Nona Fernández

Nona Fernández. Inizio con un nome, e una domanda: siete mai stati folgorati dall’opera di qualche artista?

È una sensazione quasi liberatoria —  io la vivo in tale modo. È come se un peso si sciogliesse nell’animo, e una finestra venisse aperta su nuovi panorami.

Quella sensazione mi è capitata leggendo alcuni libri, o conoscendo a fondo la filmografia di qualche regista. Nona Fernández, con le sue opere, rientra nella lista di quegli artisti capaci di trasmettermi emozioni ed esperienze.

Ho “scoperto” casualmente i suoi lavori poco tempo fa. Cercavo una piccola casa editrice specializzata in letteratura sudamericana, e mi imbattei nel sito di Edicola Ediciones. Spulciai tra le sue pubblicazioni, e venni attirato da un titolo: Space invaders — da bambino ho giocato spesso con quel videogioco, e l’idea di leggere un romanzo battezzato con quel nome mi divertiva.

Sono stato folgorato! Ho riletto Space invaders (ne parlo a questo link: Space invaders di Nona Fernández (Edicola Ediciones, 2015 – traduttore Rocco D’Alessandro)) due volte di seguito vinto dalla bellezza e dalla delicatezza con cui Nona Fernández descrive la propria memoria, e quella cilena. In seguito ho letto La dimensione oscura (Gran Vía) e Chilean electric (Edicola Ediciones) — titoli che mi sento di consigliarvi.

Come dicevo poc’anzi, immergersi nella scrittura di Nona Fernández è una vera esperienza, e proprio per questo non voglio dilungarmi oltre. Mi piacerebbe istillarvi una sana curiosità riguardo a una scrittrice decisamente sopra le righe. Una sana curiosità che, se soddisfatta, può trasformarsi in stupore.

E voi, avete mai provato una folgorazione simile alla mia entrando nel mondo di qualche artista? Sono curioso, e spero di ricevere molte risposte. Condividere le belle esperienze è già di per sé una sensazione unica.
[se cliccate QUI vedrete una breve video-intervista a Nona Fernández]

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Storia di Lina

Ieri mattina ho bevuto un caffè, scambiando qualche chiacchiera, in un’osteria che stasera chiuderà in modo definitivo dopo una storia lunga 100 anni.

Ho scritto un articolo che parla di Lina, e di come siano destinati a spegnersi i piccoli paesi di montagna.

Se volete conoscere la storia di questa ragazza potete leggere l’articolo cliccando QUI

Caldo Natale

Lo spirito natalizio è qualcosa di distante da me per tanti motivi. Comunque, per augurarvi delle feste speciali, vorrei condividere questo racconto scelto dalla redazione di Letteratura Horror per la raccolta intitolata Natale horror 2018.

Auguri a tutte e tutti, e buona lettura! 🙂


CALDO NATALE

A Riccardo l’atmosfera natalizia piace. Coi ricordi ritorna alle veglie ansiose in compagnia della sorella. Le corse fuori dal letto. I pacchetti adagiati ai piedi dell’albero. Sono momenti indimenticabili.

«Amore» sussurra Riccardo all’orecchio di Sonia per non farsi sentire dal figlio «voglio che questo Natale sia magico per Carlo. Voglio sia una serata indimenticabile per lui, come lo erano per me».

La moglie gli accarezza il viso e con lo sguardo dice, lo sarà.

«Ecco i primi ospiti» dice Sonia «qualcuno s’è appeso al campanello e pare divertirsi con questo scherzo snervante».

«Zio Utavo» dice Carlo battendo le mani felice per l’arrivo dello zio e per le burlate che solo lui apprezza. Trotterellando incerto nei suoi due anni e mezzo va con la madre alla porta.

«Ecco la mia scimmia» dice lo zio ancora attaccato al campanello. Prende tra le braccia il piccolo e lo fa roteare sopra la propria testa diverse volte; poi lo lascia alle attenzioni degli altri famigliari. Tutti arrivati con puntualità allarmante.

«Per stavolta passi» dice Sonia dando un buffetto sul gomito a Gustavo «ma non farlo più. Ultimamente la piccola fa le bizze ogni notte ed è impossibile chiudere occhio. Se Sabrina dovesse svegliarsi ci pensi tu. Uomo avvisato mezzo salvato!». L’uomo brontola, poi sorride. Sarà un piacere cullarla, pensa.

