È la pioggia ad accompagnare il risveglio

È la pioggia ad accompagnare il risveglio. Silenti fragori si infrangono sull’esistenza ancora assopita e odo, in lontananza, una sirena. Lampi bluastri solcano ciò che rimane della notte.

Effettuo qualche profondo respiro, e attendo l’alba. I primi raggi solari si affacciano alle spalle dei monti alpagoti, e nuove onde sonore riempiono l’aria.

Seduto in silenzio passo in rassegna pensieri, ricordi e volti. Li guardo con occhi vigili e distanti. Osservo l’esistenza passata facendone tesoro accantonando giudizi e osservazioni. Nella continua rivoluzione del mio essere scopro nuove sfumature e antiche tonalità.

In questa continua rivoluzione del mio essere mi respiro, taciturno.

i monti dell’Alpago

Che sia per il profumo

Che sia per il profumo umido della pioggia, o per il lieve baluginio dei primi raggi solari ad accarezzare i monti, il mattino riserva sempre un lungo istante speciale.

Nel mio tragitto incontro lepri, caprioli, a volte cervi e, quando sono fortunato volpi e tassi. E le gazze? Sono ovunque con la loro irriverenza, per non parlare degli stormi di gracchi spudoratamente ciarlieri.

Tutto ciò è bellezza, ma non tanto affascinante come passeggiare o correre sotto la pioggia.

È una sensazione benefica. Ti sciacqua i pensieri rigenerando il corpo.

In ogni stagione faccio almeno un’uscita sotto la pioggia senza riparo alcuno e, se stai leggendo queste righe, ti invito a farlo. Giusto per amarti un po’.

(continua sotto l’immagine)

ADOTTA UN POETA

Proprio così, adotta un poeta o, per meglio dire, uno ei suoi componimenti. Un libro non sporca, non devi farlo uscire per fare i bisogni, e non o devi nemmeno sfamare! Anzi, ricambia la fiducia donandoti emozioni.

E allora, cosa aspetti? Adottami!

I miei componimenti li trovi a questo link: Amazon.it : alessandro chiesurin oppure puoi chiedermi di niviarti una copia direttamente a casa

Verne – Novembre

[…]

Venivi dall’atrio del cuore

portando le chiavi del sole

domani faremo l’amore

e niente potrà mai cambiare.

Di questo rimase il rumore

d’un sogno che come nel mare

s’infrange su nere scogliere

d’un nero che può cancellare.

Si dice che il sogno dell’uomo

è far sì che il proprio domani

sia senza calar del Sole

ma dimmi com’è senza amare?

Ma i sogni son figli del cuore

creati in quanto dolore

spogliati della lor ragione

per questo mandati a morire.

Verne – Materia (2006) Carmelo & Giuseppe Orlando, Massimiliano Pagliuso

Ho visto 4 concerti dei Novembre: Treviso, Milano, Padova, Dinkelsbühl. Ricordo ancora il primo, al New Age. Era il tour di presentazione di Novembrine Waltz, e i Novembre dividevano il palco con altri gruppi metal italici. E il sottoscritto era lì, in quello strano incrocio del New Age in cui ingresso dei camerini, bagni e bancone del bar convergevano in un unico punto. Ero lì. In attesa di una birra e dell’esibizione della prossima band. Sentii una gran pacca sulla spalla e girandomi, pronto per “mandare in mona” quello che credevo fosse un amico in vena di scherzi, mi ritrovai davanti Carmelo che mi disse Grande! Gran bella maglietta.

È difficile spiegare, a chi non segue la musica heavy metal, lo strano rapporto che c’è tra le band e i fan. È difficile spiegare la gioia di un ragazzo (poco più che ventenne) che si ritrova davanti al muso la faccia sorridente di uno dei suoi idoli. Ed è difficile spiegare quanto siano importanti, per i metallari, le magliette. Sono un tratto distintivo, un veicolo per trasmettere, oltre all’amore per un genere, anche le sensazioni/emozioni che un gruppo rappresenta.

Conservo ancora quella maglietta. Dopo 20 e più è ancora intatta, salvo per il colletto strappatosi dopo un concerto dei Grave Digger. L’ho conservata perché ho molti ricordi legati a essa e ai Novembre. Ricordi che si tramutano in sorrisi, e non solo. E per uno abituato a non conservare oggetti tangibili del passato, è davvero un fatto singolare. Singolare come la musica dei Novembre.

05-04-…

Oggi è l’anniversario di due morti. Due musicisti capaci di segnare la mia, e non solo, crescita. Due esponenti di un genere, il grunge, che, come pochi altri, ha saputo tramutare in note la rabbia esistenziale.

Il 05 aprile 1994 Kurt Cobain si toglie la vita con un fucile. Il 5 aprile 2002 Layne Staley si toglie la vita con l’ennesima pera.

