SPALANCATI AI MIEI OCCHI

E se mi chiedi di incanalare le energie

spalancati ai miei occhi

e lasciati leccare.

Da tempo immemore queste labbra

reclamano i tuoi sapori.

Peronami, il desiderio romantico poco mi si confà,

preferisco languire tra ruvido sporco

e oscena quotidianità.

Ho l’anima carnale e il membro etereo,

e un desiderio lascivo di riempirti la bocca

con sconce verità.

Alessandro Chiesurin – Spalancati ai miei occhi (Viscerotica, 2021)

Spalancati ai miei occhi è presente in Viscerotica nata di getto come lo è la passione bruciante. Spero vi piaccia e vi inviti a scoprire Viscerotica.

oscenità del giudizio

L’articolo di oggi è particolare. È un componimento a 4 mani, o doppio sguardo se preferisci. È il frutto di un’interazione tra il sottoscritto e il blog Le Dritte di Simo. Di cosa parla? A te scoprirlo anche se, già dal titolo, qualcosa lo potresti intuire. Non aggiungo altro se non Buona Lettura e un piccolo suggerimento: vai a scoprire il mondo di Simo, non te ne pentirai!

lo sguardo di le dritte di simo

Con il termine Giudizio, nel linguaggio comune, si intende un’affermazione verbale o scritta che non ha il fine della sola constatazione di fatto ma che esprime una valutazione sulle qualità o il merito di una persona o di una cosa. La scuola insegna che i giudizi finali si basano su un rendimento dell’alunno, non certo sul carattere dell’alunno o su come lui stesso vive la vita o come vorrebbe viverla. Dare un giudizio sullo stile di una persona, sul suo vivere la vita, sui comportamenti che assume o sugli atteggiamenti che mostra, ha una derivazione religiosa. Si giudica spesse volte le scelte altrui che non seguono una direzione ‘devota’ e rispettosa della parola di Dio. Tutto ciò che contrasta viene addirittura definito peccaminoso. Quindi chi ammette l’adulterio, il divorzio, l’aborto, oppure chi fa scelte che si distanziano da quelle comune, viene accusato e diventa un bersaglio, facile, da disprezzare e condannare. Ognuno si erge a protettore di una legge sacra. Ma chi sono questi giudici? Perché il loro giudizio viene inteso come verità assoluta? L’importanza che si dona al giudizio supera qualsiasi coscienza e incatena il libero arbitrio. Gli uomini sono portati al giudizio continuo e sono anche timorosi di ricevere giudizio. La severità con cui si giudica travalica ogni limite. L’ansia da giudizio porta l’essere umano a vivere con la sensazione che l’altro lo criticherà e giudicherà qualsiasi cosa faccia, quindi evita di essere sotto il mirino di osservazione sopprimendo purtroppo la sua spontaneità e la sua libertà.

Il giudizio è una lama sottile che taglia la comuni

Con il termine Giudizio, nel linguaggio comune, si intende un’affermazione verbale o scritta che non ha il fine della sola constatazione di fatto ma che esprime una valutazione sulle qualità o il merito di una persona o di una cosa. La scuola insegna che i giudizi finali si basano su un rendimento dell’alunno, non certo sul carattere dell’alunno o su come lui stesso vive la vita o come vorrebbe viverla. Dare un giudizio sullo stile di una persona, sul suo vivere la vita, sui comportamenti che assume o sugli atteggiamenti che mostra, ha una derivazione religiosa. Si giudica spesse volte le scelte altrui che non seguono una direzione ‘devota’ e rispettosa della parola di Dio. Tutto ciò che contrasta viene addirittura definito peccaminoso. Quindi chi ammette l’adulterio, il divorzio, l’aborto, oppure chi fa scelte che si distanziano da quelle comune, viene accusato e diventa un bersaglio, facile, da disprezzare e condannare. Ognuno si erge a protettore di una legge sacra. Ma chi sono questi giudici? Perché il loro giudizio viene inteso come verità assoluta? L’importanza che si dona al giudizio supera qualsiasi coscienza e incatena il libero arbitrio. Gli uomini sono portati al giudizio continuo e sono anche timorosi di ricevere giudizio. La severità con cui si giudica travalica ogni limite. L’ansia da giudizio porta l’essere umano a vivere con la sensazione che l’altro lo criticherà e giudicherà qualsiasi cosa faccia, quindi evita di essere sotto il mirino di osservazione sopprimendo purtroppo la sua spontaneità e la sua libertà.

Il giudizio è una lama sottile che taglia la comunicazione quotidiana di una persona piano piano e che lacera fino in profondità. Fa sanguinare e paradossalmente quel dolore che si sente lo si trasforma non in forza per migliorarsi ma in remissione e compiacimento verso chi giudica. Il senso di inadeguatezza deriva dalla persona stessa che non si sente all’altezza di una situazione o di un dire. Parte da una sfiducia in se stessi dando l’arma direttamente agli altri. Pone figuratamente e non solo la persona su un gradino inferiore, innalzando ad un livello spudoratamente superiore il cosiddetto giudice. Pensare a quanto si dà importanza a questo o a quel giudizio sulla propria persona potrebbe far reagire, oppure sottomettere. Si è così concentrati a vedere le sottomissioni in altri ambiti e biasimarle, che non ci si accorge di porre noi stessi in una condizione di schiavitù nei confronti degli altri. Riflettere e agire sono le uniche azioni da compiere.

cazione quotidiana di una persona piano piano e che lacera fino in profondità. Fa sanguinare e paradossalmente quel dolore che si sente lo si trasforma non in forza per migliorarsi ma in remissione e compiacimento verso chi giudica. Il senso di inadeguatezza deriva dalla persona stessa che non si sente all’altezza di una situazione o di un dire. Parte da una sfiducia in se stessi dando l’arma direttamente agli altri. Pone figuratamente e non solo la persona su un gradino inferiore, innalzando ad un livello spudoratamente superiore il cosiddetto giudice. Pensare a quanto si dà importanza a questo o a quel giudizio sulla propria persona potrebbe far reagire, oppure sottomettere. Si è così concentrati a vedere le sottomissioni in altri ambiti e biasimarle, che non ci si accorge di porre noi stessi in una condizione di schiavitù nei confronti degli altri. Riflettere e agire sono le uniche azioni da compiere.

lo sguardo di spore poetiche

Denudarsi: un’azione semplice ma, al contempo, carica di emozioni. Un gesto che, nel momento in cui lo si compie, si ammanta di pensieri contrastanti capaci di soffocare la libertà di cui il gesto è portatore.

