungere il locale.

Al pub la sinfonia sembra ripetersi. Si aggira cercando il tavolino ideale e intanto mi spedisce a ordinare due birre.

Ti ho accennato che sono disoccupata nei messaggi? Sì, le dico sedendomi di fronte. Oggi ho fatto un colloquio. E come è andato? È per un posto in un’impresa di pompe funebri. La domanda postale era differente ma evito di sottolinearlo per non inimicarmela dopo dieci secondi. L’idea di vestire e truccare i cadaveri mi eccita una casino (parole sue, giuro). Benedetto sia il gestore che arriva con tempestività a servirci le birre interrompendo un discorso che, successivamente, riesco a indirizzare verso una lista di argomenti più consoni a una conversazione qualunquista. Esci da una storia complicata; cosa hai studiato; credi agli oroscopi e menate varie.

Facciamo un brindisi a noi due? Molto volentieri, dico e noto il modo con cui afferra il boccale. Samantha lo avvolge con le mani come si fa con una tazza di cioccolata calda per infondere tepore alle mani. Senti come è fredda questa birra, dice seria, chissà se anche i cadaveri lo sono altrettanto.

Accantoniamo le teorie freudiane in materia di Eros e Thanatos e concentriamoci sulla mia fantasia. Mi figuro Samantha intenta a strusciarsi languida e sensuale su un morto (rigido pure lì) e la mia libido decide di abbandonare il mio, di corpo breve cronaca di un’erezione mancata.

A cosa stai pensando? Lo vuoi proprio sapere, le chiedo. Non serve credo di immaginarlo e forse… [sorriso compiaciuto]. Siamo due tipi dalla fervida immaginazione, le dico. Decisamente, dice e inizia a raccontare vicende minori concernenti la storia d’amore che ha appena concluso, tediandomi come mai m’era capitato.

Le birre finiscono, come i suoi racconti, e ci avviamo verso il parcheggio. Di nuovo chiede di fare strada lasciando il sottoscritto nelle retrovie distanziato di un metro, stavolta.

Mi hai guardato il culo prima? Se dicessi di no mentirei, rispondo. Bene perché voglio che mi guardi il culo mentre camminiamo, e felice come una bimba solleva la gonna mettendo in mostra le mutandine viola (gesto che compirà ripetutamente). Qualcosa riprende vita e non mi riferisco al cadavere menzionato in precedenza. Arriviamo alle automobili e la serata sembra svoltare in meglio. Ci scambiamo qualche bacio e alcune carezze, poi mi invita a salire sulla sua vettura.

Scusami se non ti faccio un pompino anche se ne avrei voglia ho già un amico di scopate e mi basta non vorrei incasinare troppo la mia vita. Va bene, le dico, non mi sembra di avertelo chiesto. E lei sorride allo stesso modo di quando eravamo in birreria: il sangue mi si gela, e qualcos’altro appassisce con codardia. Spero proprio mi assumano all’agenzia di pompe funebri ci tengo così tanto. Te lo auguro, le dico. Che carino, esclama baciandomi e ci salutiamo. Salgo nella mia macchina e la guardo scrivere un sms, poi se ne va (mi verrebbe da dire per sempre, ma…).

Se non avessi annotato i punti salienti di questa breve serata, di Samantha (chissà per quale motivo evitai di scrivermi il suo nome, ero convinto di rivederla?) avrei dimenticato tutto: dalle mutandine viola, alla gonna plissettata; dalla treccia corvina, allo sguardo nero e intenso – ma al contempo vuoto. Avrei scordato lo scambio di messaggi che perdurò qualche settimana in cui mi narrò lo stato della sua vita amorosa/sessuale, e di come l’agenzia di “becchinaggio” rifiutò la sua candidatura; delle paranoie dovute alla disoccupazione, alle foto del suo culo inviatemi perché, come amava ripetere, desiderava non lo dimenticassi. Ma, in un file intitolato “sangue freddo” ho ritrovato tutto ciò e, rileggendo l’andamento di quell’appuntamento, la sua figura è ritornata con prepotenza a invadermi la mente. Solo una cosa manca per completare questo quadro: avrà esaudito la fantasia necrofila che si portava appresso?