Cappotti, sciarpe e guanti usati per proteggersi dalla neve vengono ammonticchiati sulla panca d’ingresso, e la famiglia si raduna nella taverna riscaldata da un fuoco vivace e scoppiettante.

«Se qualcuno mi dà una mano fra poco si mangia» dice Sonia facendo segno agli ospiti di sedersi, e Riccardo, stappando la prima di una lunga serie di bottiglie di vino, inizia a servire bicchieri a destra e a manca. Le donne, solidali nel rifocillare gli stomaci vuoti, danno una mano alla padrona di casa servendo i piatti e le pietanze preparate in precedenza.

Allo scoccare delle 20.00 tutti sono seduti al proprio posto pronti per iniziare l’abbuffata. Vengono distribuite pietanze per palati sopraffini, e per stomaci meno delicati. Si svuotano bottiglie con rapidità fulminea, e risate e chiacchiere si susseguono con gioiosità festante.

«Porta a letto la scimmietta» dice Riccardo guardando Carlo ormai ciondolante. Lo prende dolcemente tra le braccia e si avvia al piano di sopra. «Meanote» dice il piccolo senza aprire gli occhi, ricordando così la promessa al padre. Questi gli dà un bacio sulla fronte e risponde meanote. Lo mette sotto le coperte e controlla Sabrina. Dorme beata succhiandosi il pollice.

I dodici rintocchi segnano il momento atteso. La porta della taverna si apre. Carlo entra battendo le mani. «Meanote!».

Le risate sguaiate dei presenti danno al bambino la scusa per saltellare sul posto.

«Fate piano» dice Sonia indicando con il dito il piano di sopra. Si alza felice per la contentezza del figlio, e va a controllare il sonno della piccola.

«Riccardo! Sabrina non c’è più». Il volto sfigurato dall’angoscia l’ha invecchiata di dieci anni in pochi secondi.

Riccardo, balzando dalla sedia le chiede se sia sicura, Magari la bambina è nascosta sotto le coperte. Si muove sempre durante il sonno. Magari…

«Fledo» dice Carlo additando il fuoco nel caminetto «Aina fledo».

Nel marasma generale l’intera famiglia si precipita fuori. Forse la piccola è caduta di sotto. Forse la finestra era aperta. A tre mesi come potrebbe salire sul davanzale, dice Gustavo cercando di far ragionare i presenti. E la neve immacolata ai lati della casa fuga ogni dubbio. La piccola è ancora in casa.

Frugano ovunque. Dentro ogni armadio, sotto ogni letto. Passano in rassegna ogni mobile o pertugio. Di Sabrina nessuna traccia.

«Hai lasciato sul fuoco qualcosa?» chiede zia Ernestina. Ci manca solamente scoppi pure un incendio, pensa preoccupata.

«No» dice Sonia terrorizzata girandosi verso il marito.

«Aina fledo, buò atale» dice Carlo battendo le mani. E saltellando sul posto, indica la stufa con il portello dimenticato aperto.

Crash

Vi è uno strano rapporto che lega noi esseri umani all’automobile. Una simbiosi capace di influire sulle scelte economiche degli Stati industrializzati (vedasi le manovre per sostenere i mercati di settore) o di modificare il nostro modo di vivere e di conseguenza la percezione della realtà. L’automobile è, per antonomasia, il veicolo simbolo di mobilità e libertà (effimera), ed è naturale che questo legame facesse capolino anche nella letteratura investendola con la sua irruenza.
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È il 1973, e James G. Ballard pubblica Crash, romanzo capace di descrivere -meglio di altri, a mio avviso- la morbosità del rapporto uomo/automobile. Il mezzo meccanico, in Ballard, diviene un prolungamento del corpo umano tramutandosi in veicolo per la ricerca del piacere sessuale, e i personaggi alienati, che popolano questa storia, aspirano con frenesia allo scontro automobilistico per raggiungere l’eccitazione. Il mondo di Crash è freddo e meccanico, ma capace di sprigionare pulsioni talmente forti da tramutarsi in veri e propri scontri e l’uomo moderno, decritto da Ballard, si tramuta in involucro vuoto alla continua ricerca di riempimento. L’automobile, per paradosso, diviene il mezzo con cui i personaggi “scoprono” la propria esistenza scontrandosi con le proprie pulsioni.

