La sensazione

La sensazione di vivere per qualche ora sopra le nuvole è indescrivibile. Percepisci il mondo sommerso, e la vastità del cielo ti seduce.

Non ricordo quando ho scattato questa fotografia, ma tra quei monti e quei boschi ci sono cresciuto. Ho incontrato personaggi singolari, e molti animali selvatici, alcuni dei quali inaspettati.

Una sera, mentre fischiettavo soddisfatto lungo il sentiero, mi sono trovato al cospetto di un’aquila reale. Immensa e maestosa, altre parole non ho per descriverla. E per un istante provai il brivido del sentirmi preda.

Vivere in cima al mondo ti insegna la semplicità, e ti fa percepire la leggerezza. Altro non serve.

un’immagine, una sensazione

Un’immagine, una sensazione.

C’è stato un periodo della mia vita in cui mi piaceva andare al mare in autunno/inverno.

La sensazione di pacifica solitudine valeva più di ogni altra cosa, e assistere ai tramonti invernali era realmente un piacere.

Tra le centinaia di fotografie scattate in quei momenti, questa sottostante è una delle preferite. Per i colori tenui. Per la schiuma marina. Per il peschereggio solitario come me.

Bibione – inverno

Stamattina la pioggia era furiosa

Tra le 4 e le 5, stamattina, la pioggia er furiosa. Pareva volesse fare tabula rasa. L’acqua non basta a togliere il sudiciume, serve anche una mano decisa e operosa.

Poi è arrivato il vento arrogante. La pioggia furiosa s’è placata, e l’ululato ha inghiottito tutto.

È piacevole ascoltare l’irruenza di pioggia e vento; si ha quasi la sensazione che, allungando le braccia e mulinando le mani, si possa afferrare quella potenza e usarla per ripulire i pensieri.

«Sei rigido» mi dicono a volte ma, se così fosse vero, quello stesso vento che spirava stamattina m’avrebbe spezzato.

«Mi piego» sono solito dirmi «adattandomi al tumulto che impera conscio che, non appena Eolo si sarà placato, riprenderò la mia forma originale, ma con nuova consapevolezza».

E mentre il vento mi piega, guardo la mia realtà da nuove prospettive, e scruto la mia profondità servendomi della superficialità altrui.

Stamattina la pioggia er furiosa quanto me, e il vento ha tentato di spezzarmi, inutilmente.

È vero, a volte sono rigido, e nella mia rigidità mi piego gli eventi, assecondandoli.

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Sono affascinato dai luoghi spopolati

Sono affascinato dai luoghi spopolati in cui il passaggio dell’essere umano è però ancora tangibile. Percepire il silenzio delle strade vuote. Osservare le case dalle porte sprangate, e i negozi dalle saracinesche abbassate. Questo vuoto apparente mi affascina perché ha quel sapore di incompiuto che tanto adoro.

E potrei descrivere a parole le sensazioni provate durante i miei pellegrinaggi nel vuoto e nel silenzio, ma sarebbero superficiali. Vi lascio qualche fotografia scattata tra i palazzi di Bibione, nota meta turistica del Veneto Orientale e, nel caso la curiosità di vedere altri miei scatti sia molesta, potete fare una visita al mio profilo instagram.

E a voi piacciono i luoghi spopolati?

i miei occhi

Stamattina guardavo i miei occhi allo specchio. E nello scrutarli, oltre al verde acqua intenso, leggevo i pensieri annidati nell’iride.

Non sono un tipo da autocelebrazioni, sarei più propenso a rimanere defilato o a non prendermi mai sul serio (è un modo per rimanere coi piedi per terra, e per scansare paure e timori), comunque, leggevo i pensieri attraverso il filtro dell’iride, e mi sono detto: «hai creato qualcosa di bello, e di diverso» – riferito al mio ultimo libro: Viscerotica.

Prima di investire tempo e denaro in questo progetto ho rifiutato 4 proposte da parte di case editrici, l’ultima in ordine cronologico specializzata in poesia italiana e internazionale, perché due erano indecenti, le altre perché non soddisfacevano a pieno le mie esigenze.

Ci crediate o meno, ho dedicato tre anni a questo piccolo e intenso volume, modificando versi e scartando poesie che, a ben vedere, erano poco inerenti all’idea primigenia.

Sì, i miei occhi dicevano questo stamane, e narravano di come sia giunto a pubblicare un simile lavoro attraverso travagli e pensieri messi a nudo.