Conegliano, via Giovanni Battista Cima

Ho una cicatrice indelebile…

Ho una cicatrice indelebile causata da ciò che avvenne presso la stazione ferroviaria di Bergamo in una giornata afosa e appiccicaticcia. A spingermi nel capoluogo orobico con la mia R5 bianco panna, in pieno agosto, fu la prospettiva di trascorrere tre giorni in compagnia di una ragazza.

Con IB avevo intessuto un fitto dialogo tramite la chat di un noto operatore telefonico e, discorrendo di argomenti vari, si giunse al punto di ciarlare d’erotismo tanto da scoprire che il suo interesse sessuale nei miei confronti era pari alla mia curiosità nei suoi riguardi. Senza troppo rimuginare se fosse giusto o meno soddisfare tale curiosità, salii in macchina diretto in Lombardia.

Di IB conservo l’immagine di un viso carino (non ancora di donna) segnato dagli sfoghi dell’acne e leggermente nascosto dalla montatura retrò degli occhiali. Allo stesso tempo, la memoria, vacilla sui dettagli riguardanti le sue forme, e la causa è presto detta.

Appena ci incontrammo IB tenne a precisare il desiderio di conservare la propria illibatezza per la prima notte di nozze e, in conformità a tale decisione, mai si sarebbe denudata al cospetto mio o di qualsiasi altro maschio fatta eccezione, ovviamente, del futuro consorte. Tale risoluzione era dovuta, sottolineò, per non cedere alla vertiginosa tentazione che viene a crearsi tra due corpi svestiti. Dal mio punto di vista le premesse per un erotico soggiorno sfumarono dopo pochi scambi di battute, e i 250 km percorsi con l’idea di introdurre il mio pene nella di lei vagina rischiavano di tramutarsi in una beffa bella e buona. La certezza di passare tre notti in albergo con me stesso come unico compagno era tutto fuorché eccitante ma, come si addice alle migliori sceneggiature, IB si rivelò a suo modo sorprendente.

Al giro turistico della città Alta, la ragazza bergamasca unì una smodata passione per il mio sedere (manifestata in continui palpeggiamenti) e una sana dimostrazione della propria arte nella pratica della fellatio manifestata nei posti più improbabili — che l’idea di mostrarmi i luoghi dell’infanzia fosse solo un pretesto, lo capii subito.

In IB, nonostante la mia ingenuità, percepii il bisogno spasmodico di scontrarsi con un passato opprimente. Mi regalò pompini davanti al collegio clericale frequentato per tutto il percorso scolastico; al campo di calcio in cui assisteva, senza mai partecipare, alle partite del fratello con gli amici; sotto al porticato usato dai clochard come tetto d’emergenza. E fu proprio qui, dopo aver raggiunto l’orgasmo, che mi avvidi della presenza di uno spettatore e quando lo feci notare IB rispose che, se ero stato condotto in quel luogo, un motivo doveva pur esserci. Ma, e qui lo confesso, la compagnia di IB e la bellezza di Bergamo Alta sono ricordi marginali rispetto a ciò che avvenne alla stazione ferroviaria.

L’ora convenuta con IB per l’incontro era mezzogiorno e, come spesso mi capita, vi giunsi con qualche minuto d’anticipo. Nel mentre decidevo se farmi una birra al bar, oppure trascorrere quei pochi minuti d’attesa in macchina, la vidi arrivare.

Aveva lunghi capelli corvini che le coprivano gran parte del viso, e un passo deciso nell’instabile equilibrio. Indossava una maglietta grigia, nel taglio simile a un camice ospedaliero, e dei jeans logori. Si sedette di fronte alla mia automobile e compì gesti precisi con estrema naturalezza. Scorsi nei suoi occhi un barlume d’estasi mentre l’eroina entrava in circolo. La vidi sorridere inebetita poco prima di cedere al torpore stupefacente. Alienato dalla situazione fui capace solo d’ingranare la retromarcia e andarmene, scordandomi pure di IB. Quello spettacolo, così crudo e ipnotico, lo sentivo (e tuttora lo è) troppo vicino e doloroso. La necessità di lasciarmelo alle spalle, cancellando dall’immaginario quegli attimi in modo definitivo, era un proposito che sentivo impellente. Fallii, e queste righe ne sono la testimonianza.