Kurt e i Nirvana sono stati il primo grande amore musicale. Staley e gli Alice in Chains sono venuti dopo. E mentre i Nirvana sono divenuti nel tempo una colonna sonora saltuaria, gli Alice in Chains sono una continua scoperta. La voce di Staley sofferente e ipnotica continua a rapirmi e trascinarmi in luoghi riflessivi e vivi.

Oggi è il ricordo del genere musicale della mia generazione. Un tuffo nel passato rimasto presente.

P.S. di Kurt ho già parlato in precedenza, se ti va di leggere il mio ricordo clicca al seguente link: https://sporepoetiche.wordpress.com/2022/01/30/lo-sai-chi-e-morto/

Ho lasciato liberi i commenti per sapere se ti sei mai avvicinato/a al grunge, e se hai ricordi in merito. Scrivili pure, mi farebbe molto piacere 🙂

brucia

Il bosco ancora brucia. Il fronte non è più quello di due giorni fa, ma il bosco comunque brucia.

L’aria è ora respirarabile, i monti sono di nuovo visibili, e all’orizzonte non si intravedono più lingue di fuoco come la scorsa notte.

L’acqua invece puzza di fumo. Non scherzo. Apri il rubinetto e la zaffata impesta il bagno. Mentre faccio la doccia mi pare di lavarmi in una nube di cenere, per quanto forte è l’odore. Di berla, non se ne parla.

Longarone brucia, scrivono i giornali e anche stamattina, mentre aspetto il sorgere del sole sorseggiando caffè, dal terrazzo osservavo i pennacchi di fumo salire verso il cielo.

Il bosco brucia per il terzo giorno di fila, e la pioggia sembra un miraggio.

Prima lettera ai Tessalonicesi

[…] infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!» allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.


Prima lettera ai Tessalonicesi 5,2

La Bibbia la leggi? Si, ogni tanto la leggo, le dico.

Soddisfatta della mia risposta sfoglia Viscerotica posata sul banco, commenta qualche verso, e si sofferma sul Manifesto Viscerotico sociale che apre la silloge.

Sì, mi fa, qui ci sono anche gli insegnamenti di Nostro Signore nelle tue parole, le conosco bene io, e inizia una filippica sul male delle religioni, su chi dovrebbe scomparire dalla faccia della terra, di come la sessualità femminile sia differente da quella maschile, di come Adamo sia vissuto nella perfezione per 1000 anni finché non decise si sfidare gli insegnamenti di Dio andando incontro alla morte, di come l’evoluzione sia una grande farsa, e conclude il tutto con una profezia.

Segnati questo riferimento della Bibbia, mi dice, Prima lettera ai Tessalonicesi capitolo 5° versetto 2°, e segnati queste due parole: pace e sicurezza, perché, quando l’ONU pronuncerà queste due parole nella stessa frase allora il mondo come noi lo conosciamo finirà, Gesù risorgerà (perché lui ci ha dimostrato che è possibile) e inizierà il Regno di Dio, se saremo vivi in quel momento vivremo in eterno mentre i morti risorgeranno e Gesù li giudicherà.

L’ora del Regno di Dio è vicina, continua, io lo so perché nel mondo c’è chi ha già aperto gli occhi, Gesù sta raccogliendo i suoi apostoli, e quando ne avrà al suo fianco 144.000 allora sarà il momento, i primi 12 sono stati solo i primi, e ora è il momento degli altri. I Signori della Guerra sono figli di Satana, è lui che ha pianificato questa guerra ma, ormai, il suo tempo è finito e i suoi figli moriranno finché Gesù non li farà risorgere per giudicarli quando il Regno di Dio inizierà.

Ricordati delle mie parole, mi fa prima di andarsene, quando sentirai pronunciare pace e sicurezza dal rappresentante dell’ONU nella stessa frase allora, solo allora, il mondo come tutti noi lo conosciamo finirà.


Quando la persona di questo breve racconto mi ha chiesto se leggo la Bibbia, la risposta nella mia testa è stata: sì, la leggo perché sono solito incontrare persone che mi lanciano profezie anche con riferimenti biblici. Un tempo ero solito lasciarli andare, senza dar troppo peso ai racconti, ora invece mi soffermo sulle parole, e cerco di ricostruirle perché è sempre interessante capire con che sguardo gli altri guardano questo mondo. Sì, la leggo, soprattutto per soffermarmi brevemente sui pensieri altrui.

