Che sia per il profumo

Che sia per il profumo umido della pioggia, o per il lieve baluginio dei primi raggi solari ad accarezzare i monti, il mattino riserva sempre un lungo istante speciale.

Nel mio tragitto incontro lepri, caprioli, a volte cervi e, quando sono fortunato volpi e tassi. E le gazze? Sono ovunque con la loro irriverenza, per non parlare degli stormi di gracchi spudoratamente ciarlieri.

Tutto ciò è bellezza, ma non tanto affascinante come passeggiare o correre sotto la pioggia.

È una sensazione benefica. Ti sciacqua i pensieri rigenerando il corpo.

In ogni stagione faccio almeno un’uscita sotto la pioggia senza riparo alcuno e, se stai leggendo queste righe, ti invito a farlo. Giusto per amarti un po’.

(continua sotto l’immagine)

ADOTTA UN POETA

Proprio così, adotta un poeta o, per meglio dire, uno ei suoi componimenti. Un libro non sporca, non devi farlo uscire per fare i bisogni, e non o devi nemmeno sfamare! Anzi, ricambia la fiducia donandoti emozioni.

E allora, cosa aspetti? Adottami!

I miei componimenti li trovi a questo link: Amazon.it : alessandro chiesurin oppure puoi chiedermi di niviarti una copia direttamente a casa

amore o possesso?

L’articolo di oggi è particolare. È un componimento a 4 mani, o doppio sguardo se preferisci. È il frutto di un’interazione tra il sottoscritto e il blog Le Dritte di Simo. Di cosa parla? A te scoprirlo anche se, già dal titolo, qualcosa lo potresti intuire. Non aggiungo altro se non Buona Lettura e un piccolo suggerimento: vai a scoprire il mondo di Simo, non te ne pentirai!

lo sguardo di le dritte di simo

Quando si intravede una forma di possesso nei confronti di un’altra persona viene quasi spontaneo giustificare questo atteggiamento come gelosia del partner, e se si è gelosi automaticamente la motivazione risiede nell’essere innamorati. Questa logica risulta essere conveniente per chi assume un comportamento del genere, ma se solo si analizzasse in modo approfondito la possessività che nasce in rapporti nuovi o consolidati allora non ci si nasconderebbe dietro ad un ‘sono geloso/a’.

Amare il più delle volte viene confuso o associato con il possedere l’individuo. Sia nei rapporti familiari che di coppia il possesso viene considerato una prerogativa. Io amo te quindi tu appartieni a me, allontanando qualsiasi forma di soggettività. In una relazione ogni protagonista deve sentirsi tale e di conseguenza deve esserci una distanza funzionale tra essi. Stare insieme non deve portare uno dei due o entrambi ad essere considerati oggetti. Si esatto, possedere qualcuno priva quella persona della propria libertà di azione e di pensiero. Un legame sentimentale non è una catena immaginaria, non è un cappio al collo, ma è condividere di comune accordo la propria vita senza mai arrivare a perdere il controllo sul proprio essere. L’amore è incompatibile con il possesso. Non si ama chi si considera proprietà privata. Una relazione non implica un obbligo, bensì si basa su una libertà di scelta. Quindi, se ci si sente forzati per riconoscenza, per generosità, per convenienza, vuol dire che il possesso ha preso il sopravvento. Possedere una persona è sinonimo di insicurezza personale, è equivalente a rubare la libertà altrui facendola passare come forma di affetto. Le favole finiscono con ‘vissero per sempre felici e contenti’ frase che racchiude in bella vetrina il possesso respingendo qualsiasi attenzione alla persona, qualsiasi affettuosità e qualsiasi forma di legame amoroso. Il possesso è il mostro con mille occhi e mille mani che avvinghia la preda e la soffoca. Non serve vivere forme di possesso estremo, basta anche solo far sentire in colpa la persona per la libertà che prova a mostrare, ricattandola e accusandola di non saper amare. Provate ad immaginare un oggetto in una bella teca trasparente in cui tutti possono ammirarlo ma nessuno può toccare, l’oggetto esiste nel mondo ma non può interagire con il mondo. Provate a pensare agli animali di un circo in cui mostrano il loro lato addomesticato ma non la loro vera natura. Siete sicuri che non state vivendo in una teca o in un circo?

lo sguardo di spore poetiche

Nella realtà in cui viviamo, uno dei sinonimi di amore è possesso. A riprova di ciò la cronaca giornaliera fornisce esempi di uomini che, incapaci di accettare la “perdita” della donna “amata”, sfogano il dolore del possesso perduto attraverso crimini violenti e delittuosi.