E mi dispiace ammettere l’incapacità di rendere partecipe te che leggi dell’atmosfera creatasi in quei pochi minuti a cavallo di un torrido mezzogiorno bergamasco inzuppato dal sudore di due perfetti sconosciuti. Due, come i pallidi volti imperlati di gelide gocce. Due, come i colori che poco si sposavano in quel triste quadro. Una pennellata verde, per descrivere l’aiuola in cui giaceva una delle innumerevoli solitudini di cui è costellata la vita; l’altra grigia, per una maglietta poco chic stagliata davanti alla facciata di una stazione.

E ora, cercando di attribuire un significato a un evento che chiedeva solo d’essere vissuto senza giudizio alcuno, mi pongo nudo davanti allo specchio per rileggere quegli attimi con sguardo esterno e conto le numerose cicatrici (tangibili e non) disseminate lungo il mio corpo. Minuscoli squarci come quelli presenti nell’avambraccio della giovane sconosciuta. Piccole lacerazioni che, se unite da un’ipotetica linea, tracciano la figura attuale che risponde al mio nome.


Puoi trovare altri miei racconti in DIAFONIE. MICROFISICA DEI PICCOLI GESTI

Le poesie le trovi in DI LUCE E DI OSCURITÀ

Cleo

Disse di chiamarsi Cleo; non indagai oltre. Mai ho saputo il vero nome e, di lei, ho perso ogni contatto. Proveniva dal sud e a separarci, oltre al vissuto personale, c’erano 17 anni di differenza. Lei ne aveva circa 40, io ero poco più che ventenne. Ero uno sbarbatello, ma consapevole di esserlo.

Ci ritrovammo, senza troppi giri di parole, nudi e disposti a consumare un desiderio furioso all’interno della sua automobile avvolti in una passione fulminea iniziata con qualche carezza e poco altro. E fu mentre ero intento ad assaporare le sue calde labbra che il marito telefonò.

La reazione istintiva fu di staccarmi dalla parte nobile di quel corpo voluttuoso ma, con impeto furioso, Cleo mi ricacciò la testa tra le gambe pregandomi di continuare mentre parlava con il proprio uomo. Dove sei, cosa fai, con chi sei, quando rientri. Queste erano le domande a cui la udii rispondere. Quesiti che accesero la mia curiosità più della stessa carica erotica in cui ero invischiato. Salutò il marito spegnendo il cellulare poco prima di raggiungere l’orgasmo, e subito dopo chiese di essere penetrata perché desiderava raggiungessi il mio, di traguardo, tra le sue cosce. La mia impresa fu tutt’altro che epica, da sbarbatello quale ero la vista di tale abbondanza sensuale mi procurò vertigini imperiose e un orgasmo repentino. Con la stessa velocità con cui venni, ci rivestimmo alla ricerca di un contegno formale. Fu durante quei semplici gesti che Cleo mi raccontò la propria storia.

Da qualche anno si era trasferita seguendo il marito e il miraggio di un posto di lavoro. Lui s’era reinventato la propria esistenza nel bellunese grazie alla nuova occupazione e alle conoscenze derivanti da questa; lei no. Solo un’amica, tra l’altro corregionale, pareva disposta ad ascoltare i suoi pensieri e a condividere i momenti vuoti della giornata, e nessun altro. Nonostante la famiglia, Cleo si sentiva sola.

Per un lungo periodo, mi confidò, era precipitata in un vuoto privo di emozioni e stimoli. Ero depressa, disse candida candida, e riuscii a trovare uno spiraglio di luce durante una serata in discoteca. Un ragazzo la invitò a ballare, dopodiché si ritrovarono a fare sesso appartati in un parcheggio. Lì ho ricominciato a vivere, disse con malizia ripensando al momento, e per me è iniziata una nuova fase esistenziale tendente alla ricerca di un piacere che prima mi era negato. Mi raccontò del nuovo amico, un trentenne di Cortina con cui trascorreva ogni fine settimana (lasciando figlio e marito a casa), e divenuto presenza stabile nella sua routine; e mi elencò i nomi degli altri ventenni (come il sottoscritto) amanti passeggeri di breve o lunga durata – giovani brandelli esistenziali per una Madame Bovary del XXI secolo.