La nostra società si basa sul giudizio. A prima acchito ciò è positivo. È lo stimolo che ci permette di progredire, di evolvere. Purtroppo però, il giudizio, è usato non per misurare i miglioramenti personali atti all’auto miglioramento, ma bensì per stilare classifiche in cui l’altro è un competitore. Il giudizio diviene, per cui, il metro di misura di una società competitiva. E quando la vita quotidiana si trasforma in una continua gara per surclassare l’altro, il giudizio ha vita facile nell’insinuarsi nella nostra realtà, trasformando intaccando ogni nostra sfera esistenziale.

Credo sia capitato a chiunque, almeno una volta nella vita, di essersi sentito/a a disagio nell’istante in cui si apprestava a entrare in intimità con una persona capace di destabilizzargli/le i sensi. Chissà se sarò all’altezza delle sue aspettative, speriamo non noti quel brutto neo che ho sulla schiena, le mie forme/misure lo/la deluderanno?

Nell’istante in cui decidiamo di metterci in gioco, svelandoci all’altra persona, il giudizio figlio di una società competitiva si presenta sull’uscio limitando la nostra libertà, soprattutto durante il sesso. Perché? Semplicemente perché il sesso è la forma più prorompente di libertà.

I nostri istinti e desideri si manifestano con più ardore proprio nel momento del coito, e nella vertigine dell’amplesso, diveniamo esseri incontrollabili. Può una società in cui controllo e giudizio sono sinonimi, permettere che il caos generatore di libertà, si manifesti nella sua naturale semplicità? Credo di no, e proprio attraverso la condanna di certi atti e pratiche attraverso giudizi netti e taglienti, instilla in noi la paura. Una paura figlia del giudizio perché ci sarà sempre qualcuno/a pronta a criticare il fatto di non essere all’altezza del compito assegnato; di non conformarsi alle regole; di essere troppo alto o troppo basso; di essere gentile nei momenti sbagliati, e cattivo nei momenti meno opportuni; di sentirsi libero/a di godere della propria sessualità; e di qualsiasi altra cosa.

Il giudizio è un’arma a doppio taglio perché, da un lato ci impedisce di vivere a pieno la vita seguendo il proprio istinto; e dall’altro la possiamo rivolgere verso gli altri come è stata puntata verso di noi. E se nel momento in cui mi denudo, con l’intento di spogliarmi di ogni inibizione, mi sento giudicato/a da colui a cui mi do, il rapporto che andrà a crearsi in quel momento non sarà un’unione di intenti, ma bensì uno scontro per ottenere una medaglia.

La prima faccia della medaglia sarà caratterizzata dal bisogno spasmodico di essere riconosciuto/a – e per ottenerla sarò costretto/a a snaturare il mio essere. La seconda faccia rappresenterà la pura ricerca del piacere personale – un atto egoistico in cui l’altra persona si tramuta in mezzo per raggiungere l’obiettivo.

Credo che il giudizio ci privi di quella naturale libertà di cui il sesso è portavoce. Con un continuo bisogno di catalogare ogni nostro gesto e pensiero, il giudizio costruisce attorno a noi gabbie da cui poi facciamo fatica a evadere. E nel mentre ci denudiamo, convinti/e di svelarci all’altro, inconsciamente indossiamo strati su strati di paure e castrazioni.

Seta

Scritta in un pomeriggio nevoso, Seta racconta dei silenzi indagatori; delle vertigini nate nei propri pensieri; della bellezza nello sfiorarsi.

Scrissi questi versi ripensando a uno sguardo femminile lontano nel tempo. Uno sguardo perduto, mai scordato.

SETA

È nella lucidità specchiatasi nell’iride

se riesco a compitare frasi e ragionamenti

di forma compiuta.

per giungere a ciò

faticai arrovellandomi tra stupidi demoni insaziabili,

e pensieri preconfezionati saccheggiati

alle ignave passanti.

Ho tessuto una trama talmente fitta

negandomi ogni min imo spiraglio di sole,

guadagando, al contempo, chiarezza in punto croce.

Se nelle giornate morte sembro spento,

non straziarmi l’anima.

Rammenta di quando confezionammo

questo nuovo stato

intessuto di piacevoli ricordi. Quel giorno

la neve si fece fitta, e il tuo sorriso candido;

il fuoco lambiva le vesti,

e le mie carezze per te erano seta.

Alessandro Chiesurin – Viscerotica

Seta è presente in VISCEROTICA, disponibile in tutte le piattaforme di vendita libri. Oppure puoi chiedere una copia con dedica compilando il modulo CONTATTI.

Photo by Alexander Krivitskiy on Pexels.com

La nuda luna risplende sconcia

La notte ha il fascino femmineo dell’imprevedibilità. Come la donna più seducente, regala momenti di pura passione ad altri di totale distacco.

E poi c’è la luna, presenza ammaliatrice ammaliatrice e incantatoria, seducente e distante.