L’esclusività del compagno/a parrebbe essere prerogativa intrinseca di una relazione. Se non fai, ti comporti, agisci per dimostrare il tuo amore nei miei confronti, allora il tuo sentimento è falso. Chi non ha mai usato simili espressioni o se l’è sentite rivolgere come atto d’accusa dal partner? L’insicurezza si fa imperante, e la’ltro diviene la cause delle proprie mancanze.

Una relazione sana, al contrario, si fonda su libertà e rispetto. Bisogni e necessità del partner dovrebbero essere l’occasione per conoscersi e progredire assieme. Un veicolo per raggiungere la complicità e vivere la scoperta dell’intimità come un gioco.

Relazionarsi significa affidarsi all’altro/a senza snaturare il proprio essere; senza riversare sul partner il bisogno che questi si faccia carico del vuoto creato dall’insicurezza; senza creare un legame basato sull’inganno.

Relazionarsi è guardare la propria immagine riflessa negli occhi dell’altro/a.

Verne – Novembre

[…]

Venivi dall’atrio del cuore

portando le chiavi del sole

domani faremo l’amore

e niente potrà mai cambiare.

Di questo rimase il rumore

d’un sogno che come nel mare

s’infrange su nere scogliere

d’un nero che può cancellare.

Si dice che il sogno dell’uomo

è far sì che il proprio domani

sia senza calar del Sole

ma dimmi com’è senza amare?

Ma i sogni son figli del cuore

creati in quanto dolore

spogliati della lor ragione

per questo mandati a morire.

Verne – Materia (2006) Carmelo & Giuseppe Orlando, Massimiliano Pagliuso

Ho visto 4 concerti dei Novembre: Treviso, Milano, Padova, Dinkelsbühl. Ricordo ancora il primo, al New Age. Era il tour di presentazione di Novembrine Waltz, e i Novembre dividevano il palco con altri gruppi metal italici. E il sottoscritto era lì, in quello strano incrocio del New Age in cui ingresso dei camerini, bagni e bancone del bar convergevano in un unico punto. Ero lì. In attesa di una birra e dell’esibizione della prossima band. Sentii una gran pacca sulla spalla e girandomi, pronto per “mandare in mona” quello che credevo fosse un amico in vena di scherzi, mi ritrovai davanti Carmelo che mi disse Grande! Gran bella maglietta.

È difficile spiegare, a chi non segue la musica heavy metal, lo strano rapporto che c’è tra le band e i fan. È difficile spiegare la gioia di un ragazzo (poco più che ventenne) che si ritrova davanti al muso la faccia sorridente di uno dei suoi idoli. Ed è difficile spiegare quanto siano importanti, per i metallari, le magliette. Sono un tratto distintivo, un veicolo per trasmettere, oltre all’amore per un genere, anche le sensazioni/emozioni che un gruppo rappresenta.

Conservo ancora quella maglietta. Dopo 20 e più è ancora intatta, salvo per il colletto strappatosi dopo un concerto dei Grave Digger. L’ho conservata perché ho molti ricordi legati a essa e ai Novembre. Ricordi che si tramutano in sorrisi, e non solo. E per uno abituato a non conservare oggetti tangibili del passato, è davvero un fatto singolare. Singolare come la musica dei Novembre.

GUERRA E PACE

La guerra è fredda
La guerra è limitata
La guerra è endemica
La guerra è ciclica

La pace è calda
La pace è contrattata
La pace è labile
La pace è ciclica

E noi che siamo esseri liberi
Un ciclo siamo macellati
E un ciclo siamo macellai
Un ciclo riempiamo gli arsenali
E un ciclo riempiamo i granai

Un ciclo gli arsenali
Un ciclo i granai
Un ciclo macellati
Un ciclo macellai

La pace è guerra
Con spreco di licenze
La guerra è pace
Con spreco di ordinanze

E noi siamo felici esseri liberi
Carne
Solo per caso, raramente
Qualche cosa d’altro
Un ciclo siamo macellati
E un ciclo siamo macellai
Un ciclo riempiamo gli arsenali
Un ciclo riempiamo i granai

Un ciclo macellati
E un ciclo macellai

La guerra è fredda
La guerra è limitata
La guerra è endemica
La guerra è ciclica

La guerra è un limite per le nostre escursioni
La pace è un limite per le nostre emozioni

La guerra è un limite per le nostre escursioni
La pace è un limite per le nostre emozioni

CCCP – FEDELI ALLA LINEA

05-04-…

Oggi è l’anniversario di due morti. Due musicisti capaci di segnare la mia, e non solo, crescita. Due esponenti di un genere, il grunge, che, come pochi altri, ha saputo tramutare in note la rabbia esistenziale.