P.S. una delle ultime profezie a cui sono andato incontro riguardava Mario Draghi (e la si può leggere cliccando qui sopra), la prossima chissà quale tematica affronterà.

oscenità del giudizio

L’articolo di oggi è particolare. È un componimento a 4 mani, o doppio sguardo se preferisci. È il frutto di un’interazione tra il sottoscritto e il blog Le Dritte di Simo. Di cosa parla? A te scoprirlo anche se, già dal titolo, qualcosa lo potresti intuire. Non aggiungo altro se non Buona Lettura e un piccolo suggerimento: vai a scoprire il mondo di Simo, non te ne pentirai!

lo sguardo di le dritte di simo

Con il termine Giudizio, nel linguaggio comune, si intende un’affermazione verbale o scritta che non ha il fine della sola constatazione di fatto ma che esprime una valutazione sulle qualità o il merito di una persona o di una cosa. La scuola insegna che i giudizi finali si basano su un rendimento dell’alunno, non certo sul carattere dell’alunno o su come lui stesso vive la vita o come vorrebbe viverla. Dare un giudizio sullo stile di una persona, sul suo vivere la vita, sui comportamenti che assume o sugli atteggiamenti che mostra, ha una derivazione religiosa. Si giudica spesse volte le scelte altrui che non seguono una direzione ‘devota’ e rispettosa della parola di Dio. Tutto ciò che contrasta viene addirittura definito peccaminoso. Quindi chi ammette l’adulterio, il divorzio, l’aborto, oppure chi fa scelte che si distanziano da quelle comune, viene accusato e diventa un bersaglio, facile, da disprezzare e condannare. Ognuno si erge a protettore di una legge sacra. Ma chi sono questi giudici? Perché il loro giudizio viene inteso come verità assoluta? L’importanza che si dona al giudizio supera qualsiasi coscienza e incatena il libero arbitrio. Gli uomini sono portati al giudizio continuo e sono anche timorosi di ricevere giudizio. La severità con cui si giudica travalica ogni limite. L’ansia da giudizio porta l’essere umano a vivere con la sensazione che l’altro lo criticherà e giudicherà qualsiasi cosa faccia, quindi evita di essere sotto il mirino di osservazione sopprimendo purtroppo la sua spontaneità e la sua libertà.

Il giudizio è una lama sottile che taglia la comuni

Con il termine Giudizio, nel linguaggio comune, si intende un’affermazione verbale o scritta che non ha il fine della sola constatazione di fatto ma che esprime una valutazione sulle qualità o il merito di una persona o di una cosa. La scuola insegna che i giudizi finali si basano su un rendimento dell’alunno, non certo sul carattere dell’alunno o su come lui stesso vive la vita o come vorrebbe viverla. Dare un giudizio sullo stile di una persona, sul suo vivere la vita, sui comportamenti che assume o sugli atteggiamenti che mostra, ha una derivazione religiosa. Si giudica spesse volte le scelte altrui che non seguono una direzione ‘devota’ e rispettosa della parola di Dio. Tutto ciò che contrasta viene addirittura definito peccaminoso. Quindi chi ammette l’adulterio, il divorzio, l’aborto, oppure chi fa scelte che si distanziano da quelle comune, viene accusato e diventa un bersaglio, facile, da disprezzare e condannare. Ognuno si erge a protettore di una legge sacra. Ma chi sono questi giudici? Perché il loro giudizio viene inteso come verità assoluta? L’importanza che si dona al giudizio supera qualsiasi coscienza e incatena il libero arbitrio. Gli uomini sono portati al giudizio continuo e sono anche timorosi di ricevere giudizio. La severità con cui si giudica travalica ogni limite. L’ansia da giudizio porta l’essere umano a vivere con la sensazione che l’altro lo criticherà e giudicherà qualsiasi cosa faccia, quindi evita di essere sotto il mirino di osservazione sopprimendo purtroppo la sua spontaneità e la sua libertà.

Il giudizio è una lama sottile che taglia la comunicazione quotidiana di una persona piano piano e che lacera fino in profondità. Fa sanguinare e paradossalmente quel dolore che si sente lo si trasforma non in forza per migliorarsi ma in remissione e compiacimento verso chi giudica. Il senso di inadeguatezza deriva dalla persona stessa che non si sente all’altezza di una situazione o di un dire. Parte da una sfiducia in se stessi dando l’arma direttamente agli altri. Pone figuratamente e non solo la persona su un gradino inferiore, innalzando ad un livello spudoratamente superiore il cosiddetto giudice. Pensare a quanto si dà importanza a questo o a quel giudizio sulla propria persona potrebbe far reagire, oppure sottomettere. Si è così concentrati a vedere le sottomissioni in altri ambiti e biasimarle, che non ci si accorge di porre noi stessi in una condizione di schiavitù nei confronti degli altri. Riflettere e agire sono le uniche azioni da compiere.