La nuda luna risplende sconcia nasce da questi pensieri. Mi auguro vi piaccia e susciti curiosità verso il mio lavoro.

LA NUDA LUNA RISPLENDE SCONCIA

La nuda luna risplende sconcia per la mia voluttà

e il firmamento, laido giaciglio

si fa manto scurrile.

La notte va spogliata

inutile negarlo, e con fare malandrino

l’accarezzo baciandole le cosce.

Voglio imprimere la vastità della volta celeste

in un teneue pensiero;

e poi ingoiarlo.

Assaporare il suo gelido calore invernale,

e saziarmi.

Occhi notturni bisbigliando alla mia oscenità,

lascivi.

Ho denudato la notte, lo confesso,

ingoiando ogni singola stella in questo unico amplesso.

Viscerotica

Il nuovo libro di Alessandro Chiesurin

Viscerotica, con le sue poesie, racconta il rapporto di coppia fatto di eccessi, e sfumature. Con versi dolci e delicati, sfrontati e passionali, Viscerotica ti accompagna nell’erotismo morbido e sensuale per mostrare ciò che a volte desideri, ma non osi confessare.

Viscerotica è il lato raffinato del proibito e, poesia dopo poesia, ti seduce l’anima.


Immagina di spiare attraverso il buco della serratura.

Un brivido ti pervade la schiena, e la paura d’essere scoperto/a ti eccita tanto quanto l’ammirare il proibito.

Viscerotica è l’occhio che si dilata nello scoprire il segreto di ciò che gli è sempre stato negato.

Viscerotica è lo sguardo sull’istante in cui desiderio e curiosità si fondono in un unico caloroso abbraccio.

Viscerotica è la silloge della carne e del desiderio; della decadenza, e della passione.

Leggila, e il tuo sguardo su erotismo e poesia scorgerà nuovi orizzonti!

Scrivimi per ricevere una copia personalizzata!

Viscerotica, il nuovo libro di Alessandro Chiesurin, con le sue poesie, racconta il rapporto di coppia fatto di eccessi, e sfumature. Con versi dolci e delicati, sfrontati e passionali, Viscerotica ti accompagna nell'erotismo morbido e sensuale per mostrare ciò che a volte desideri, ma non osi confessare.
Viscerotica è il lato raffinato del proibito e, poesia dopo poesia, ti seduce l'anima


Viscerotica, il nuovo libro di Alessandro Chiesurin, con le sue poesie, racconta il rapporto di coppia fatto di eccessi, e sfumature. Con versi dolci e delicati, sfrontati e passionali, Viscerotica ti accompagna nell’erotismo morbido e sensuale per mostrare ciò che a volte desideri, ma non osi confessare.
Viscerotica è il lato raffinato del proibito e, poesia dopo poesia, ti seduce l’anima. [CONTINUA]

Oggi mi dedico a elencare le cose preferite, e non

Oggi mi dedico a elencare le cose preferite, e non.

Cose che non mi piacciono:

  • Gli estremisti
  • Il politicamente corretto
  • Il radicchio (soprattutto quello rosso)
  • Il melone
  • L’ananas (lo detesto)
  • I ragni (ho il terrore)
  • Le “maestrine”
  • I cazzari
  • I libri gialli/thriller (salvo rare eccezioni)
  • La Panda
  • Il sesso triste
  • Gli assembramenti
  • Le scorciatoie
  • Nel mio fisico: il neo sul braccio sinistro
  • Alzarmi tardi dal letto
  • Tom Hanks
  • L’immobilità
  • Le chiacchiere a vuoto
  • Il traffico
  • L’assenza di verde
  • I falsi miti
  • I/le radical chic
  • Passare sopra a un fiume

Cose che mi piacciono:

  • La montagna
  • Il sesso
  • Correre col buio per godere del silenzio e dell’incontro con gli animali selvatici
  • Gli estremi
  • L’erotismo
  • La complicità
  • Il caffè amaro
  • Il formaggio
  • Il pane
  • Le castagne
  • Camminare nel bosco sotto la pioggia
  • Fare il “mona” (per usare un’espressione veneta)
  • Andare al cinema
  • Il cinema in generale (soprattutto quello d’autore)
  • Il cinema di: Nanni Moretti, Eric Rohmer, Aki Kaurismäki, Ingmar Bergman, Pedro Almodovar, Takeshi Kitano
  • Yoga
  • La politica (anche se in certi momenti la detesto)
  • Le donne sincere e schiette, intelligente e argute
  • I drammi
  • Yukio Mishima
  • Il mare d’inverno
  • L’autunno
  • La scrittura (soprattutto per fare chiarezza con me stesso)
  • I colori: rosso, marrone, verde, grigio
  • Nel mio fisico: occhi, il neo sulla caviglia destra
  • Heavy metal e rock
  • La lettura
  • La filosofia orientale
  • Lo splatter
  • Reinventarmi
  • Il sorriso e lo sguardo di mia nipote
  • Stilare liste (lo faccio spesso)
  • La comicità, soprattutto quando è scomoda
  • Le tette (il mio unico e grande amore, assieme al caffè)

Sicuramente ho dimenticato molte cose, altre le ho omesse volutamente.

E voi, cosa amate o detestate?

foresta del Cansiglio

Oggi piove

Oggi piove, e l’aria è carica del gelo dovuto alla neve che arriverà. Lo so grazie alla solita sensazione lungo la spina dorsale. Il mio sensore personalizzato che indica cosa accadrà.

Oltre alla pioggia ci sono degli operai, dalla parlata trevigiana, al di là della vetrata. Fanno battute concernenti i frequentatori del Piave.