Come altre esperienze significative della mia vita ho rimuginato spesso sugli istanti di quella serata e, nei primi tempi, ricordo di aver pensato a Cleo appellandola – molto stupidamente – con un epiteto poco signorile. Ero incapace di immedesimarmi. Ero inadatto ad affrontare la questione da uomo. In seguito, accumulando esperienze e raffinando l’empatia, quella stessa espressione che un tempo aveva un’accezione negativa, è divenuta per me sinonimo di libertà e spensieratezza. Trascorsi quasi 20 anni quel ricordo è ora piacevole quanto lo è stata quell’esperienza di libertà, per molti poco convenzionale, trasmessami da Cleo.

Lei fu una delle prime donne a condividere con me, oltre ai piaceri della carne, i propri tormenti vissuti anche attraverso le esperienze sessuali.

Lei fu una delle prime donne a denudare la propria anima per me. Ora, e lo dico con lo stesso candore delle sue confidenze, mi piacerebbe sapere se il sogno di ritornare a Caserta si sia avverato, e se quel mal de vivre che la spingeva a ricercare la compagnia di giovani uomini si sia mai placato. Mi piacerebbe conoscere il suo vero nome, per dare a questo ricordo nuove sfumature, ma, più di ogni altra cosa, desidererei le arrivasse questo racconto per sussurrarle all’orecchio che la sua conoscenza, seppur breve, ha toccato comunque la mia esistenza.

I miei racconti li trovate QUI!

Questa storia è vera, asciutta e diretta

Questa storia è vera, asciutta e diretta. È il racconto di una madre che rimarrà senza nome.

Siamo seduti vicini ,e nell’insolito contatto creatosi tra noi, mi parla del figlio.

«È morto a 44 anni» dice guardando l’orologio appeso alla parete per leggere il tempo ormai trascorso.

«Era carabiniere. Era nei Ros. Per sei anni non ho saputo nulla di lui» aggiunge con un misto di orgoglio e tristezza. «Negli ultimi anni della sua vita ha vissuto con un nome falso in una città diversa da Milano, era in servizio lì. Per proteggere me, hanno tenuto segreta ogni informazione che lo riguardava fino al giorno in cui hanno telefonato per dirmi che aveva un tumore e la morte era ormai prossima».

Non piange, e mi guarda cercando di carpire i miei pensieri. La tentazione di pronunciare una parola di conforto è forte, ma parrebbe stantia. Tengo le labbra serrate e faccio un cenno con la testa per dirle di andare avanti, se ne ha la forza e la voglia.

«Ogni anno i suoi comandanti vengono a tributargli onori sulla tomba. Se avesse svolto male il suo compito non lo avrebbero fatto. Mio figlio ha lavorato bene» dice fiera. «Ormai sono vecchia, e vivo con i soldi della pensione del mio defunto marito. Per mio figlio, morto a 44 anni per servire lo Stato, non ho mai visto un soldo, e mi chiedo perché non abbia diritto a una piccola pensione per ciò che ha svolto».

La  guardo e scuoto la testa in segno affermativo. Capisco cosa intende signora, vorrei dirle. Riesco a scorgere quell’assenza che i soldi potrebbero riempire con dolce inganno. Ci alziamo stringendoci la mano. Mi augura buona fortuna per il nuovo lavoro. Le auguro di vivere una vita serena.

Vorrei concludere con un pensiero intelligente questa breve storia per darle il giusto valore, ma sarebbe comunque poca cosa. Mi taccio, proprio come ho fatto con la madre senza nome che per sei anni ha dialogato con un figlio assente.

BD

BD è stato mio collega per circa dieci anni. Iniziammo pressappoco nello stesso periodo e, come ultimi arrivati nel fantastico mondo del mobilio d’arredamento, fummo le vittime ideali di scherzi e prese per i fondelli. Forse fu questa la molla che fece nascere tra noi una simpatia reciproca, un rispetto puramente lavorativo. O forse perché, nonostante il suo carattere, io gli abbia sempre portato una stima canzonatoria.