«In tutto il libro ho usato l’automobile non solo come simbolo sessuale, ma come metafora totale della vita dell’uomo nella società odierna. […] Il fine ultimo di Crash, inutile dirlo, è quello di monito, di messa in guardia dal mondo brutale, erotico e sovra illuminato, che sempre più suasivamente c’invia il suo richiamo dai margini del paesaggio tecnologico»¹.

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J.G. Ballard

Un paesaggio tecnologico, quello descritto da Ballard, talmente presente nel concreto e nell’immaginario da stravolgere la percezione dell’esistenza stessa. Un paesaggio in cui la tecnologia è l’unico mezzo per raggiungere emozioni e piaceri fisici. Fotografia, quanto mai attuale, del presente dominato dai social-network.

¹ Ballard J.G., Crash, postfazione 1974, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2014

Curiosità:

Rimanendo in tema di scontri automobilistici, vi sono due illustri scrittori morti per le conseguenze di incidenti stradali.

  • Italo Svevo (alias Ettore Schmitz) morì il 13 settembre 1928 per complicazioni sopraggiunte dopo uno schianto dell’automobile, su cui viaggiava con dei familiari, contro un albero a lato della carreggiata nei pressi di Motta di Livenza (TV).
  • Sorte simile toccò ad Albert Camus il 4 gennaio 1960 nei pressi di Villeblein. L’auto su cui viaggiava il premio Nobel, in compagnia dell’editore Henry Gallimard e della moglie e della figlia di quest’ultimo, sbandò per la velocità eccessiva schiantandosi contro un platano.

Nel 1996 David Cronenberg dirige una pellicola, scrivendone anche la sceneggiatura, tratta dal romanzo Crash con cui vince il Premio della giuria al Festival di Cannes. A vestire i panni del Ballard protagonista della storia troviamo James Spader.

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E per rimanere in tema di incroci tra cinema e letteratura, David Cronenberg recitò a sua volta in Cabal (titolo originale Nightbreed), film horror del 1990 diretto da Clive Barker e tratto dal proprio romanzo.

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David Cronenberg e Craig Sheffer in una scena di Cabal

Valbelluna – Alvisiana

Domenica ho redatto la mia prima cronaca di un incontro di pallacanestro femminile. Una prova dura per il sottoscritto, soprattutto per la dinamicità del gioco.

Nonostante mancassero di esperienza, e giocassero contro una squadra forte e “di mestiere”, le ragazze di Belluno hanno dato il meglio fino all’ultimo secondo. Lo spirito sportivo corretto per dimostrare che non sempre conta il risultato!

Se siete curiose/i di leggere la mia cronaca, cliccate QUI.

Alpina Belluno

Domenica è iniziata, per il sottoscritto, una nuova collaborazione molto interessante e stimolante. Per il Corriere delle Alpi seguirò alcune partite di calcio dilettantistico occupandomi della cronaca e delle interviste a fine gara.

Approdare alla carta stampata, iniziando dallo sport, è una vera e propria sfida. Ma non aggiungo altro, rischio di tediarvi. Per chi fosse interessato a leggere qualche stralcio del mio primo articolo, non rimane che cliccare QUI.

Ricordo

Lo incrocio con cadenza quasi regolare. Ha lo sguardo leggermente triste, e il cagnolino al seguito. Il nome, come mia consuetudine, non lo ricordo e sul suo, in particolare, è calata una nebbia fitta. Eppure…

Eppure ricordo il giorno in cui lo conobbi: 07 dicembre 2017.

Ricordo una ragazza di origine spagnola. Teneva stretto al petto con la mano sinistra il proprio, di cagnolino. Nella destra reggeva una sigaretta. Lasciò si consumasse in una lenta e bruciante consunzione senza mai fare un tiro.

Ricordo madre e figlia (nella mia testa honduregne) dall’accento centro-sudamericano. Stupende nella loro creola bellezza. Sei muy dolze, ripeteva la madre guardandomi – sudato e puzzolente come un caprone – in quel pomeriggio velato di grigio. Pareva volesse abbracciarmi dalla commozione. Io, ciondolante davanti all’unico ufficio vuoto e spento del canile di Belluno, cercavo di calmare un povero cagnolino. Lo stesso cagnolino che incontro in compagnia dell’uomo dallo sguardo triste.