cazione quotidiana di una persona piano piano e che lacera fino in profondità. Fa sanguinare e paradossalmente quel dolore che si sente lo si trasforma non in forza per migliorarsi ma in remissione e compiacimento verso chi giudica. Il senso di inadeguatezza deriva dalla persona stessa che non si sente all’altezza di una situazione o di un dire. Parte da una sfiducia in se stessi dando l’arma direttamente agli altri. Pone figuratamente e non solo la persona su un gradino inferiore, innalzando ad un livello spudoratamente superiore il cosiddetto giudice. Pensare a quanto si dà importanza a questo o a quel giudizio sulla propria persona potrebbe far reagire, oppure sottomettere. Si è così concentrati a vedere le sottomissioni in altri ambiti e biasimarle, che non ci si accorge di porre noi stessi in una condizione di schiavitù nei confronti degli altri. Riflettere e agire sono le uniche azioni da compiere.

lo sguardo di spore poetiche

Denudarsi: un’azione semplice ma, al contempo, carica di emozioni. Un gesto che, nel momento in cui lo si compie, si ammanta di pensieri contrastanti capaci di soffocare la libertà di cui il gesto è portatore.

La nostra società si basa sul giudizio. A prima acchito ciò è positivo. È lo stimolo che ci permette di progredire, di evolvere. Purtroppo però, il giudizio, è usato non per misurare i miglioramenti personali atti all’auto miglioramento, ma bensì per stilare classifiche in cui l’altro è un competitore. Il giudizio diviene, per cui, il metro di misura di una società competitiva. E quando la vita quotidiana si trasforma in una continua gara per surclassare l’altro, il giudizio ha vita facile nell’insinuarsi nella nostra realtà, trasformando intaccando ogni nostra sfera esistenziale.

Credo sia capitato a chiunque, almeno una volta nella vita, di essersi sentito/a a disagio nell’istante in cui si apprestava a entrare in intimità con una persona capace di destabilizzargli/le i sensi. Chissà se sarò all’altezza delle sue aspettative, speriamo non noti quel brutto neo che ho sulla schiena, le mie forme/misure lo/la deluderanno?

Nell’istante in cui decidiamo di metterci in gioco, svelandoci all’altra persona, il giudizio figlio di una società competitiva si presenta sull’uscio limitando la nostra libertà, soprattutto durante il sesso. Perché? Semplicemente perché il sesso è la forma più prorompente di libertà.

I nostri istinti e desideri si manifestano con più ardore proprio nel momento del coito, e nella vertigine dell’amplesso, diveniamo esseri incontrollabili. Può una società in cui controllo e giudizio sono sinonimi, permettere che il caos generatore di libertà, si manifesti nella sua naturale semplicità? Credo di no, e proprio attraverso la condanna di certi atti e pratiche attraverso giudizi netti e taglienti, instilla in noi la paura. Una paura figlia del giudizio perché ci sarà sempre qualcuno/a pronta a criticare il fatto di non essere all’altezza del compito assegnato; di non conformarsi alle regole; di essere troppo alto o troppo basso; di essere gentile nei momenti sbagliati, e cattivo nei momenti meno opportuni; di sentirsi libero/a di godere della propria sessualità; e di qualsiasi altra cosa.

Il giudizio è un’arma a doppio taglio perché, da un lato ci impedisce di vivere a pieno la vita seguendo il proprio istinto; e dall’altro la possiamo rivolgere verso gli altri come è stata puntata verso di noi. E se nel momento in cui mi denudo, con l’intento di spogliarmi di ogni inibizione, mi sento giudicato/a da colui a cui mi do, il rapporto che andrà a crearsi in quel momento non sarà un’unione di intenti, ma bensì uno scontro per ottenere una medaglia.

La prima faccia della medaglia sarà caratterizzata dal bisogno spasmodico di essere riconosciuto/a – e per ottenerla sarò costretto/a a snaturare il mio essere. La seconda faccia rappresenterà la pura ricerca del piacere personale – un atto egoistico in cui l’altra persona si tramuta in mezzo per raggiungere l’obiettivo.

Credo che il giudizio ci privi di quella naturale libertà di cui il sesso è portavoce. Con un continuo bisogno di catalogare ogni nostro gesto e pensiero, il giudizio costruisce attorno a noi gabbie da cui poi facciamo fatica a evadere. E nel mentre ci denudiamo, convinti/e di svelarci all’altro, inconsciamente indossiamo strati su strati di paure e castrazioni.

io sto con i bambini

Io sto con i bambini, russi e ucraini.

Ascoltando la rassegna stampa di qualche giorno fa, un articolo mi ha scosso. Veniva descritto come i bambini siano impiegati in una perversa catena di montaggio atta ad assemblare bombe molotov. Ho provato un disgusto totale, tanto quanto sapere che altri bambini vengono incarcerati perché scesi in piazza a manifestare per la fine di una guerra ignobile e vigliacca.