BD era il classico individuo incarnante gli estremi. La violenza scorreva a fior di pelle, in lui, e molti lo temevano tanto quanto erano terrorizzati dai suoi scatti d’ira lucida e dirompente. Tipo quella volta che serrò il collo di un collega solo perché questi gli tirò una pallina di carta nel momento sbagliato. Ci vollero due persone per fargli mollare la presa, come due furono i colleghi a frenarlo prima che si avventasse contro il mulettista reo di non essersi accorto della sua presenza. Pochi secondi, e la tragedia avrebbe avuto luogo. BD era fatto così, viveva di scatti d’ira ma al contempo disprezzava la violenza stessa. Tipo, per esempio, se l’aggressività era rivolta contro una donna.

«Gnanca co ‘n deo te à da sfiorarle» [1] diceva, ed era pronto a correre in soccorso di qualsiasi donna se questa chiedeva il suo aiuto. Quando M gli telefonava perché aveva problemi con il proprio compagno, BD si precipitava a casa di lei e redarguiva l’uomo promettendogli una razione di legnate. E funzionava, perché chiunque temeva i suoi scatti d’ira. E con altrettanta intensità passionale, BD si preoccupava degli esseri indifesi. Se vedeva qualcuno schiacciare una vespa o una lucertola si infuriava urlando «te ala fât che?! Le masa comodo ciaparseła co i pì deboi» [2].Ed era pronto a fare a botte seduta stante solo per dimostrare che il più debole poteva essere proprio colui che aveva ammazzato l’insetto.

Quando era di buon umore invece, e i tempi morti lo permettevano, BD mi raccontava le sue “avventure” da ultras dell’allora squadra trevigiana di basket che primeggiava in Italia. Mi spiegava la metodologia dei saccheggi organizzati negli autogrill; le battaglie con gli ultras bolognesi; o mi descriveva le trasferte di comunione e fratellanza con i tifosi di Pesaro. E mi narrava delle sbronze e dei tiri di coca, dei pestaggi avvenuti a qualche festa paesana o degli scontri in qualche palazzetto sportivo. Mai, però, mi raccontò del fratello. N.

N lo conobbi anni prima. Al tempo ero studente a Conegliano e il mondo del lavoro era ancora un universo altro. Ogni venerdì, alla fermata degli autobus vicino alla rotatoria del Cavallino, N saliva in corriera dopo essere stato al Sert, e faceva lo stesso viaggio che compivo per tornare a casa (lui scendeva due chilometri prima). Qualcuno, la prima volta che fece la sua comparsa, lo battezzò Metadone, e tale rimase negli anni.

Calati sugli occhi, N aveva sempre un paio di occhiali di plastica neri, e nella mano stringeva una bottiglia di martini che finiva prima dei 22 km del viaggio. E biascicava contro noi ragazzini urlanti; contro il caldo/freddo/pioggia/sole/umidità; contro il mondo. O almeno a noi pareva così in quanto le sue parole, spesso, erano difficili da decifrare. Giunto a destinazione ci rivolgeva qualche urlo a cui rispondevamo con in modo sguaiato e mani agitate dai finestrini mentre la corriera si allontanava. Capitava anche, in rare occasioni, che N fosse in compagnia della fidanzata, e le scenate d’amore tossico che ne conseguivano erano di un tragicomico che mai più m’è capitato di rivedere. Con due gole da dissetare, la bottiglia di martini si svuotava con più velocità e l’astinenza si palesava in anticipo. Ne nascevano discussioni inenarrabili. Un venerdì capitò ci fosse solo la fidanzata, a salire a Conegliano, e prima della fermata chiese se ci fosse qualcuno disposto ad accompagnarla a casa di N perché temeva di essere menata. Scendeva solo L, in quel paese, ma per paura di essere menato a propria volta scelse “stoicamente” di prolungare il viaggio fino alla fermata successiva (la mia) e compì a piedi i due chilometri da Miane a casa. Dopo quel giorno la fidanzata di N non si fece più vedere (forse divenne ex) e Metadone, quando finii il mio ciclo scolastico, uscì pure lui dalla mia vita.