Chissà se quegli occhi si velano di tristezza nel vedermi. La condivisione di un momento particolare ci lega, e ci allontana. Inevitabilmente. Ci scambiamo un sorriso indeciso e proseguiamo, ognuno per la propria strada.

Forse passerà ancora del tempo prima che si riesca a scambiare qualche parola. È naturale. È, comunque, il nostro addolorato segreto.


P.S. quella stessa sera avrei presentato per la prima volta Diafonie. Microfisica dei piccoli gesti, e se siete curiosi di scoprire qualcosa, vi basta cliccare QUI

riepilogo mese di agosto

8Agosto è stato un mese poco produttivo, e il blog ne ha risentito. Comunque, la mia traccia l’ho lasciata. Ho presentato Indossatrice, poesia presente nella mia silloge Di luce e di oscurità. Ho postato alcune fotografie in i signori delle 5 Torri; e mi sono abbandonato a qualche riflessioni in Il mio kung fu è il migliore, e Amburgo.

Nella sezione Informazioni ho inserito la rubrica le vostre voci in cui raccolgo le vostre opinioni in giro per i siti web riguardante i miei libri. Spero aumentino in modo esponenziale, e soprattutto siano uno stimolo per avvicinarmi ai miei lavori.

P.S. ho aperto anche un profilo in instagram. Se amate la fotografia spero vi piacciano i miei scatti!

Indossatrice

Indossatrice, vincitrice del 2° premio al Trofeo Gatticese della Arti 2017, è tratta dalla silloge Di luce e di oscurità.

Amo questa poesia per: la malinconia, la sensualità, la sintesi. Spero vi piaccia. Mi auguro vi avvicini alla mia poetica, e alla mia prosa.


Vestirai ancora

la tua scialba bellezza,

o ti spoglierai

di tutte le bugie?

Sfoggi ovunque

un malinconico sorriso

illudendoti che l’amore

sia un sospiro passeggero.

Lillian Bassman. 1951
Lillian Bassman – 1951

Allegati

Amiche e amici, oggi voglio presentarvi il racconto Allegati scelto per far parte di un’antologia edita dal sito BraviAutori, e legata al concorso Brevi Autori.

Il volume si intitola BReVI AUTORI – volume 5, e se siete curiosi potete trovarlo a questo indirizzo.

Il tema del racconto da inviare era a discrezione dell’autore, salvo per il limite di lunghezza da rispettare (con una tolleranza del 10%): 2500 battute. È stimolante creare una storia efficace con poche parole a disposizione, ti spinge a eliminare il superfluo e a valorizzare il poco a disposizione. Provare per credere.
Il mio racconto, Allegati, lo definirei macabramente comico. Altro non aggiungo, già di per sé dura un battito di ciglia. Spero di strapparvi qualche sorriso. Buona lettura!


ALLEGATI

allegati

Stasera potremmo farci una pizza, disse Alberto. Gianluca gli piombò a casa con farina, mozzarella e pomodoro. S’impossessò della cucina, e sfornò pizze per l’intera masnada. È fatto così Gianluca. Prende tutto alla lettera. E poi ci fu la volta di Arturo. Se ne uscì con la frase: parcheggia vicino all’ingresso non ho voglia di camminare. Gianluca entrò nel bar con l’automobile, e alla domanda in tono poco accomodante di Arturo su cosa avesse in testa, rispose: capelli che altro sennò.

Inoltre posso dirvi che Gianluca, fino a tre mesi fa, viveva con Sara. Poi, a volte capita, qualcosa nel rapporto s’è incrinato (per l’elenco dettagliato delle cause vedasi allegato A) e Sara ha iniziato a frequentare Valentino, un tipo casa e chiesa. Tra sotterfugi e incontri clandestini, gli amanti si diedero alla pazza gioia finché Gianluca li colse con le brache calate. Ebbero inizio le solite scaramucce. Urla. Spintoni. Scenate isteriche. Pianti a fontana. Passato il fisiologico momento di trambusto emotivo, Gianluca e Sara si separarono in pace scambiandosi la mano. Suggellarono l’addio amichevole con baci schioccanti sulla guancia. Lieto fine? No. Mica si termina una storia d’amore in poche righe. I due ex conviventi si erano scordati Paco, il bastardino salvato dal canile. Il piccolo bambino adorato di mamma e papà. Ce lo dividiamo a turno, disse Sara prima di rendersi conto dell’enorme (si perdoni il francesismo che seguirà, ma è doveroso) cazzata pronunciata. Raggiante, Gianluca si avviò alla sega circolare. Addormentò Paco imitando Giucas Casella con le galline e… (per l’elenco dettagliato degli elementi splatter vedasi allegato B). La vicenda, dopo il tragico evento di Paco, piombò in un nuovo caos (per l’elenco dettagliato degli sviluppi successivi vedasi allegato C).