Viscerotica è nata in un periodo, uno dei più intensi e dolorosi [lavorativamente parlando].

Ero impantanato in un lavoro in cui subivo mobbing e, ciliegina sulla torta, mi sentivo con una persona che, inconsapevolmente, mi “impediva” di essere me stesso. Un ex rappresentante sindacale sottomesso a lavoro, e in procinto di rotolare verso una storia che lo stava per soffocare… niente male come premessa per un nuovo lavoro letterario!

Viscerotica è nata lì, nel momento in cui mi sono detto «mai più» e, guardandomi allo specchio come ho fatto stamane, ho lasciato liberi i pensieri, le paure, i disagi. E in quel marasma che vorticava nella mia testa è uscito un unico suono: Viscerotica.

È nato prima il titolo, poi la “letteral-cosa” che conclude il volume. È nato il bisogno impellente di riprendere energie, ed esternare ciò che, fino al punto di rottura, avevo tenuto soffocato e represso.

E da questo inizio doloroso, e intenso, settimana dopo settimana sono venute alla luce poesie che parlano di sessualità, e di corporalità. Di sentimenti denudati, e di desideri urgenti.

Viscerotica è una silloge sul desiderio maschile (il mio lato maschile), e sulla carnalità perché, lo si accetti o meno, è nella carne che il desiderio si manifesta, e si fa concreto.

Il desiderio si fa carne, che a sua volta si fa poesia; la poesia si fa me, che a mia volta mi faccio sensualità.

I miei occhi verde acqua dicevano tutto ciò stamane, e potrei sintetizzare questa serie di pensieri con un’unica parola: Viscerotica.

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i miei occhi

Cosa c’è di bello a Miane?

Cosa c’è di bello a Miane? È una domanda a cui non riesco a rispondere. Attrattive turistiche ce ne sono poche, salvo la natura. Quindi, se non sei disposto/a a faticare, il bello finisci per ignorarlo, e ti ritrovi a guardare un paese anonimo come tanti.

Amici e conoscenti rimangono sempre interdetti a queste mie parole, ma è così.

In mia difesa però posso dire quanto sia bella Miane d’autunno – per la precisione nel periodo compreso tra il post-vendemmia e i primi giorni d’inverno.

Nelle giornate serene, in cui il sole si dimostra clemente, i boschi e le viti si vestono con colori caldi e ti rapiscono lo sguardo col loro manto fatto di sfumature verdi e rossicce. In quelle giornate ti sembra di camminare all’interno di un giardino creato su vasta scala.

E che dire dei suoi boschi? Li ho percorsi in lungo e in largo sia di giorno, sia di notte; col sole, e con la pioggia; durante le nevicate, e quando le nuvole scendevano a valle senza remore serrandomi all’interno di una cinta grigia e impalpabile. Sì, i suoi boschi sono stupendi, soprattutto quelli di castagni (sono ghiotto di marroni e castagne e sin da bambino mi diverto a raccoglierle).

E poi ci sono i monti. C’è stato un periodo in cui, uscito da lavoro, mi preparavo un pasto veloce e poi salivo al Monte Crep per consumarlo ammirando il tramonto farsi notte. Mi piaceva vedere la pianura veneto-friulana illuminarsi, e percorrere il tragitto di ritorno accompagnato dai raggi lunari o dl chiarore delle stelle con in sottofondo i versi degli animali notturni.

Quegli stessi monti che, se sai quando è il momento giusto per salirci, riesci a stupirti per il panorama che ti si presenta davanti. Una vista che si estende dai Colli Euganei fino alle coste dalmate, con una tappa intermedia (e doverosa) sulla laguna veneta in cui, grazie ai raggi solari, risplende la cupola di San Marco.

Lo so, ma in concreto, cosa c’è di bello a Miane? È difficile rispondere. È il mio paese natale, e i molti ricordi annebbiano il giudizio. È come un dente un poco guasto: se lo lasci tranquillo dimentichi la sua presenza, ma se vai a stuzzicarlo con la lingua è capace di farti patire le pene dell’inferno. E Miane è così, se scavo troppo a fondo nella sua bellezza finisco per trovare anche il marcio. Ma in questo momento voglio dedicarmi al bello, e tralascio le storie oscure.