«I và in xerca de capełoni» e, sentendoli ridacchiare, la voglia di chiedere loro come facciano a essere così informati sulla materia, è tanta. Parlate per esperienza? Ma lascio perdere e ascolto le battute di basso rango a cui seguono risate forzate. Sentire lo straziante sarcasmo, e quel falso divertimento, mi stimola un unico pensiero: gettarli di peso nel Piave – ogni tanto mi scatta la sana violenza, è uno dei molti pregi che tendo a nascondere.

Ora si trovano sopra la mia testa, intendo al piano di sopra, e sistemano sedie e arredo per i vari uffici. Allestiscono una nuova realtà prossima all’apertura. E se salissi per immortalarli in una fotografia da caricare sul blog e dare così un impatto visivo a queste parole? Temo però, udite mio malgrado le battute con cui hanno riempito la mattinata di riferimenti fallici, sarebbero capaci di abbassarsi i pantaloni per mostrare la mercanzia e dare il tocco finale alla goliardata. Magari assumendo le stesse pose tenute dal sottoscritto, ‘l Dur, e J. C. di Pittsburgh qualche anno fa.

Siamo sulla A27, precisamente all’aera di sosta Piave Ovest, muniti di una macchina fotografica usa e getta, e in preda ai fumi dell’alcol. Stiamo tornando a casa dall’ennesimo concerto metal (non ricordo quale purtroppo) e nelle nostre menti annebbiate risuonano gli echi delle note metalliche. Ci facciamo una birra (giusto per mantenere il livello di sbronza), e ci sfondiamo con quello che in veneto amiamo definire panìn onto. J. C. di Pittsburgh emette un rutto degno di un a solo di Mike Terrana e controlla l’indicatore dei fotogrammi rimasti a disposizione. Carica la macchinetta e insiste per farci una foto stipati dentro la cabina telefonica. Esaltati dall’alcol eruttiamo la brillante idea di imprimere sulla pellicola sederi e testicoli lì, in una triste stazione di servizio alle 3 di notte urlando contro Satana e i camosci.

E poi le risate. Scoppiano fragorose e irresistibili – non come quelle degli operai sopra la testa. Le nostre sono sane e alcoliche, divertite e spensierate. Le risate esilaranti di chi immagina la faccia che farà lo sfortunato sviluppatore del rullino.

Era una notte nei primi anni del 2000 e, come oggi, l’aria era fredda e piovigginava un po’. Il metal era una costante di molte serate e noi, come bambini discoli, esibivamo i gioielli di famiglia fregandocene del mondo imprigionato fuori dalla cabina telefonica.


P.S. oggi comunque non piove, questo racconto l’ho scritto ieri


a proposito di Mike Terrana… inconfondibile alla batteria

Hanno previsto temporali

Hanno previsto temporali, per oggi,

poco male, mi bagnerò.

Il vero problema risiede

nell’incerta grammatica esistenziale

espressa dal fornaio.

Ci capiamo a stenti, direi mai,

e tappare quel buco allo stomaco

sempre più abisso, è impresa

ormai impossibile.

Vorrei terminare questa poesia

con dei versi alti, imponenti,

ma l’unica immagine degna di tali aggettivi

si esprime nelle tue gambe:

un metro e venti di vertigine.

Lecco dita grondanti umore

Lecco dita grondanti umore

e sapori intrisi di piacere.

La schiena inarcata

mi offre i tuoi spasimi

caldi, salati.

Ancora qualche battito cardiaco prolungato

a trattenere un ritmo forzoso, e poi l’oblio.

che mondo piatto e monotono senza i Judas Priest

Di luce e di oscurità, la mia silloge, è possibile (tra l’altro) acquistarla QUI

una parte del mio corpo che amo

Samantha (o la breve narrazione di una serata trascorsa in compagnia di una giovane donna che indossò sfumature alla Buio Omega)

Facendo pulizia di vecchi file ho trovato le annotazioni conseguenti a un appuntamento al buio. Avevo dimenticato questo avvenimento e, rileggendo le poche informazioni scritte a suo tempo, mi domando perché abbia abbandonato la divertente pratica di conoscere persone a caso, privandomi così della possibilità di incontrare ragazze caratterizzate da singolari peculiarità.

Innanzi tutto tengo a precisare che Samantha, il nome della protagonista, è di pura finzione; siamo usciti un’unica volta e la messaggistica, prima e dopo l’incontro, è durata poche settimane è perdonabile, quindi, questa mia dimenticanza (amnesia ben diversa dall’oblio in HO SCORDATO IL NOME DELLA RAGAZZA CON CUI SONO USCITO PER MESI). In compenso ricordo la sua provenienza, Mogliano Veneto, e della gonna plissettata nera e corta indossata per l’appuntamento (particolare di rilevante importanza nel proseguo della vicenda).

La storia ruota attorno alla stessa città: Conegliano. Una mattina, mentre faccio colazione in un bar mai frequentato prima incontro casualmente X, ex compagno delle superiori. Parlando del più e del meno gli racconto di essermi lasciato alle spalle un periodo incasinato e di voler conoscere qualche nuova ragazza. Per magia spunta il nome di Samantha con tanto di numero telefonico. È l’amica di un’amica e pure lei sembra alla ricerca di novità sento se le va che le giri il tuo numero. Trascorrono due giorni dall’incontro con X e la trama di sms con Samantha prende forma.

Ci facciamo una birra a Conegliano, mi scrive, ma incontriamoci fuori dal centro così ci facciamo una passeggiata. Al sottoscritto va bene, e stabiliamo luogo e ora per l’incontro.

Samantha si rivela molto carina e, come già accennato in precedenza, indossa gonna e maglietta nera anonima, e un giubbetto di pelle (vi lascio indovinare il colore). I capelli, mori e lunghi, li ha raccolti in una treccia adagiata sulla spalla sinistra.