Stamane, dopo settimane di assenza, ho rivisto Gianluca. Ascia in spalla. Dove te ne vai così sorridente, gli chiedo. In ufficio oggi si parla di tagli al personale, sai com’è, ha detto.

Narciso tediato

Care amiche e amici lettori, voglio proporvi un mio breve racconto selezionato per la raccolta intitolata Dal fragor del Chiampo al cheto Astichello associata al Premio letterario Giacomo Zanella (XIII edizione) e promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Monticello Conte Otto (VI), in collaborazione con la Pro Loco di Monticello Conte Otto. Il tema del concorso era “Pensieri sull’acqua…” e come unico vincolo c’era il limite di 6000 battute. dal titolo si intuisce essere una mia personale rivisitazione del mito di Narciso, spero vi piaccia. Buona lettura.


Narciso tediato

Si portava appresso la noia, e a rimorchio Eco, il povero Narciso. Entrambe, inutile puntualizzarlo, compagne indesiderate alquanto scocciatrici.

Aumentando il passo, e lanciando occhiate poco amorevoli alla ragazza, si domandò quale delle due presenze esasperasse maggiormente i nervi.

Eco posso sempre allontanarla a sassate, pensò calciando una pietra, la noia ha il pregio di non avere una forma materiale quindi, alla vista, non crea alcun disagio; ma quando si fa viva, non molla la presa… Potessi farle sparire entrambe all’istante!

Pluff.

La pietruzza colpita poco prima, dopo un’interminabile parabola, finì nello stagno nascosto tra la macchia d’alberi, e il suono acquoso risvegliò i sensi di Narciso. Agguantando una manciata di sassi, decise di scoprire se avesse colpito o meno qualche salamandra appisolata in acqua. Lanciare proiettili a quelle bestiole era un ottimo diversivo per sconfiggere il tedio, e nel caso il colpo fosse andato a vuoto, avrebbe rimediato utilizzando le mani. Vedere i rettili dimenarsi per sfuggire ai sassi lo divertiva sempre.

Quale stupore nello scorgersi riflesso nello specchio d’acqua! Per poco non vi cadde dentro, stregato dalla perfezione del proprio volto.

La bellezza, pensò inginocchiandosi ammaliato, mai avrei immaginato potesse risaltare a tal punto nell’acqua.

«Amo il mio viso» sospirò. E accarezzandosi il volto divenuto ad un tratto prezioso più della stessa vita, ignorò le lodi profuse dalla ragazza alle sue spalle.

Ammirandosi incantato, si scoprì afflitto da pene d’amore per sé stesso.

Perché, prima di allora, s’era volutamente ignorato? La mandibola pronunciata. Gli occhi limpidi e decisi. Le labbra carnose e morbide solo a sfiorarle. Capì d’essere l’incarnazione della bellezza, e immergendosi nella soave visione, continuò a scrutare avidamente i propri lineamenti memorizzando gelosamente ogni tratto.

Sopraffatto dall’intensità del momento, e dimentico degli intenti precedenti, allungò una mano sedotto dalla propria beltà.

«Niente può intaccare simile splendore» disse Narciso, immergendo le dita nel laghetto desideroso di poter accarezzare la figura riflessa; «potessi agguantarti…».

La superficie dell’acqua, sentendosi disturbata, si increspò fulminea agitandosi come una serpe minacciata, propagando onde concentriche deformanti la perfezione.

«Sono salvo» disse con sollievo il ragazzo,  rivolgendosi al volto sfigurato.

Temeva di rimanere stregato dal proprio fascino. Tremava all’idea di rimanere lì, genuflesso, in venerazione di sé stesso, per sempre. Fino a sfiorire. E un lampo di coscienza illuminò un breve, ma intenso, pensiero. Mai avrebbe tollerato il sopraggiungere della corruzione. Non sul suo viso.