Comunque, se devo rispondere alla fatidica domanda con un luogo fisico specifico, faccio il nome di un’attrattiva celata nel bosco e a cui si arriva con una bella scarpinata (ed è una fortuna così in pochi la raggiungono): il Pont de la Val d’Arch. Cos’è? Ti basta guardare la fotografia scattata qualche anno fa, vale più di mille parole.

Pont de la Val d’Arch

E di bello, a Miane, c’è l’atmosfera silenziosa tipica delle nevicate abbondanti (ahimè sempre più rare). Camminare nel bosco e sentire quel magico crepitio prodotto dagli scarponi sulla neve fresca. Guardare il mondo fermarsi per lo stupore, e sentire il rumore dei rami spezzati dal troppo carico.

E c’è molto altro ancora. Luoghi, poco frequentati, che conservo per me perché custodi di ricordi. Se un giorno dovessimo trovarci di fronte a una birra potrei raccontare aneddoti degni di essere ascoltati. Storie di personaggi assurdi, e situazioni esilaranti; momenti tragici, e figure quasi epiche.

A Miane c’è questo e altro, ma cosa ci sia di (a)effettivamente bello ancora non l’ho capito, e forse è giusto così.

Piccola curiosità: il grande poeta Andrea Zanzotto dedicò una poesia a Campea (una delle frazioni di Miane) e, se fosse vivo, senza troppi giri di parole gli chiederei: «’scolta qua Andrea, caxo atu vìst de bel a Campea? Spiegame ‘n pòc parchè mi son teston».


Lecco dita grondanti umore

Lecco dita grondanti umore

e sapori intrisi di piacere.

La schiena inarcata

mi offre i tuoi spasimi

caldi, salati.

Ancora qualche battito cardiaco prolungato

a trattenere un ritmo forzoso, e poi l’oblio.

che mondo piatto e monotono senza i Judas Priest

Di luce e di oscurità, la mia silloge, è possibile (tra l’altro) acquistarla QUI

una parte del mio corpo che amo

Una voce a transistor blatera

Una voce a transistor blatera che andrà tutto bene, sarà…

Intanto conto le ore inclinate che scivolano verso il baratro delle domande esistenziali: è un passatempo come altri.

Il cane al di là dalla strada festeggia il passaggio dei bambini e ulula alle sirene d’emergenza sfreccianti sull’asfalto. Uno scopo esistenziale lui ce l’ha.

Passa un uomo e mi racconta della propria scala acquistata in un tempo in cui non ero ancora apparso: è soddisfatto. Decifro il suo italiano balcanizzato e lo invito a tornare per scoprire l’arte d’un maestro metallico: mi rendo utile nel processo creativo.

Avete mai notato la dilatazione dei pomeriggi di fine primavera? Appaiono un nastro di gomma essiccato sull’asfalto.

Ieri è stata una bella giornata (ma non quanto quella odierna) e tutto quel splendore l’ho in canalizzato in un unico suono: ah! – Vi sfido a produrre una sintesi più eloquente e ristretta di questa.

Samantha (o la breve narrazione di una serata trascorsa in compagnia di una giovane donna che indossò sfumature alla Buio Omega)

Facendo pulizia di vecchi file ho trovato le annotazioni conseguenti a un appuntamento al buio. Avevo dimenticato questo avvenimento e, rileggendo le poche informazioni scritte a suo tempo, mi domando perché abbia abbandonato la divertente pratica di conoscere persone a caso, privandomi così della possibilità di incontrare ragazze caratterizzate da singolari peculiarità.

Innanzi tutto tengo a precisare che Samantha, il nome della protagonista, è di pura finzione; siamo usciti un’unica volta e la messaggistica, prima e dopo l’incontro, è durata poche settimane è perdonabile, quindi, questa mia dimenticanza (amnesia ben diversa dall’oblio in HO SCORDATO IL NOME DELLA RAGAZZA CON CUI SONO USCITO PER MESI). In compenso ricordo la sua provenienza, Mogliano Veneto, e della gonna plissettata nera e corta indossata per l’appuntamento (particolare di rilevante importanza nel proseguo della vicenda).

La storia ruota attorno alla stessa città: Conegliano. Una mattina, mentre faccio colazione in un bar mai frequentato prima incontro casualmente X, ex compagno delle superiori. Parlando del più e del meno gli racconto di essermi lasciato alle spalle un periodo incasinato e di voler conoscere qualche nuova ragazza. Per magia spunta il nome di Samantha con tanto di numero telefonico. È l’amica di un’amica e pure lei sembra alla ricerca di novità sento se le va che le giri il tuo numero. Trascorrono due giorni dall’incontro con X e la trama di sms con Samantha prende forma.