È distante il pub? A una ventina di minuti, dico. Bene io sto davanti tu guidami… questo breve dialogo avviene dopo esserci presentati. Troppo confuso per rimanere interdetto faccio come Samantha desidera e, se escludo le volte in cui si gira per controllare che il distanziamento di due metri sia rispettato (la ragazza aveva forse previsto le normative in merito Covid19 con 10 anni d’anticipo?!), le uniche parole intercorse vertono esclusivamente sulle istruzioni impartitele per raggiungere il locale.

Al pub la sinfonia sembra ripetersi. Si aggira cercando il tavolino ideale e intanto mi spedisce a ordinare due birre.

Ti ho accennato che sono disoccupata nei messaggi? Sì, le dico sedendomi di fronte. Oggi ho fatto un colloquio. E come è andato? È per un posto in un’impresa di pompe funebri. La domanda postale era differente ma evito di sottolinearlo per non inimicarmela dopo dieci secondi. L’idea di vestire e truccare i cadaveri mi eccita una casino (parole sue, giuro). Benedetto sia il gestore che arriva con tempestività a servirci le birre interrompendo un discorso che, successivamente, riesco a indirizzare verso una lista di argomenti più consoni a una conversazione qualunquista. Esci da una storia complicata; cosa hai studiato; credi agli oroscopi e menate varie.

Facciamo un brindisi a noi due? Molto volentieri, dico e noto il modo con cui afferra il boccale. Samantha lo avvolge con le mani come si fa con una tazza di cioccolata calda per infondere tepore alle mani. Senti come è fredda questa birra, dice seria, chissà se anche i cadaveri lo sono altrettanto.

Accantoniamo le teorie freudiane in materia di Eros e Thanatos e concentriamoci sulla mia fantasia. Mi figuro Samantha intenta a strusciarsi languida e sensuale su un morto (rigido pure lì) e la mia libido decide di abbandonare il mio, di corpo breve cronaca di un’erezione mancata.

A cosa stai pensando? Lo vuoi proprio sapere, le chiedo. Non serve credo di immaginarlo e forse… [sorriso compiaciuto]. Siamo due tipi dalla fervida immaginazione, le dico. Decisamente, dice e inizia a raccontare vicende minori concernenti la storia d’amore che ha appena concluso, tediandomi come mai m’era capitato.

Le birre finiscono, come i suoi racconti, e ci avviamo verso il parcheggio. Di nuovo chiede di fare strada lasciando il sottoscritto nelle retrovie distanziato di un metro, stavolta.

Mi hai guardato il culo prima? Se dicessi di no mentirei, rispondo. Bene perché voglio che mi guardi il culo mentre camminiamo, e felice come una bimba solleva la gonna mettendo in mostra le mutandine viola (gesto che compirà ripetutamente). Qualcosa riprende vita e non mi riferisco al cadavere menzionato in precedenza. Arriviamo alle automobili e la serata sembra svoltare in meglio. Ci scambiamo qualche bacio e alcune carezze, poi mi invita a salire sulla sua vettura.

Scusami se non ti faccio un pompino anche se ne avrei voglia ho già un amico di scopate e mi basta non vorrei incasinare troppo la mia vita. Va bene, le dico, non mi sembra di avertelo chiesto. E lei sorride allo stesso modo di quando eravamo in birreria: il sangue mi si gela, e qualcos’altro appassisce con codardia. Spero proprio mi assumano all’agenzia di pompe funebri ci tengo così tanto. Te lo auguro, le dico. Che carino, esclama baciandomi e ci salutiamo. Salgo nella mia macchina e la guardo scrivere un sms, poi se ne va (mi verrebbe da dire per sempre, ma…).

Se non avessi annotato i punti salienti di questa breve serata, di Samantha (chissà per quale motivo evitai di scrivermi il suo nome, ero convinto di rivederla?) avrei dimenticato tutto: dalle mutandine viola, alla gonna plissettata; dalla treccia corvina, allo sguardo nero e intenso – ma al contempo vuoto. Avrei scordato lo scambio di messaggi che perdurò qualche settimana in cui mi narrò lo stato della sua vita amorosa/sessuale, e di come l’agenzia di “becchinaggio” rifiutò la sua candidatura; delle paranoie dovute alla disoccupazione, alle foto del suo culo inviatemi perché, come amava ripetere, desiderava non lo dimenticassi. Ma, in un file intitolato “sangue freddo” ho ritrovato tutto ciò e, rileggendo l’andamento di quell’appuntamento, la sua figura è ritornata con prepotenza a invadermi la mente. Solo una cosa manca per completare questo quadro: avrà esaudito la fantasia necrofila che si portava appresso?

Conegliano, via Giovanni Battista Cima

Telegramma

Perdemmo innumerevoli occasioni per sorridere stop e il gelo ora avvolge la luna stop come fiere notturne vaghiamo smarrite nelle tenebre stop e l’inutilità del tempo si ripiega su sé stessa stop foglie tremolanti stop rami spezzati stop siamo sussurri ciondolanti lungo le strade stop vi fu il secondo in cui smarrimmo l’ultima occasione per donarci un abbraccio stop e scambiarci caldi umori stop l’eco dei tuoi sospiri vela il novilunio dell’istante passato stop e impreco contro quella luna gelida e beffarda stop rimango così stop immobile nella futilità di vigliacche parole stop mentre un lampione disegna ombre allungate stop

Cleo

Disse di chiamarsi Cleo; non indagai oltre. Mai ho saputo il vero nome e, di lei, ho perso ogni contatto. Proveniva dal sud e a separarci, oltre al vissuto personale, c’erano 17 anni di differenza. Lei ne aveva circa 40, io ero poco più che ventenne. Ero uno sbarbatello, ma consapevole di esserlo.