Il 05 aprile 1994 Kurt Cobain si toglie la vita con un fucile. Il 5 aprile 2002 Layne Staley si toglie la vita con l’ennesima pera.

Kurt e i Nirvana sono stati il primo grande amore musicale. Staley e gli Alice in Chains sono venuti dopo. E mentre i Nirvana sono divenuti nel tempo una colonna sonora saltuaria, gli Alice in Chains sono una continua scoperta. La voce di Staley sofferente e ipnotica continua a rapirmi e trascinarmi in luoghi riflessivi e vivi.

Oggi è il ricordo del genere musicale della mia generazione. Un tuffo nel passato rimasto presente.

P.S. di Kurt ho già parlato in precedenza, se ti va di leggere il mio ricordo clicca al seguente link: https://sporepoetiche.wordpress.com/2022/01/30/lo-sai-chi-e-morto/

Ho lasciato liberi i commenti per sapere se ti sei mai avvicinato/a al grunge, e se hai ricordi in merito. Scrivili pure, mi farebbe molto piacere 🙂

brucia

Il bosco ancora brucia. Il fronte non è più quello di due giorni fa, ma il bosco comunque brucia.

L’aria è ora respirarabile, i monti sono di nuovo visibili, e all’orizzonte non si intravedono più lingue di fuoco come la scorsa notte.

L’acqua invece puzza di fumo. Non scherzo. Apri il rubinetto e la zaffata impesta il bagno. Mentre faccio la doccia mi pare di lavarmi in una nube di cenere, per quanto forte è l’odore. Di berla, non se ne parla.

Longarone brucia, scrivono i giornali e anche stamattina, mentre aspetto il sorgere del sole sorseggiando caffè, dal terrazzo osservavo i pennacchi di fumo salire verso il cielo.

Il bosco brucia per il terzo giorno di fila, e la pioggia sembra un miraggio.

Seta

Scritta in un pomeriggio nevoso, Seta racconta dei silenzi indagatori; delle vertigini nate nei propri pensieri; della bellezza nello sfiorarsi.

Scrissi questi versi ripensando a uno sguardo femminile lontano nel tempo. Uno sguardo perduto, mai scordato.

SETA

È nella lucidità specchiatasi nell’iride

se riesco a compitare frasi e ragionamenti

di forma compiuta.

per giungere a ciò

faticai arrovellandomi tra stupidi demoni insaziabili,

e pensieri preconfezionati saccheggiati

alle ignave passanti.

Ho tessuto una trama talmente fitta

negandomi ogni min imo spiraglio di sole,

guadagando, al contempo, chiarezza in punto croce.

Se nelle giornate morte sembro spento,

non straziarmi l’anima.

Rammenta di quando confezionammo

questo nuovo stato

intessuto di piacevoli ricordi. Quel giorno

la neve si fece fitta, e il tuo sorriso candido;

il fuoco lambiva le vesti,

e le mie carezze per te erano seta.

Alessandro Chiesurin – Viscerotica

Seta è presente in VISCEROTICA, disponibile in tutte le piattaforme di vendita libri. Oppure puoi chiedere una copia con dedica compilando il modulo CONTATTI.

Photo by Alexander Krivitskiy on Pexels.com

lo sai chi è morto?

«Lo sai chi è morto?». Ero appena rientrato da scuola in uno stato di tristezza incazzata e mia madre pronunciava queste parole cercando di cogliere una reazione in me. Senza risponderle pensai Non può trattarsi di D. Non così presto.

Ieri sera, mentre pulivo salotto e cucinino ho inserito nel lettore il cd de In Utero – sì, ascolto ancora i compact disc – e alle prime note di Serve the servants la mente mi ha proiettato nell’estate del 1993 e al primo impatto con il grunge. Forte, intenso, liberatorio. Finalmente incontro sonorità capaci di descrivere il mondo che mi esplode dentro e faccio tabula rasa di tutto quello che avevo ascoltato in precedenza. Alice in Chains, Stone Temple Pilots e soprattutto Nirvana divengono compagni di viaggio e di emozioni, e quell’incontro segna il passaggio tra scuole medie e superiori e tutto quello che ne consegue.