Ci facciamo una birra a Conegliano, mi scrive, ma incontriamoci fuori dal centro così ci facciamo una passeggiata. Al sottoscritto va bene, e stabiliamo luogo e ora per l’incontro.

Samantha si rivela molto carina e, come già accennato in precedenza, indossa gonna e maglietta nera anonima, e un giubbetto di pelle (vi lascio indovinare il colore). I capelli, mori e lunghi, li ha raccolti in una treccia adagiata sulla spalla sinistra.

È distante il pub? A una ventina di minuti, dico. Bene io sto davanti tu guidami… questo breve dialogo avviene dopo esserci presentati. Troppo confuso per rimanere interdetto faccio come Samantha desidera e, se escludo le volte in cui si gira per controllare che il distanziamento di due metri sia rispettato (la ragazza aveva forse previsto le normative in merito Covid19 con 10 anni d’anticipo?!), le uniche parole intercorse vertono esclusivamente sulle istruzioni impartitele per raggiungere il locale.

Al pub la sinfonia sembra ripetersi. Si aggira cercando il tavolino ideale e intanto mi spedisce a ordinare due birre.

Ti ho accennato che sono disoccupata nei messaggi? Sì, le dico sedendomi di fronte. Oggi ho fatto un colloquio. E come è andato? È per un posto in un’impresa di pompe funebri. La domanda postale era differente ma evito di sottolinearlo per non inimicarmela dopo dieci secondi. L’idea di vestire e truccare i cadaveri mi eccita una casino (parole sue, giuro). Benedetto sia il gestore che arriva con tempestività a servirci le birre interrompendo un discorso che, successivamente, riesco a indirizzare verso una lista di argomenti più consoni a una conversazione qualunquista. Esci da una storia complicata; cosa hai studiato; credi agli oroscopi e menate varie.

Facciamo un brindisi a noi due? Molto volentieri, dico e noto il modo con cui afferra il boccale. Samantha lo avvolge con le mani come si fa con una tazza di cioccolata calda per infondere tepore alle mani. Senti come è fredda questa birra, dice seria, chissà se anche i cadaveri lo sono altrettanto.

Accantoniamo le teorie freudiane in materia di Eros e Thanatos e concentriamoci sulla mia fantasia. Mi figuro Samantha intenta a strusciarsi languida e sensuale su un morto (rigido pure lì) e la mia libido decide di abbandonare il mio, di corpo breve cronaca di un’erezione mancata.

A cosa stai pensando? Lo vuoi proprio sapere, le chiedo. Non serve credo di immaginarlo e forse… [sorriso compiaciuto]. Siamo due tipi dalla fervida immaginazione, le dico. Decisamente, dice e inizia a raccontare vicende minori concernenti la storia d’amore che ha appena concluso, tediandomi come mai m’era capitato.

Le birre finiscono, come i suoi racconti, e ci avviamo verso il parcheggio. Di nuovo chiede di fare strada lasciando il sottoscritto nelle retrovie distanziato di un metro, stavolta.

Mi hai guardato il culo prima? Se dicessi di no mentirei, rispondo. Bene perché voglio che mi guardi il culo mentre camminiamo, e felice come una bimba solleva la gonna mettendo in mostra le mutandine viola (gesto che compirà ripetutamente). Qualcosa riprende vita e non mi riferisco al cadavere menzionato in precedenza. Arriviamo alle automobili e la serata sembra svoltare in meglio. Ci scambiamo qualche bacio e alcune carezze, poi mi invita a salire sulla sua vettura.

Scusami se non ti faccio un pompino anche se ne avrei voglia ho già un amico di scopate e mi basta non vorrei incasinare troppo la mia vita. Va bene, le dico, non mi sembra di avertelo chiesto. E lei sorride allo stesso modo di quando eravamo in birreria: il sangue mi si gela, e qualcos’altro appassisce con codardia. Spero proprio mi assumano all’agenzia di pompe funebri ci tengo così tanto. Te lo auguro, le dico. Che carino, esclama baciandomi e ci salutiamo. Salgo nella mia macchina e la guardo scrivere un sms, poi se ne va (mi verrebbe da dire per sempre, ma…).