«E se non posso custodire intatto il mio volto per l’eternità, tanto vale distruggerlo ora. In questo preciso istante» disse parlando a improbabili uditori.

«Assaporando il brivido che precede la distruzione, potrò conservare nella memoria l’immagine della perfezione. Anche il creato, prima dello scatenarsi di una tempesta, si fa a tal punto bello da rasentare il sublime. Lo stesso accadrà al mio viso. Sarà stupendo nell’attimo che precede il declino, ed io me ne impossesserò in quell’istante».

Come avesse intuito i propositi, pochi istanti dopo l’acqua raggiunse nuovamente la quiete, e Narciso, impreparato a tale eventualità, fu nuovamente avvinto dalla bellezza.

Esausto, e incapace di resistere a qualsiasi sollecitazione, si lasciò condurre dalla seduzione. Venne cullato dal dolce sciabordio dell’acqua increspata dall’ennesimo tentativo del ragazzo di accarezzare la propria immagine. Fu trascinato dai ricordi in un tempo remoto in cui il buio profondo avvolgeva tutto.

Le ultime energie rimaste servirono a vacillare tra la forza attrattiva dello specchio d’acqua, con conseguente appassimento, e la decisione ultima di impossessarsi della perfetta compiutezza.

«Nel ventre materno» disse il giovane alzandosi di scatto rivolgendo lo sguardo al cielo «cominciò a crearsi la bellezza. Ricordo un’interminabile immersione in un liquido, e l’acqua conserva quella memoria».

«L’acqua conserva la memoria» disse Eco, ripetendo le parole dell’amato.

Immobile, e a debita distanza, seguì ogni movimento con le braccia strette al petto. Aveva timore  d’essere allontanata bruscamente, e al tempo stesso la preoccupazione dovuta alle parole del giovane le divorava l’anima.

Si impossessò di ogni pensiero. Gemette ad ogni sussulto. Lanciò sospiri, e mute preghiere, sperando così di interrompere le fosche elucubrazioni del ragazzo. Lei, unica testimone (indesiderata) dei turbamenti di Narciso.

«Sì! La memoria dell’acqua» disse lui parlando a sé stesso «custodisce ogni tipo di bellezza, compresa la mia».

«Compresa la mia» ripeté Eco facendo un passo in avanti. Vedendolo in bilico sul ciglio, allungò le mani per afferrarlo temendo potesse cadere.

Con un violento spintone, e uno sguardo di disgusto, Narciso la scacciò via.

«La bellezza non sarà mai tua; Eco! Finalmente ho compreso» disse il giovane concedendole un unico e gelido sorriso. Le fece l’occhiolino, arretrò di un passo e, con gesto teatrale, si lasciò cadere perdutamente nel lago. Sorridendo.
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Ultima stazione

Ultima stazione, presente in Di luce e di oscurità, è una poesia lontana nel tempo. Ha assistito a tre cambi di residenza, accompagnandomi nelle vicende capaci di segnare profondamente la mia vita. Prima di comparire in volume ha conosciuto qualche leggero cambiamento (è una delle conseguenze della crescita) ma la struttura è rimasta pressappoco la stessa. Ultima stazione è una poesia cupa. Ultima stazione è una poesia che amo.

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Desiderio d’oscurità

assale la mia mente.

Vecchi pensieri

viaggiatori incalliti

(oramai spossati)

si preparano

molto mestamente

al loro ultimo viaggio.

Non ci sarà ritorno

né grandi gioie alla partenza

solo dolore e sofferenze.

piccola nota:

per chi volesse leggerla con una base musicale consiglio questo magnifico pezzo dei Dark Sanctuary

Racconto nel racconto

 

Oggi vi parlo di un racconto contenuto in Diafonie. Microfisica dei piccoli gesti edito da Ofelia Editrice. Si intitola Riflessi incondizionati e nasce grazie a due procedimenti specifici.

Il primo è frutto di una tecnica letteraria per superare il cosiddetto blocco dello scrittore. Si prende un foglio bianco e, in modo ripetitivo e ossessivo, si scrivono in rapida successione frasi tipo “non ho idee” o “non so cosa scrivere”. La mente cederà, per sfinimento e noia, e il flusso di idee scorrerà libero, soprattutto attraverso associazioni mentali impensate (provare per credere).

Il secondo procedimento è più immediato. Si attingono dai ricordi luoghi, o persone del passato, per costruire una storia ancorata al presente.