Io sto con i bambini russi e ucraini perché sono i primi e gli ultimi che pagheranno tanta stupidità. Sto con loro perché non concepisco, e non accetto, questa continua trasmissione d’odio – comunque la si voglia giustificare, una guerra è, e sempre sarà, una manifestazione d’odio.

Io sto con i bambini russi e ucraini perché non voglio alimentarmi dell’odio altrui, ripenso alla parole di Jean-Luc Godard (spero di non sbagliarmi) letta anni fa che sintetizzo così: se venissero mostrate le immagini di guerra senza l’aggiunta di parole, non perderemmo del tempo a chiederci chi ha ragione, perché la stupidità non ha ragione.


Bambini fabbricanti di molotov: LINK

Bambini arrestati: LINK


Nel 1984 Werner Herzog realizza La ballata del piccolo soldato. Tra tutti i film visti in vita mia, questo è quello che descrive meglio la stupidità della guerra, soprattutto quando vengono impiegati anche i bambini. Dura poco più di 40 minuti, e hai voglia di guardarlo ti basta cliccare play.

Buonanotte Oreste

Il piano per la serata era semplicissimo: uscire dall’ufficio con passo spedito, salire in automobile con destinazione casa, invitare Gisella al ristorante, e infine fare una passeggiata nel centro storico, magari bevendo qualcosa di fresco in un localino tranquillo e accogliente.

A priori è semplice fissare una meta e stabilire tutti gli spostamenti in base ad essa; il problema risiede nell’interferenza dei fattori esterni.

Un fattore può essere individuato nel caldo insolito presentatosi nei primi giorni di aprile, capace di stenderti come un colpo alla testa. Un altro ancora è rappresentato dalla figura del direttore (stronzio patentato come pochi) che ti accoglie in ufficio con una sfilza di pratiche da evadere, tra l’altro tutte urgenti e inderogabili, con la peculiarità di mandarti in palla il sistema nervoso.

O forse è una concomitanza di entrambe le cose, e ti accorgi quanto sia inutile pianificare progetti, a breve o luno termine, se il mondo sembra intenzionato ad accanirsi su di te.

Uscendo dall’ufficio con il morale sotto i tacchi, e aggredito dal caldo anomalo, ti accordi d’essere propenso per fare una capatina, veloce veloce, al bar. Una sola birra rinfrescante per spegnere quel formicolio, alquanto fastidioso, che si manifesta immancabilmente alla base del collo durante le giornate più nere. Poi, in ordine, ristorante e passeggiata con Gisella. Tutto secondo programma.

Fai il tuo ingresso nel locale con passo baldanzoso e lo sguardo rivolto al cielo. Ti dirigi al solito sgabello. Quello in fono al bancone da cui puoi scrutare tutti i presenti nel bar, e mostrando due dita a Marietto gli fai capire al volo i volere il solito.

Il solito. Sei qualcuno con stile se non hai bisogno di proferire parola per ordinare quello che berrai. Lì dentro sei un’autorità.

Se vuoi sapere come va a finire la capatina al bar di Oreste è semplicissimo: ti basta richiedere una copia di Diafonie. Microfisica dei piccoli gesti compilando il MODULO CONTATTI.

Photo by NastyaSensei on Pexels.com

parlo di lei

Parlo di lei in quanto lavora nello stabile in cui sono impiegato. Parlo di lei perché quel suo modo di “esprimersi” ha innescato una serie di domande che, nel tempo, hanno prodotto in me riflessioni e decisioni significative.

Osservare gli altri è un veicolo per indagare sé stessi, dicono, e lei, di cui non conosco nome né età, rappresenta un ottimo specchio su cui riflettere/riflettermi.

Due anni circa è lo spazio temporale di questa “conoscenza” virtuale. Due anni in cui, salvo rare eccezioni, non son o riuscito a cogliere il suo sguardo.

1) indossa sempre occhiali dalle lenti fumé

2) i suoi occhi sono incollati al telefonino

L’osservo scendere dall’automobile con lo smartphone incollato al palmo come fosse un prolungamento del suo corpo. La sua attenzione è tutta raccolta lì, su quella mano. Snobba la portiera quando la chiude, né presta attenzione alla strada mentre l’attraversa – per fortuna la via è cieca e transitano pochi veicoli. Percorre il tragitto digitando compulsivamente, e sale le scale, gradino dopo gradino, sempre con gli occhi puntati sul piccolo schermo.

A memoria, credo di averla guardata tre volte negli occhi in questi due anni: piccola concessione da parte dello smartphone.

Osservandola, ho indirizzato l’attenzione su me stesso. Quante volte, inconsciamente, ho allungato il braccio in cerca del telefono alla ricerca di conferme ?! Quanto tempo spreco alla ricerca dell’insignificante e quanto permetto a certe piattaforme di deformare la mia personalità?

Osservarla mi aiuta ad analizzarmi, e agire di conseguenza. Imparo a staccare la connessione dalla rete, e a fare una drastica pulizia del web inutile.