Se non avessi annotato i punti salienti di questa breve serata, di Samantha (chissà per quale motivo evitai di scrivermi il suo nome, ero convinto di rivederla?) avrei dimenticato tutto: dalle mutandine viola, alla gonna plissettata; dalla treccia corvina, allo sguardo nero e intenso – ma al contempo vuoto. Avrei scordato lo scambio di messaggi che perdurò qualche settimana in cui mi narrò lo stato della sua vita amorosa/sessuale, e di come l’agenzia di “becchinaggio” rifiutò la sua candidatura; delle paranoie dovute alla disoccupazione, alle foto del suo culo inviatemi perché, come amava ripetere, desiderava non lo dimenticassi. Ma, in un file intitolato “sangue freddo” ho ritrovato tutto ciò e, rileggendo l’andamento di quell’appuntamento, la sua figura è ritornata con prepotenza a invadermi la mente. Solo una cosa manca per completare questo quadro: avrà esaudito la fantasia necrofila che si portava appresso?

Conegliano, via Giovanni Battista Cima

Cosa mi rimane di Refrontolo

Cosa mi rimane di Refrontolo se non qualche tramonto rubato da fotografie sgranate. Il soggetto ritratto: i monti in cui sono cresciuto. E poi i pensieri annotati nei taccuini neri, divenuti in seguito spunti per poesie e racconti. E ancora le attese frementi dopo una telefonata mattutina di Manola. Stasera vengo a cena da te, si, salgo da Treviso, porto la pizza. E quelle ore di attesa trascorrevano lente e dilanianti come le promesse mai mantenute, tra me e Manola. Nonostante la forte attrazione. Nonostante il desiderio pulsante. Un ponte sospeso nel vuoto. E ancora il profumo di pane, al mattino, quando uscivo di casa. Impregnava la piazza. E mi precipitavo al forno, vinto dall’aroma, per prendere qualche pagnotta calda e croccante. E al contempo mi rimane il ricordo della processione composta da curiosi nel giorno successivo all’alluvione del 2 agosto. Zombie ciondolanti verso il luogo del disastro. La morbosità è silenziosa. Mai visto prima un numero così copioso di persone riunite per carpire qualche segreto alla Morte.

E ho ancora con me quei taccuini neri in cui è annotato il disagio esistenziale di un ragazzo che cercava risposte. Sempre; e comunque. E quando ripenso a Refrontolo, oltre alle fotografie, alle labbra di Manola, al profumo di pane, rivedo quel buco oscuro in bilico tra i vigneti e i boschi trevigiani. Un piccolo e profondo cratere con vista sui monti in cui sono cresciuto.


DIAFONIE. MICROFISICA DEI PICCOLI GESTI edita da Ofelia Editrice non è più disponibile on-line essendo fallita la casa editrice ma, nel caso tu sia interessto/a, ho ancora qualche copia con me 🙂

Le mie poesie le trovi QUI

cosa mi rimane 2
vista sulle Prealpi dal mio vecchio terrazzo

Le pause pranzo, in questo periodo, le trascorro al parco

Le pause pranzo, in questo periodo, le trascorro al parco. Oggi ho patate lesse ricoperte di curcuma e peperoncino, e annaffiate con olio piccante. Il fatto è che ieri sera, uscito dal luogo in cui trascorro le ore diurne, invece di andarmene a casa spedito, e avere il tempo così di prepararmi il pranzo per il giorno dopo (e cioè oggi), mi sono incontrato con V, F, ed E – F è rimasto poco con noi, ma questa è un’altra storia.