E BD? Prima che mi licenziassi (con conseguente trasferimento in un’altra provincia) venne licenziato, a da allora lo vidi in poche occasioni. È capitato lo incrociassi qualche volta mentre pedalava in bicicletta. Io gli strombazzavo con il clacson sorbendomi una serie di bestemmie prima che si accorgesse di chi fosse il disturbatore della sua quiete. E niente altro. Mia sorella però, a tutt’oggi, lo incontra saltuariamente e BD si preoccupa sempre di chiederle dove io sia, e cosa combini. «Saludamelo tant» [3] le dice, e nel modo con cui era solito darmi il buongiorno a lavoro aggiunge sempre «e ricordaghe che ‘l deve ‘ndar a fanculo» [4].

coppia a passeggio lungo una via del centro storico di Conegliano

[1] nemmeno con un dito devi sfiorarle

[2] cosa ti ha fatto?! È comodo prendersela con i più deboli

[3] salutamelo tanto

[4] penso sia di facile comprensione


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Ho scordato il nome della ragazza con cui sono uscito per mesi

Ho scordato il nome della ragazza con cui sono uscito per mesi. Nella memoria sono impressi i suoi occhi verdi, i lunghi capelli biondi, le fattezze del viso e le curve invitanti del corpo. Era di Santa Lucia di Piave, e aveva pressappoco la mia età. Appassionata di storia dell’antico Egitto, parlava in continuazione di faraoni e scavi archeologici, argomenti che, al sottoscritto, interessavano poco o nulla.

Eravamo soliti fare colazione assieme, soprattutto la domenica. Entrambi mattinieri, ci davamo appuntamento a Conegliano nel momento in cui molti individui concludevano la nottata di bagordi. Lei prendeva caffè al ginseng e una brioches che centellinava in piccoli bocconi, io caffè nero e cornetti che divoravo come non ci fosse un domani. Altre volte ci vedevamo di sera (mai per cenare assieme) e in una di queste uscite, oltre a presentarmi la sorella, mi portò all’evento organizzato da un “medico” di cui seguiva le gesta – se uso le virgolette un motivo c’è. La serata in questione si tenne a Oderzo, forse alla biblioteca civica, e verté sulla crescita interiore.

La prima cosa che mi balzò agli occhi, oltre al gran numero di presenti, erano i seguaci del sedicente medico. Indossavano tute nere e calzavano scarpe del medesimo colore. Con le braccia incrociate sul petto, presidiavano ogni uscita. Rappresentavano l’ultimo livello di una scala evolutiva studiata da quello stesso medico che, nel giro di pochi minuti, fece il proprio ingresso in sala. Parlò per oltre un’ora senza pause e a fine serata dimostrò nella pratica l’arte di cui era dotato. Scelse tra il pubblico la ragazza che, visibilmente, era più in difficoltà, e l’ipnotizzò – qui arriva la parte schifosa. Mentre la giovane era in trance, il medico la invitò a confessare alla platea di quale malattia soffrisse. Lei rispose. Al termine dello stato catatonico il tipo chiese al pubblico di ripetere il segreto che la ragazza aveva svelato. Seguì il pianto di umiliazione di lei ma il medico, abile nel manipolare le menti deboli riuscì, nell’ordine, a calmarla (prima) e iscriverla (poi) a uno dei propri corsi promettendole una sicura guarigione. Il tutto si concluse con un fragoroso applauso, e la mia indignazione assoluta. Il rapporto con la ragazza di cui ho scordato il nome, da quel momento, iniziò a incrinarsi. Ma era un rapporto, il nostro?

L’ho frequentata per mesi, e nello stesso periodo lei usciva pure con un poliziotto (una guardia carceraria a Santa Bona) perché indecisa tra chi scegliere dei due. E in quelle stagioni tra colazioni e drink post cena, mai un bacio riuscii a strapparle, figuriamoci altro. Non permetteva alcun contatto, e il sesso era esclusivamente un resoconto delle gesta compiute dalle sue colleghe. Parlandone con L, un’amica psicologa, mi spiegò che questi atteggiamenti (e altri che tengo celati) sono tipici di chi soffre di disturbi legati all’alimentazione. Fu in seguito alle parole di L che notai l’insolita magrezza di quel corpo (salvo per il seno abbondante) a cui non avevo accesso. Continuai a fare colazione assieme a lei, e a uscirci il sabato sera finché, sul finire dell’estate, mi resi conto di essere una pedina (assieme alla guardia carceraria) di un gioco destinato a non avere fine. Il rapporto (se è possibile definirlo tale) si concluse che uno scambio di sms che ancora ricordo – a differenza del nome, e con la mia risata liberatoria.