Riflessi incondizionati è nato dall’unione tra la voglia di smontare schemi mentali, e i pomeriggi trascorsi dal barbiere quando ero ancora un bocia [1].

Se per caso vi capita di passare per Miane percorrendo la strada che da Vittorio Veneto va a Valdobbiadene, lungo il percorso, sulla destra, troverete la bottega di M. Lì andavo a tagliarmi i capelli. Entravo chiedendo un’acconciatura così, e così, ed uscivo con il taglio voluto da M. Era un barbiere vecchio stile: mode e desideri dei clienti gli erano indifferenti. Conosceva quei quattro tagli, e li abbinava alla testa che aveva tra le mani. Semplice. Prendere o lasciare.

Mio padre provò l’arte di M, una volta. Rincasando disse mai più. Preferiva andare da T Faldìn [2] (il soprannome si commenta da sé) anche se questi aveva la bottega a tre chilometri da casa nostra. E poi M ‘l ciàcola masa e ‘l è un basabanc [3], come ribadiva sempre papà. Ottimi motivi, dal suo punto di vista, per non recarsi dal mio barbiere. Per me, invece, l’idea di evitare una pedalata in salita era un ottimo motivo per scegliere M.

Comunque non era solo la pigrizia a portarmi lì. In realtà quella bottega mi piaceva. Era spoglia, piccola, minimale. La radio perennemente sintonizzata in stazioni deprimenti, e tra le tre poltrone, destinate a chi attendeva il turno, c’era un unico tavolino con qualche numero di Tex. E niente altro. Era un luogo per chiacchierare di politica, di calcio, delle novità che rompevano la noia paesana. E, nonostante fossi solo un bocia [1], lì, e solo lì, avevo il diritto di ascoltare i discorsi dei veci [4], con il privilegio di fare qualche battuta. Era una bottega prettamente per maschi, e chi vi entrava, qualunque età avesse, era considerato tale.

In più mi piaceva quel senso di vuoto che si respirava osservando la mensola del lavello. Niente lozioni, o creme. C’erano il sapone da spalmare sulla barba, uno shampoo per capelli normali, e uno per capelli bianchi. Ma l’oggetto più importante era il rasoio. Manico bianco/avorio, e lama sempre affilata. M lo teneva immerso nell’alcol rosato in un vasetto simile a quello della marmellata. Era il rasoio usato per modellare le basette ed eliminare i peli sulla nuca. Lo strumento che sanciva la fine della seduta. In quella bottega mi sentivo uomo anche se la barba era ancora una chimera. Ascoltavo la radio noiosa, e mi appropriavo dei discorsi dei veci [4] che inveivano contro Andreotti o Cirino Pomicino. Anche se non l’ha mai confessato, M votava DC, e molti clienti, schierati con Craxi e De Michelis, usavano il suo negozio come luogo di dibattito politico.

E in quegli anni in cui la mia formazione procedeva in modo bislacco, oltre a divertirmi nel seguire le dispute politico/filosofiche tra un taglio e una rasatura, aspettavo il momento in cui papà sarebbe rientrato dalla sua seduta dal barbiere. Sapeva lo avrei canzonato chiamandolo Alain Delon dei poveri e, nonostante sia una storiella molto divertente, forse ve la racconterò al prossimo taglio di capelli. Giusto per lasciarvi con l’acquolina in bocca.

Potrei inoltre parlare di quando papà si iscrisse al PSI, e partecipò a una cena con De Michelis. Di per sé la vicenda è poco interessante ma -immancabile come la morte- a ogni battibecco mamma rispolverava la vicenda del tesseramento al PSI (e la cena offerta dal gaio politicante veneziano) per aggiungere altra carne al fuoco e ricordare a papà che non ne combinava mai una giusta. Lui rideva, io pure. Chissà, forse in quegli anni l’iscrizione al PSI avveniva nelle botteghe dei barbieri. O forse questa è solo una sequenza di associazioni mentali atte a dimostrare la validità delle tecniche usate per scrivere Riflessi incondizionati.
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[1] bocia: ragazzino/persona inesperta

[2] faldìn: falce

[3] ‘l ciàcola masa e ‘l è un basabanc: ciancia troppo ed è un (lett. tradotto) baciabanchi (l’equivalente in italiano è baciapile)

[4] veci: vecchi