E grazie a lei capisco quanto possano essere tossiche certe relazioni, che si riferiscano a un compagno/a, a un rapporto lavorativo, o sostanze varie.

Lei mi mostra cosa sia l’alienazione e, per ricordare a me stesso quanto sia più elettrizzante la realtà, prima di entrare in atelier alzo lo sguardo sulle Dolomiti e fischio i cani al di là della strada che, felici o infastiditi di vedermi, abbaiano senza ritegno.

P.S. ho battezzato i miei vicini canidi “i 4 cavalieri dell’Apocalisse” perché, quando sfreccia un ciclista, si lanciano in una cavalcata fiera e imperiosa.

è durante la domenica

È durante la domenica che percepisco il vuoto. Osservo di sghembo le persone mascherate fuori dalla chiesa, e mi domando perché il loro rispetto religioso trasudi soggezione per l’ignoto. E poi ci sono visi assonnati diretti al bar per rilassare pensieri spaiati, altri diretti in quota per sfogare la passione sugli sci. Un ciclista sfreccia tinto di fango, un anziano cade di faccia sl marciapiedi rialzandosi illeso. Automobili, poche; ciance, solo superficiali.

È durante la domenica, soprattutto al mattino, che riesco a percepire il vuoto, anche dentro me. È il momento pr tirare somme, e depennare progetti.

È domenica. È il vuoto.

lo sai chi è morto?

«Lo sai chi è morto?». Ero appena rientrato da scuola in uno stato di tristezza incazzata e mia madre pronunciava queste parole cercando di cogliere una reazione in me. Senza risponderle pensai Non può trattarsi di D. Non così presto.

Ieri sera, mentre pulivo salotto e cucinino ho inserito nel lettore il cd de In Utero – sì, ascolto ancora i compact disc – e alle prime note di Serve the servants la mente mi ha proiettato nell’estate del 1993 e al primo impatto con il grunge. Forte, intenso, liberatorio. Finalmente incontro sonorità capaci di descrivere il mondo che mi esplode dentro e faccio tabula rasa di tutto quello che avevo ascoltato in precedenza. Alice in Chains, Stone Temple Pilots e soprattutto Nirvana divengono compagni di viaggio e di emozioni, e quell’incontro segna il passaggio tra scuole medie e superiori e tutto quello che ne consegue.

Ricordo ancora l’emozione provata per In Utero. Da poco avevo compiuto 14 anni e l’uscita del nuovo album dei Nirvana rappresentava il più bel regalo di compleanno possibile. Furono 16 giorni di febbrile attesa ben ripagata quelli tra la mia “festa” e l’uscita dell’album, e quando finalmente arrivò la musicassetta in negozio, appena fui a casa ne feci una doppia copia per non sciupare l’originale. Con la voce di Kurt in sottofondo mi apprestavo a iniziare una nuova scuola in cui non conoscevo nessuno. E soprattutto cominciavo a confrontarmi con stati d’animo sempre più intensi.

E fu una mattina d’Aprile 1994, tra quelle nuove mura scolastiche, che un compagno di classe durante la ricreazione mi disse «lo sfigato di Cobain s’è sparato in testa. Solo agli sfigati come te possono piacere sfigati simili».

Non volli credergli. Abituato a subire scherzi cretini pensai fosse un nuovo modo escogitato dai soliti idioti per ferirmi. Con uno spintone lo mandai a espletare i propri bisogni e trovai rifugio in Bleach prima di riprendere le lezioni. Una strana sensazione però si era fatta strada in me putroppo e, nonostante la lotta interiore, la freddezza di quelle parole taglienti si fece più forte del mio desiderio di allontanare la realtà.

«Lo sai chi è morto?». Fu mia madre a porre la domanda appena rientrai a casa. Non può trattarsi di D. Non così presto pensai. Accesi la tv in cerca di un telegiornale e le parole di Dj Noise dette in ricreazione assunsero, purtroppo, concretezza.

In quel 5 Aprile 1994 il mio stato di tristezza incazzata si amplificò fragorosamente. La morte di Cobain rappresentò, oltre la perdita di un amico mai guardato negli occhi, la fine di certe illusioni. E quando mi capita di ripensare a lui e alla sua musica provo sempre un insieme di emozioni che vanno dalla tenerezza alla nostalgia canaglia.

Era l’estate 1993 quando la mia tristezza incazzata finalmente trovò il modo di esprimersi e, per quanto l’evidenza lo neghi, per me Kurt non è mai morto.

solo in quel momento accolgo

quando scopro che l’altro non è soltanto un essere vivente ma è una persona, quando conosco i sogni che lo fanno vivere, solo in quel momento accolgo

Haim Baharier

Questo pensiero mi riporta alla mente due donne che avrei voluto accogliere nella mia vita ma, all’atto pratico, ne sono rimaste fuori.