Ci ritrovammo, senza troppi giri di parole, nudi e disposti a consumare un desiderio furioso all’interno della sua automobile avvolti in una passione fulminea iniziata con qualche carezza e poco altro. E fu mentre ero intento ad assaporare le sue calde labbra che il marito telefonò.

La reazione istintiva fu di staccarmi dalla parte nobile di quel corpo voluttuoso ma, con impeto furioso, Cleo mi ricacciò la testa tra le gambe pregandomi di continuare mentre parlava con il proprio uomo. Dove sei, cosa fai, con chi sei, quando rientri. Queste erano le domande a cui la udii rispondere. Quesiti che accesero la mia curiosità più della stessa carica erotica in cui ero invischiato. Salutò il marito spegnendo il cellulare poco prima di raggiungere l’orgasmo, e subito dopo chiese di essere penetrata perché desiderava raggiungessi il mio, di traguardo, tra le sue cosce. La mia impresa fu tutt’altro che epica, da sbarbatello quale ero la vista di tale abbondanza sensuale mi procurò vertigini imperiose e un orgasmo repentino. Con la stessa velocità con cui venni, ci rivestimmo alla ricerca di un contegno formale. Fu durante quei semplici gesti che Cleo mi raccontò la propria storia.

Da qualche anno si era trasferita seguendo il marito e il miraggio di un posto di lavoro. Lui s’era reinventato la propria esistenza nel bellunese grazie alla nuova occupazione e alle conoscenze derivanti da questa; lei no. Solo un’amica, tra l’altro corregionale, pareva disposta ad ascoltare i suoi pensieri e a condividere i momenti vuoti della giornata, e nessun altro. Nonostante la famiglia, Cleo si sentiva sola.

Per un lungo periodo, mi confidò, era precipitata in un vuoto privo di emozioni e stimoli. Ero depressa, disse candida candida, e riuscii a trovare uno spiraglio di luce durante una serata in discoteca. Un ragazzo la invitò a ballare, dopodiché si ritrovarono a fare sesso appartati in un parcheggio. Lì ho ricominciato a vivere, disse con malizia ripensando al momento, e per me è iniziata una nuova fase esistenziale tendente alla ricerca di un piacere che prima mi era negato. Mi raccontò del nuovo amico, un trentenne di Cortina con cui trascorreva ogni fine settimana (lasciando figlio e marito a casa), e divenuto presenza stabile nella sua routine; e mi elencò i nomi degli altri ventenni (come il sottoscritto) amanti passeggeri di breve o lunga durata – giovani brandelli esistenziali per una Madame Bovary del XXI secolo.

Come altre esperienze significative della mia vita ho rimuginato spesso sugli istanti di quella serata e, nei primi tempi, ricordo di aver pensato a Cleo appellandola – molto stupidamente – con un epiteto poco signorile. Ero incapace di immedesimarmi. Ero inadatto ad affrontare la questione da uomo. In seguito, accumulando esperienze e raffinando l’empatia, quella stessa espressione che un tempo aveva un’accezione negativa, è divenuta per me sinonimo di libertà e spensieratezza. Trascorsi quasi 20 anni quel ricordo è ora piacevole quanto lo è stata quell’esperienza di libertà, per molti poco convenzionale, trasmessami da Cleo.

Lei fu una delle prime donne a condividere con me, oltre ai piaceri della carne, i propri tormenti vissuti anche attraverso le esperienze sessuali.

Lei fu una delle prime donne a denudare la propria anima per me. Ora, e lo dico con lo stesso candore delle sue confidenze, mi piacerebbe sapere se il sogno di ritornare a Caserta si sia avverato, e se quel mal de vivre che la spingeva a ricercare la compagnia di giovani uomini si sia mai placato. Mi piacerebbe conoscere il suo vero nome, per dare a questo ricordo nuove sfumature, ma, più di ogni altra cosa, desidererei le arrivasse questo racconto per sussurrarle all’orecchio che la sua conoscenza, seppur breve, ha toccato comunque la mia esistenza.

I miei racconti li trovate QUI!

La mia prima educazione sessuale (e il 3° principio della Dinamica)

La mia prima educazione sessuale la devo a due riviste: Lettere di donne e Lettere confidenziali. Due mensili (o forse settimanali) ricchi di racconti molto esplicativi e di nudi femminili ancor più chiarificatori.

A fornirci (passo al plurale perché non ero solo in questa avventura) queste prelibatezze di letteratura da bassa manovalanza erano i genitori di C – intendiamoci, non è che lo facessero con fini reconditi, semplicemente possedevano una vasta gamma di quelle riviste (erano sparse ovunque in casa) e a noi ragazzini bastava allungare una mano per farle nostre.

A quattordici anni divoravamo (pensandoci credo sia stata la mia prima seria lettura) questi racconti in cui le donne descrivevano il proprio piacere ottenendolo mediante: dildo; vibratori; palline vaginali; muratori; idraulici; commessi; e un’ampia gamma di maschi occupati nelle mansioni più comuni – per la serie: il godimento della porta accanto. Leggevamo a turno una rivista, o uno specifico racconto, e poi ne discutevamo come nei migliori club letterari, commentando le varie immagini scoprendo così i gusti altrui.

E poi c’erano le videocassette. Paprika di Tinto Brass era il film più gettonato assieme a La bestia di Walerian Borowczyk, senza escludere gli innumerevoli nastri di pornografia con protagoniste Moana e Cicciolina, due vere icone di quegli anni.