Ed è curioso il fatto che, nonostante sia un maschio molto attratto dalle forme femminili, con lei abbia inaugurato un periodo della vita caratterizzato da frequentazioni (di varia natura) con ragazze affette da disturbi alimentari.

P.S. confesso di aver stilato una lista di nomi femminili per associare il volto impresso nella memoria, ma l’azione è risultata vana…

‘l Guru

Ritornare al paese in cui sono cresciuto è, per me, una lama a doppio taglio: rivivo posti molto cari, rivedo persone dalle vicende personali tristi e/o drammatiche. E questa seconda opzione, immancabilmente, mi riporta a situazioni che non sempre ho voglia di rivivere. Ma si sa, la memoria è bastarda, e si diverte a cancellare alcuni momenti, e a sbatterti in faccia verità poco gradite. Come stamattina quando, passando davanti al cimitero, ho visto uscire Lui.

Avevo stipato in un angolo oscuro e poco accessibile della memoria la sua storia. Anzi, credevo proprio di averla scordata. Non è così. Mi à bastato vederlo salire in macchina per trovarmi a fronteggiare le immagini di alcune stagioni addietro. Temevo che quei ricordi mi avrebbero segnato il resto della giornata quando, una vecchia panda, è venuta in mia soccorso. L’ho sentita rompere il silenzio regnante tra le vigne. E mentre mi abbasso per legare J. al guinzaglio, e toglierci così dalla strada, sento la vettura fermarsi di fianco a me. Senza concedermi il tempo di capire, una voce conosciuta mi rivolge la parola.

«Claxe». [1]

‘l Guru! Sono anni che non lo rivedo. Gli guardo la barba e sorrido perché è striata di bianco. Parliamo del tempo per riprendere i fili di una chiacchierata interrotta anni fa, e buttiamo sul piatto qualche informazione relativa alle nostre vite.

«Te ali dita che son diventà pare?». [2]

«Mas-cio o…». [3]

«Toseta toseta» [4]

«Manche solche mì» [5] dico divertito perché amo troppo le donne per legarmi a una sola di esse e perché, nei sentimenti, discorsi quali “tu sei mia io sono tuo” mi fanno venire la pelle d’oca.

E mi racconta della piccola e di come ultimamente dorma poco, e mi spiega di aver portato pure lui il cane a fare un giro, sconsigliandomi di attraversare il bosco che incorona la cima dei colli.

«Ij à molà tanta de cheła merda chimica che non xe respira». [6]

Lo ringrazio per l’informazione e salutandoci come se l’ultima volta in cui ci siamo visti sia stato il giorno precedente, e non dieci anni addietro, malediciamo la coltura intensiva di prosecco.

‘l Guru, mi dico. Sorrido per il piacere della sorpresa inaspettata. Siamo cresciuti assieme fino ai 30 anni circa, poi le vite hanno preso strade diverse, come è giusto che sia. Da bambini/ragazzini eravamo i bullizzati; gli emarginati. Vittime ideali di scherzi e prese in giro, a volte anche pesanti. Ma, tralasciando questo aspetto, per me ‘l Guru è il chiodo; le borchie; gli anfibi; i giri nei boschi; le scorrazzate – in Cansiglio e in mezzo Veneto – con la panda 4×4 dotata di uno stereo mangiacassette al posto dell’autoradio; e ancora i nastri dei Black Sabbath, In Flames, Nofx, Bad Religion; i riff e gli a solo di chitarra di Jeff Waters; il black metal dei Darkthrone, e dei Dimmu Borgir; le frequentazioni, in compagnia di John Chémola signore indiscusso di Pittsburgh, di locali nascosti tra i boschi bellunesi degni delle migliori pellicole di Lynch in quanto ambientazione e avventori.

Io e ‘l Guru siamo i bullizzati che riescono a dare sfogo alla rabbia grazie al punk e al heavy metal e che, creandosi un alone da duri – aspetto lontano anni luce dalla nostra natura, intimoriscono gli altri cantando Natassja, my beloved satanic witch, the power in your eyes and yourself, worked for the noble in man [A] oppure Come come to the Sabbath, down by the ruined bridge, witches and demons are coming, just follow the magic call [B]– formule magiche capaci di tenere lontani gli stronzi.