Ricordo ancora l’emozione provata per In Utero. Da poco avevo compiuto 14 anni e l’uscita del nuovo album dei Nirvana rappresentava il più bel regalo di compleanno possibile. Furono 16 giorni di febbrile attesa ben ripagata quelli tra la mia “festa” e l’uscita dell’album, e quando finalmente arrivò la musicassetta in negozio, appena fui a casa ne feci una doppia copia per non sciupare l’originale. Con la voce di Kurt in sottofondo mi apprestavo a iniziare una nuova scuola in cui non conoscevo nessuno. E soprattutto cominciavo a confrontarmi con stati d’animo sempre più intensi.

E fu una mattina d’Aprile 1994, tra quelle nuove mura scolastiche, che un compagno di classe durante la ricreazione mi disse «lo sfigato di Cobain s’è sparato in testa. Solo agli sfigati come te possono piacere sfigati simili».

Non volli credergli. Abituato a subire scherzi cretini pensai fosse un nuovo modo escogitato dai soliti idioti per ferirmi. Con uno spintone lo mandai a espletare i propri bisogni e trovai rifugio in Bleach prima di riprendere le lezioni. Una strana sensazione però si era fatta strada in me putroppo e, nonostante la lotta interiore, la freddezza di quelle parole taglienti si fece più forte del mio desiderio di allontanare la realtà.

«Lo sai chi è morto?». Fu mia madre a porre la domanda appena rientrai a casa. Non può trattarsi di D. Non così presto pensai. Accesi la tv in cerca di un telegiornale e le parole di Dj Noise dette in ricreazione assunsero, purtroppo, concretezza.

In quel 5 Aprile 1994 il mio stato di tristezza incazzata si amplificò fragorosamente. La morte di Cobain rappresentò, oltre la perdita di un amico mai guardato negli occhi, la fine di certe illusioni. E quando mi capita di ripensare a lui e alla sua musica provo sempre un insieme di emozioni che vanno dalla tenerezza alla nostalgia canaglia.

Era l’estate 1993 quando la mia tristezza incazzata finalmente trovò il modo di esprimersi e, per quanto l’evidenza lo neghi, per me Kurt non è mai morto.

passo triste

passo triste

Mi sono accorto del suo passo triste perché è inverno. Fa freddo.

Quando esco a correre, verso le 5.30 del mattino, lei è una delle poche persone che incontro lungo il tragitto.

Testa bassa e sguardo pensieroso, attira la mia curiosità perché, oltre a trasmettere una sensazione mesta, il suo camminare è una sfida continua al tempo. Ogni movimento è lento, quasi irritante, e in quella lunga pausa tra un moto della gamba e l’altro, è come se riversasse tutta la pesantezza di vivere. Una pesantezza misurata in lunghi e innaturali secondi.

Spesso la vedo dirigersi alla fermata dell’autobus e, un’ora dopo, quando sto terminando la mia corsa, la noto ancora lì, stazionante alla fermata, in attesa di un mezzo che, proprio come lei, sembra non avere fretta nell’avanzare.

Mi sono accorto di lei, e di quel suo passo triste, perché le temperature mattutine (o per meglio dire notturne in quanto il sole è ancora un miraggio lontano) sono stabili sotto lo zero, e mi domando cosa la spinga a sfidare il gelo, in attesa immobile, per oltre un’ora.

Forse le afflizioni di cui soffre sono più pungenti del vento che spira dal Cadore, e quindi l’aria le è d’aiuto per scacciare la negatività. Oppure, come al sottoscritto, passato lo sconvolgimento del primo impatto col freddo, si ricarica si vitalità. Chissà. Magari è solo pura apparenza creata dalla mia mente che vede ciò che non è, e fantastica su drammi inesistenti. Sarà.

Stamattina, comunque, il termometro segnava -4°C, e del suo passo triste non c’era traccia lungo le strade.

Novembre

Novembre è il mio mese preferito. Per i colori del bosco. Per i cieli pallidi e le prime nevicate. Per le foglie morte e le gelate. Per il clima che si respira prima del gelido inverno. Per i ricordi piacevoli che sempre mi evoca, e per la malinconia di cui è ammantato. E poi ci sono i Novembre, capaci di tradurre in modo fantastico quella stessa nostalgia.