Per farla breve, E & M, veri e propri libertini, vivevano immersi tra giochi sessuali ed erotismo da libero mercato esibendo il tutto senza pudore alcuno, esattamente come nelle altre case venivano esposti soprammobili tristi e impolverati. Ogni oggetto sessuale faceva parte integrante dell’arredamento e, varcando la soglia di quella curiosa dimora, oltre a riviste e filmografia hard, si veniva colpiti da statuine più o meno esplicite, caraffe dalle forme falliche, e tanti altri ninnoli volutamente pensati per infrangere qualsiasi tabù. Per noi ragazzini quello era il Paradiso!

Puntualizziamo: lasciate fuori dalla porta le pedanterie moralistiche e calatevi nei panni di ragazzini curiosi di capire il proprio corpo e i segreti del sesso. Nell’intero arco scolastico ho avuto “2” lezioni di educazione sessuale, entrambe in quegli anni. La prima, mentre frequentavo la seconda media, fu tenuta dalla professoressa Albina M. la quale ignorò le esigenze delle nostre compagne e parlò esclusivamente dell’eiaculazione notturna nei ragazzi. Il succo del suo discorso si può riassumere in tal modo: ora siete nell’età della riproduzione e tanti saluti. La seconda lezione avvenne due anni dopo, durante l’occupazione dell’istituto tecnico che frequentavo. Dei diciottenni spiegarono a noi sbarbatelli come indossare un preservativo. Fine. Prima, durante, e dopo ci fu esclusivamente il vuoto cosmico da parte dei cosiddetti “adulti”, soprattutto nella sfera famigliare. Orbene, la terza legge di Newton (detta anche 3° principio della Dinamica) afferma che – mi si perdoni la faciloneria del linguaggio poco tecnico – se un corpo esercita una determinata forza su di un secondo corpo, questi risponderà al primo con una forza uguale e contraria. Per analogia, quindi, se il mondo “adulto” esercitava su noi ragazzini una forza misurabile in silenzio, a nostra volta rispondevamo con una forza uguale e contraria espressa in desiderio di apprendimento. È logico quindi ci fiondassimo in quella casa per soddisfare i nostri appetiti anche perché, è risaputo, nulla rimanere immutabile e due corpi sono soggetti a logoramento e/o caducità. Esattamente come si logorarono le pagine di Lettere di donne e Lettere confidenziali sfogliate con curiosa intensità: una forza vorace e inarrestabile al pari del desiderio di possedere quelle magnifiche donne ritratte in sontuosa nudità.

copertine varie

Cosa mi rimane di Refrontolo

Cosa mi rimane di Refrontolo se non qualche tramonto rubato da fotografie sgranate. Il soggetto ritratto: i monti in cui sono cresciuto. E poi i pensieri annotati nei taccuini neri, divenuti in seguito spunti per poesie e racconti. E ancora le attese frementi dopo una telefonata mattutina di Manola. Stasera vengo a cena da te, si, salgo da Treviso, porto la pizza. E quelle ore di attesa trascorrevano lente e dilanianti come le promesse mai mantenute, tra me e Manola. Nonostante la forte attrazione. Nonostante il desiderio pulsante. Un ponte sospeso nel vuoto. E ancora il profumo di pane, al mattino, quando uscivo di casa. Impregnava la piazza. E mi precipitavo al forno, vinto dall’aroma, per prendere qualche pagnotta calda e croccante. E al contempo mi rimane il ricordo della processione composta da curiosi nel giorno successivo all’alluvione del 2 agosto. Zombie ciondolanti verso il luogo del disastro. La morbosità è silenziosa. Mai visto prima un numero così copioso di persone riunite per carpire qualche segreto alla Morte.

E ho ancora con me quei taccuini neri in cui è annotato il disagio esistenziale di un ragazzo che cercava risposte. Sempre; e comunque. E quando ripenso a Refrontolo, oltre alle fotografie, alle labbra di Manola, al profumo di pane, rivedo quel buco oscuro in bilico tra i vigneti e i boschi trevigiani. Un piccolo e profondo cratere con vista sui monti in cui sono cresciuto.


DIAFONIE. MICROFISICA DEI PICCOLI GESTI edita da Ofelia Editrice non è più disponibile on-line essendo fallita la casa editrice ma, nel caso tu sia interessto/a, ho ancora qualche copia con me 🙂

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vista sulle Prealpi dal mio vecchio terrazzo

Borgo Piave

Capita associ persone (importanti o meno) a luoghi specifici, e credo sia una prassi comune a tanti e a tante.

Può essere il ricordo del primo bacio, oppure di un appuntamento tanto desiderato. Può capitare per un fatto spiacevole o traumatico, o per un avvenimento inspiegabile. Imprimiamo, in noi stessi, il volto di una persona in un luogo specifico per sprigionare la magia del ricordo. Perché, in fin dei conti, c’è qualcosa di magico nell’associazione volto-luogo. È un legame che crea sogni, visioni, emozioni.

Ne ho molti, di questi luoghi, e tutti sono associati a situazioni strane e simpatiche. L’ultimo, in ordine di arrivo, è un quartiere di Belluno: Borgo Piave. La “scoperta” è merito di I. che, durante una serata in cui rifuggivamo la presenza umana tra Longarone e Belluno, mi ha condotto in questo quartiere molto affascinante. Ci siamo distesi sull’argine del Piave, e lì abbiamo concluso la nottata parlando del più e del meno.

Dovete sapere che il rapporto con I. si può definire amicizia intima; e in questa amicizia il sesso è un’esperienza speciale. Se ci guardo dal di fuori, mi pare di osservare due bambini mentre compiono una marachella. Ridiamo spensierati scambiandoci aneddoti e racconti e, lo confesso, con lei il sesso è pura spensieratezza. Per me equivale a rilassamento fisico e intellettuale. E sorrido per questa associazione tra I. e Borgo Piave, un quartiere costruito a ridosso della sponda destra del Piave che ti invita a salire a Belluno percorrendo a piedi il centro storico ricco di angoli sinuosi e vicoletti dai lineamenti misteriosi.