Perché?

Erano prive di sogni e ideali.

Parlavano senza mai esprimere il loro essere. E in quei loro torrenti di parole e pensieri annegavano sogni, desideri e ideali.

E ripensando ai pochi momenti trascorsi in loro compagnia, solo ora mi accorgo di quanto l’intensa curisiotà che mi spinse a cercarle – mista all’attrazione chimica – sia stata eguagliata dalla semplicità con cui mi allontanai.

Un passo a ritroso per allontanarmi dal vuoto dell’anima.

Un passo a ritroso per distanziarmi da donne che, nel mio sentire, percepii a metà.

telegram

Voi usate telegram? Lo chiedo perché mi capitano strane “connessioni” e desidero sapere se posso considerarmi un privilegiato o se faccio parte dei comuni mortali.

Fondalmentalmente sono due le “connessioni” che infestano il mio contatto come in un bel racconto horror:

  • signorine disinibite
  • donne allo stadio terminale

Le prime, che stranamente parlane di sé sempre al maschile, sono immancabilmente desiderose di informarmi a proposito del loro “piano sessuale”. Dopo gli approci iniziali in cui le invitavo a scassare il cazzo ad altri, ora adotto la tecnica del fervente religioso e così, scrivendo sermoni intensi e passionali ispirati a padre Brennan (vedi video sottostante) in cui invoco Dio (uno qualsiasi) la Bestia & compagnia bella, mi crediate o meno, ricevo 9 volte su 10 le più sentite scuse -> da questo particolare la mia mente ha dedotto che queste misteriose personagge sono di fede ortodossa [non fa una piega] e di conseguenza provengono dalla Madre Russia… e dove nasce telegram? Esatto! [complottisti scansatevi che fate pena se paragonati a me] Tutto questo per dire che forse telegram mi sta suggerendo di emigrare nella terra di Esenin e Majakovskij in modo che la mia vita sessuale subisca una svolta sconvolgente, e magari anche la mia poetica?

Le seconde “connessioni” invece riguardano donne di una certà, solitamente con tumore al cervello, che si sentono in dovere di lasciarmi in eredità i loro fantamilioni di euro solo se dirò loro di credere nel loro signore Gesù & compagnia bella. A differenza delle colleghe sopra citate, queste creature femminili dicono di risidere in Francia. Al che il mio cervello i domanda: in terra transalpina il tumore al cervello è contagioso? Come sono messi a indice Rt?

passo triste

passo triste

Mi sono accorto del suo passo triste perché è inverno. Fa freddo.

Quando esco a correre, verso le 5.30 del mattino, lei è una delle poche persone che incontro lungo il tragitto.

Testa bassa e sguardo pensieroso, attira la mia curiosità perché, oltre a trasmettere una sensazione mesta, il suo camminare è una sfida continua al tempo. Ogni movimento è lento, quasi irritante, e in quella lunga pausa tra un moto della gamba e l’altro, è come se riversasse tutta la pesantezza di vivere. Una pesantezza misurata in lunghi e innaturali secondi.

Spesso la vedo dirigersi alla fermata dell’autobus e, un’ora dopo, quando sto terminando la mia corsa, la noto ancora lì, stazionante alla fermata, in attesa di un mezzo che, proprio come lei, sembra non avere fretta nell’avanzare.

Mi sono accorto di lei, e di quel suo passo triste, perché le temperature mattutine (o per meglio dire notturne in quanto il sole è ancora un miraggio lontano) sono stabili sotto lo zero, e mi domando cosa la spinga a sfidare il gelo, in attesa immobile, per oltre un’ora.

Forse le afflizioni di cui soffre sono più pungenti del vento che spira dal Cadore, e quindi l’aria le è d’aiuto per scacciare la negatività. Oppure, come al sottoscritto, passato lo sconvolgimento del primo impatto col freddo, si ricarica si vitalità. Chissà. Magari è solo pura apparenza creata dalla mia mente che vede ciò che non è, e fantastica su drammi inesistenti. Sarà.

Stamattina, comunque, il termometro segnava -4°C, e del suo passo triste non c’era traccia lungo le strade.

Il concetto di rispetto

Sono settimane ormai, volente o meno, che assisto a scene e atteggiamenti che mi inducono a riflettere sul concetto di rispetto. A volte vorrei sottrarmi a tali viste ma, se apro o chiudo la finestra, o esco sul terrazzo, mi è impossibile non notarle. E poi, lo confesso, mi piace osservare le persone, soprattutto perché, anche se impossibilitato a causa della distanza dal sentirne i discorsi, leggo, tramite le posture del corpo e le espressioni facciali, le emozioni in gioco. Tipo stamane.