Immagina di

Immagina di correre.

Immagina di scaricare la tensione, la rabbia, la stanchezza e la pigrizia a ogni passo.

Immagina l’alba stia per fare capolino, ma la notte è ancora in pieno possesso dell’orizzonte.

E poi la vedi.

Una figura rannicchiata a terra in una tela cerata per proteggersi dal freddo autunnale, o distesa su una panchina. E con essa le borse, a fare da argine al vento, contenenti un’intera esistenza. Custodi di averi preziosi. Testimoni di sogni rubati.

La figura è lì, proprio davanti a te. Dormiente. Cosa fare? Continuare a correre, magari cambiando tragitto, o fermarsi?

La sveglieresti chiedendole se ha bisogno di aiuto (ma cosa le puoi offrire, e in che modo?), o la lasceresti riposare perché, come ti suggerisce la mente, svegliarla in piena notte potrebbe scatenare una reazione incontrollata figlia della paura e dello spaesamento. Tu cosa faresti?

Se fosse uomo o donna la tua reazione sarebbe la stessa?

E se rifiutasse il tuo aiuto, come ti sentiresti? E come reagiresti?

Qualche giorno fa è mi è capitato un fatto singolare

Qualche giorno fa è mi è capitato un fatto singolare che ha confermato un’idea che mi frulla in testa da un po’.

Vendo una batteria per macchina fotografica tramite un portale. Prenoto il ritiro per la spedizione, e il corriere tarda di un giorno per il ritiro (sarebbe dovuto presentarsi il venerdì ma passa solo nel tardo pomeriggio di lunedì – sabato e domenica non li conto). Nonostante ciò, il pacco al mattino di martedì è già dalle parti di Salerno e, essendo partito dalla provincia di Belluno, è una cosa assai incredibile. Nel mezzo tra partenza e arrivo mi becco una serie di messaggi dell’acquirente perché teme di essere stato truffato. Per fortuna la batteria arriva, e il tutto finisce bene con soddisfazione da parte di entrambi.

A sorprendermi, oltre alla velocità con cui il pacco ha viaggiato, è l’impazienza dell’acquirente. Questo nuovo modo di acquistare on-line ha “asfaltato” pazienza e lentezza. Non importa che il prodotto sia importante o una cianfrusaglia, l’obbligo è che arrivi subito altrimenti chissà cosa può succedere.

E così nella mia testa mi frulla l’idea che l’unica vera rivoluzione concreta di internet è quella di averci trasformato in consumatori alienati, e insofferenti. L’attesa è divenuto un fastidio, e ad avvalorare ciò mi basta leggere molte recensioni di locali pubblici in cui si critica la lentezza nel servire il piatto in tavola (come se le pietanze non avessero bisogno di essere cucinate e dietro non ci fosse il lavoro di una o più persone).

Internet ci sta privando dell’attesa, e delle riflessioni che ne scaturiscono, ingabbiandoci all’interno di algoritmi capaci di scovare i nostri punti deboli. Ci sta ingannando con la promessa di renderci “importanti” grazie ai nostri commenti, e ai desideri esauditi a portata di clic. Ci sta trasformando in esseri passivi in una realtà virtuale.

Nell’ultimo periodo queste, e altre riflessioni, mi hanno portato a rivalutare il mondo di internet e il comportamento dell’essere umano. A volte mi scopro di essere radicale nei giudizi e nei pensieri ma, proprio grazie agli aspetti più estremi, riesco a cogliere più sfumature e meditare.

Ho bisogno di lentezza e realtà concreta, e credo siano due aspetti avulsi a internet.


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Sangue impazzito

Uomini, domenica

che gente che allegra va

risveglia la città

dormono le fabbriche

in giro ancora io

vivo non lo so

e incontro anche te

che corri a pregare un po’ Dio

la strada la so…

e penso che un tempo quel tempio era mio

e mi chiedo perché un giorno ho detto addio.

Corro via, ma non so se

fuggire o rincorrere

qualcosa forse chi

sono qui e dentro me

sangue impazzito che

mi spinge fino a voi

correte di più

sognando un futuro così

vi guardo da qui

e penso che un tempo quel campo era mio

e mi chiedo perché un giorno ho detto addio.