Sorrido perché il Piave è parte costante della mia vita. Mio padre è cresciuto a stretto contatto (lato sinistro) con questo fiume, e da tre anni ci vivo vicino pure io. Tra i tanti aneddoti legati al fiume caro alla Patria, nella provincia di Treviso è importante precisare da che lato si proviene. Destra Piave sta a indicare la pianura, l’accento veneto molto marcato nella parlata, e un’apertura mentale che si riscontra meno per chi è nato nella Sinistra, come il sottoscritto. E, tra questi aneddoti, ce n’è uno in particolare con protagonista mio padre.

In gioventù (lo confessò una sera) i carabinieri gli sequestrarono tre Guzzi e 7 barra 8 automobili (il numero esatto non lo ricordava) perché si divertiva a partecipare/organizzare gare clandestine sul letto del fiume interessato dall’estrazione di ghiaia. E quando gli chiesi che fine fecero quei bolidi, papà –ridendo come un bambino colto sul fatto mentre compie una marachella– rispose che forse erano ancora nel deposito dell’Arma. «Mi vergognavo troppo per andare a riprenderli –al tempo erano meno fiscali– e così» disse divertito «dopo ogni sequestro, mi compravo un’altra moto o una macchina». E mi fa ridere ripensare al suo volto mentre mi raccontava le imprese al volante perché ho lo stesso sguardo bricconcello mentre ripenso ai giochi con I., colei che, in una notte passata a zonzo tra Longarone e Belluno, mi portò a Borgo Piave per fuggire dal marasma umano imprimendo così un nuovo ricordo nella mia mente già satura di associazioni bislacche.

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Le pause pranzo, in questo periodo, le trascorro al parco

Le pause pranzo, in questo periodo, le trascorro al parco. Oggi ho patate lesse ricoperte di curcuma e peperoncino, e annaffiate con olio piccante. Il fatto è che ieri sera, uscito dal luogo in cui trascorro le ore diurne, invece di andarmene a casa spedito, e avere il tempo così di prepararmi il pranzo per il giorno dopo (e cioè oggi), mi sono incontrato con V, F, ed E – F è rimasto poco con noi, ma questa è un’altra storia.

Noi tre superstiti siamo andati a bere qualcosa in un bar “un po’ così”, verrebbe da dire. Arriva la cameriera e decanta con magnificenza le lodi della nuova macchina per fare le spremute che decido di prenderne una vinto dal fascino femminile anche se, a dirla tutta, non è che mi piacesse tanto – la cameriera intendo. Ne vuoi una anche tu? ha chiesto rivolta a V, al ché V le ha spiegato che non può assumere agrumi e così ha ordinato dell’acqua frizzante – per la cronaca E ha ordinato uno spritz. La cameriera, prima di sparire, ha precisato che non ci sono gli agrumi nelle spremute che servono lì così, per farla breve, ho bevuto una spremuta d’arancia senza agrumi e ora posso vantarmi di ciò. Quando la cameriera è ricomparsa con l’acqua, la spremuta senza agrumi e lo spritz di E, per una associazioni logica di mancanze abbiamo deciso che quello era uno spritz senza spritz e lo abbiamo immortalato con uno scatto. E tutto questo lo sto dicendo per spiegare il motivo per cui non mi sono preparato il pranzo perché ieri sera non avevo voglia di cucinare e dopo la spremuta senza agrumi mi sono fermato a prendere una pizza vicino casa. Erano settimane che non mi fermavo a prendere la pizza vicino a casa e voi starete pensando sia poco buona. Invece no, la fanno divinamente ma ci vado poco perché la proprietaria mi sconquassa gli ormoni e quando entro mi faccio immancabilmente sogni porno tra gli impasti delle pizze e le mozzarelle che, a pensarci bene, possono richiamare – nelle menti malate come la mia – parti anatomiche del corpo femminile assai invitanti.

E questo è il motivo per cui oggi pasteggio con patate lesse (cucinate mentre facevo colazione) ricoperte di curcuma e peperoncino, e annaffiate con olio piccante. E mentre mangio beato e rilassato, mi guardo attorno e registro i soliti volti. C’è la coppia di nonni assieme al nipotino provenienti da qualche repubblica ex sovietica. Sono nato quando esistevano ancora la Jugoslavia, la Cecoslovacchia, e l’Unione Sovietica, ed è difficile per me rappresentarle mentalmente divise, e così mi riferisco sempre a ex e post senza indagare quale sia la reale nazionalità di questi due anziani. E tra i diversi frequentatori del parco c’è il ragazzo di origine ecuadoregna (nella mia testa è così, potrebbe discendere da genitori boliviani ma anche in questo caso non indago) che aspetta lui. Lui, poco dopo, passa in bicicletta e mi augura buon appetito. Lo fa sempre. È educato e mi regala sempre sorrisi. Ma non si ferma, deve andare dal cliente per concludere la transizione. Si intrattiene dal ragazzo di origine ecuadoregna il tempo di consegnare la merce, tracannare una birra, e farsi un sorso di vodka, per poi ripartire nella direzione opposta da cui è arrivato spiegando che qualcun altro lo sta già aspettando. E mentre mangio le patate lesse ricoperte di curcuma e peperoncino, e annaffiate con olio piccante, mi domando quando si deciderà a fermarsi pure da me. Se gli gira bene potrebbe allargare il suo giro di clienti. Comunque, finite le patate, mi sbuccio una mela e leggo un po’ prima di ritornare nel luogo in cui trascorro le ore diurne. E mi domando se queste righe abbiano senso o meno. Un po’ come la vita. Un po’ come il motivo per cui mangio poca pizza.


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il parco in cui trascorro le pause pranzo