Noi tre superstiti siamo andati a bere qualcosa in un bar “un po’ così”, verrebbe da dire. Arriva la cameriera e decanta con magnificenza le lodi della nuova macchina per fare le spremute che decido di prenderne una vinto dal fascino femminile anche se, a dirla tutta, non è che mi piacesse tanto – la cameriera intendo. Ne vuoi una anche tu? ha chiesto rivolta a V, al ché V le ha spiegato che non può assumere agrumi e così ha ordinato dell’acqua frizzante – per la cronaca E ha ordinato uno spritz. La cameriera, prima di sparire, ha precisato che non ci sono gli agrumi nelle spremute che servono lì così, per farla breve, ho bevuto una spremuta d’arancia senza agrumi e ora posso vantarmi di ciò. Quando la cameriera è ricomparsa con l’acqua, la spremuta senza agrumi e lo spritz di E, per una associazioni logica di mancanze abbiamo deciso che quello era uno spritz senza spritz e lo abbiamo immortalato con uno scatto. E tutto questo lo sto dicendo per spiegare il motivo per cui non mi sono preparato il pranzo perché ieri sera non avevo voglia di cucinare e dopo la spremuta senza agrumi mi sono fermato a prendere una pizza vicino casa. Erano settimane che non mi fermavo a prendere la pizza vicino a casa e voi starete pensando sia poco buona. Invece no, la fanno divinamente ma ci vado poco perché la proprietaria mi sconquassa gli ormoni e quando entro mi faccio immancabilmente sogni porno tra gli impasti delle pizze e le mozzarelle che, a pensarci bene, possono richiamare – nelle menti malate come la mia – parti anatomiche del corpo femminile assai invitanti.

E questo è il motivo per cui oggi pasteggio con patate lesse (cucinate mentre facevo colazione) ricoperte di curcuma e peperoncino, e annaffiate con olio piccante. E mentre mangio beato e rilassato, mi guardo attorno e registro i soliti volti. C’è la coppia di nonni assieme al nipotino provenienti da qualche repubblica ex sovietica. Sono nato quando esistevano ancora la Jugoslavia, la Cecoslovacchia, e l’Unione Sovietica, ed è difficile per me rappresentarle mentalmente divise, e così mi riferisco sempre a ex e post senza indagare quale sia la reale nazionalità di questi due anziani. E tra i diversi frequentatori del parco c’è il ragazzo di origine ecuadoregna (nella mia testa è così, potrebbe discendere da genitori boliviani ma anche in questo caso non indago) che aspetta lui. Lui, poco dopo, passa in bicicletta e mi augura buon appetito. Lo fa sempre. È educato e mi regala sempre sorrisi. Ma non si ferma, deve andare dal cliente per concludere la transizione. Si intrattiene dal ragazzo di origine ecuadoregna il tempo di consegnare la merce, tracannare una birra, e farsi un sorso di vodka, per poi ripartire nella direzione opposta da cui è arrivato spiegando che qualcun altro lo sta già aspettando. E mentre mangio le patate lesse ricoperte di curcuma e peperoncino, e annaffiate con olio piccante, mi domando quando si deciderà a fermarsi pure da me. Se gli gira bene potrebbe allargare il suo giro di clienti. Comunque, finite le patate, mi sbuccio una mela e leggo un po’ prima di ritornare nel luogo in cui trascorro le ore diurne. E mi domando se queste righe abbiano senso o meno. Un po’ come la vita. Un po’ come il motivo per cui mangio poca pizza.


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il parco in cui trascorro le pause pranzo

Ritratto distratto

Se ne sta distesa sul bancone sorreggendo la testa con la mano a formare un triangolo equilatero. Lo sguardo annoiato rivolto ai passanti completa il quadro.

Sopra la di lei testa, appeso alla parete a cui dà le spalle, un maxi schermo proietta una partita di hockey. Tizzi scivolano con maestria sul ghiaccio rincorrendo un dischetto. Lo colpiscono con mazze a forma di L altrettanto annoiata. Nella postazione collocata alla di lei destra, il collega scruta un piccolo monitor agitando febbrilmente le dita. Pare poco propenso a intavolare una discussione, sia pure superficiale. E lei pare arenarsi nel tedio.

Io, passando con andatura spedita, nell’istante di un’occhiata memorizzo più dettagli possibile.

Lei ha i capelli mori raccolti in uno chignon imperfetto. Il collega indossa occhiali, e sfoggia una sottile striscia di barba che, correndo da basetta a basetta, ricopre il mento. Forse è solo un gioco della memoria che tenta di ingannarmi creando l’immagine ideale. La noia di lei però è autentica. Come lo è il rosso dominante all’interno del negozio, e i cellulari esposti sugli scaffali.

Getto un ultimo sguardo distratto verso il monitor. Sopra, tizi sul ghiaccio si scambiano effusioni maschili. Sotto, lei si abbandona al tedio. Alzo il bavero del cappotto e aumento il passo per ripararmi dal vento gelido. Come lei, da postazione differente, rivolgo ai passanti uno sguardo annoiato. Inconsapevolmente, rientro nel quadro.


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