E sorrido ripensando a quel periodo perché, rispetto a molti altri, siamo riusciti (annaspando) a rimanere a galla senza mai colare a picco. E sono felice per lui perché ha trovato la propria strada, e una compagna. E mentre lo guardo allontanarsi mi accorgo di non avergli chiesto chi sia la fortunata. Stordito!

Finita la camminata di qualche chilometro, la prima cosa che faccio è chiedere a mia madre se sappia chi sia la donna misteriosa ma, oltre a dirmi dove abita (notizia saputa da ‘l Guru stesso) altro non ricorda. Ed essendo il sottoscritto un curioso a scoppio ritardato telefono a mia sorella sperando di avere fortuna. Si chiama … e ha tre anni più di te. Nome e età poco mi dicono finché, dalla memoria bislacca, compare l’immagine di un’automobile arancione. Proprio lei, dice mia sorella, mi domando come tu possa averla associata alla macchina che aveva più di 20 anni fa. Potere di una mente bislacca!

La ricordo benissimo. Era il sogno di noi ragazzi, e di tanti uomini. Ricordo il suo fascino femminile carico di mistero, e mai volgare. La bellezza inavvicinabile capace di far girare la testa ai maschi. Mia madre vede lo stupore sul mio volto mentre sono ancora al telefono e dice, si, proprio lei, sembra quasi incredibile. È vero. Sembra incredibile. Il ragazzino vessato da tutti conquista colei che, per la maggior parte dei maschi paesani, incarnava l’essenza della bellezza femminile.

E rido perché stamattina, rivedendo Lui, temevo che i ricordi mi avrebbero segnato la giornata con verità poco gradite e invece, mentre ascolto i Darkthrone, ripenso alla panda 4×4, alle risate, e a rendere questo piccolo racconto degno de ‘l Guru.


Traduzioni:
[1] Classe. Saluto tipico tra persone nate nello stesso anno.
[2] Qualcuno t’ha per caso detto che sono divenuto padre?
[3] Maschio
[4] Bambina. Termine usato nella sinistra Piave, nella destra si usa dire anche putéa (per scoprire la differenza tra sinistra e destra Piave cliccate QUI)
[5] Rimango solamente io
[6] Hanno cosparso il terreno con tanta m. chimica da rendere l’aria irrespirabile


Riferimenti musicali:
[A] Darkthrone: Natassja in eternal sleep; Under a funeral moon (album), Pieceville Records (1993)
[B] Mercyful Fate: Come to the Sabbath; Don’t break the oath (album), Roadrunner Records (1984)


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'l Guru
veduta bislacca di Mia

Ritratto distratto

Se ne sta distesa sul bancone sorreggendo la testa con la mano a formare un triangolo equilatero. Lo sguardo annoiato rivolto ai passanti completa il quadro.

Sopra la di lei testa, appeso alla parete a cui dà le spalle, un maxi schermo proietta una partita di hockey. Tizzi scivolano con maestria sul ghiaccio rincorrendo un dischetto. Lo colpiscono con mazze a forma di L altrettanto annoiata. Nella postazione collocata alla di lei destra, il collega scruta un piccolo monitor agitando febbrilmente le dita. Pare poco propenso a intavolare una discussione, sia pure superficiale. E lei pare arenarsi nel tedio.

Io, passando con andatura spedita, nell’istante di un’occhiata memorizzo più dettagli possibile.

Lei ha i capelli mori raccolti in uno chignon imperfetto. Il collega indossa occhiali, e sfoggia una sottile striscia di barba che, correndo da basetta a basetta, ricopre il mento. Forse è solo un gioco della memoria che tenta di ingannarmi creando l’immagine ideale. La noia di lei però è autentica. Come lo è il rosso dominante all’interno del negozio, e i cellulari esposti sugli scaffali.

Getto un ultimo sguardo distratto verso il monitor. Sopra, tizi sul ghiaccio si scambiano effusioni maschili. Sotto, lei si abbandona al tedio. Alzo il bavero del cappotto e aumento il passo per ripararmi dal vento gelido. Come lei, da postazione differente, rivolgo ai passanti uno sguardo annoiato. Inconsapevolmente, rientro nel quadro.


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