Lei, rannicchiata dentro l’abitacolo dell’auto e lui, in piedi, ma con il busto a invadere quell’abitacolo stesso come a serrarla in una gabbia, che cerca di spiegarle chissà quale cosa. E lei non parla, lo si vede benissimo, e tiene la testa di lato con mento alto e sguardo lontano anni luce dalla traiettoria di lui. Forse la storia è agli sgoccioli e i sorrisi scambiati fino a pochi giorni prima sono ormai relegati al passato remoto. Ed è proprio vedendo queste loro ultime posture rigide e distanti che ho iniziato a riflettere sul rispetto.

Lui, col modo violento di imporre la propria fisicità all’interno dell’abitacolo, ha capito di violare comunque un’intimità?

Lei, muta nella propria distanza, si è chiesta se, nel varcare certi confini si è poi in grado di procedere in un territorio sconosciuto?

In passato ho visto alcuni dei loro incontri. Ho sentito lei, nel silenzio mattutino, civettare al telefono o corrergli incontro solo per un breve saluto prima della routine lavorativa. Ho letto, nei loro appuntamenti nel piazzale davanti casa mia, sguardi e carezze innocenti ma carichi di passione. Li ho visti amarsi, in modo goffo e impacciato, ma pur sempre eloquente. E ho visto l’altra faccia della medaglia. Un figlio nel passeggino ad accompagnare la madre in alcuni di queste piccole finestre amorose. Ho visto il vecchio amore attendere seduto sul marciapiede l’arrivo di lei. Ho visto questo e altro in un alternarsi di mattine e pomeriggi del fine settimana in cui vite e amori si sono incrociati senza mai sfiorarsi, proprio come gli sguardi dentro quell’abitacolo stamane. E il rispetto, concetto capace di impossessarsi dei miei pensieri, mi ha suggerito di evitare congetture superficiali, abbandonando generalizzazioni facili e scontate per chi assiste dal di fuori. Mi ha spiegato che, se non nasce dal di dentro, il rispetto si tramuta in concetto effimero e spesso abusato.

Le parole sono importanti

Ieri, per l’ennesima volta, ho riguardato “palombella rossa” di Nanni Moretti. È una pellicola che adoro, come la maggior parte dei lavori del cineasta romano ma, rispetto agli altri suoi lavori, questo film ha una forza ammaliatrice su di me in quanto il tema del linguaggio e dell’uso delle parole – famosa la scena dello schiaffo che culmina con il grido rabbioso “le parole sono importanti” – riflette un percorso che sento mio.

E proprio come Michele Apicella (il protagonista) si aggrappa ai ricordi e al linguaggio per ricostruire la propria identità, allo stesso modo passeggio a ritroso nel tempo per rivivere situazioni e persone (Spore Poetiche è proprio questo) per trasformarli in racconti, riappropriandomi così della mia identità. E ciò accade proprio grazie alle parole rimaste impresse nella mente, piccoli scorci limpidi sul passato capaci di rimanere vividi.

Il mio modo di archiviare i ricordi si basa prevalentemente sull’affidarmi alla memoria – per quanto sia conscio che col tempo questa deforma i ricordi stessi – e a piccole annotazioni scritte in qualche agenda, o foglio sparso. Non conservo fotografie – ne ho pochissime – né oggetti del passato – quando qualcosa non ha più uno scopo propositivo sul mio vivere, la butto.

Negli anni ho raffinato la tecnica del “lasciare andare” persone e oggetti che, a prima impressione, parevano importanti. Ho imparato a non fare affidamento sugli oggetti materiali per “sentire” vecchie sensazioni, né tantomeno a rivedere amici/amiche di vecchia data.

A volte mi sembra di essere proiettato verso il futuro, consapevole che ciò che verrà sarà sempre più malleabile di ciò che è stato.

E voi, conservate vecchi scatoloni e bauli contenenti i ricordi di quando eravate bambini/e, o come il sottoscritto amate la “pulizia”?


P.S. anche i miei lavori letterari sono frutto di una scrematura, spesso manifestata in una splendida buberata. I miei scritti li trovi –>CLICCANDO QUI

La sensazione

La sensazione di vivere per qualche ora sopra le nuvole è indescrivibile. Percepisci il mondo sommerso, e la vastità del cielo ti seduce.

Non ricordo quando ho scattato questa fotografia, ma tra quei monti e quei boschi ci sono cresciuto. Ho incontrato personaggi singolari, e molti animali selvatici, alcuni dei quali inaspettati.

Una sera, mentre fischiettavo soddisfatto lungo il sentiero, mi sono trovato al cospetto di un’aquila reale. Immensa e maestosa, altre parole non ho per descriverla. E per un istante provai il brivido del sentirmi preda.

Vivere in cima al mondo ti insegna la semplicità, e ti fa percepire la leggerezza. Altro non serve.