Ritratto distratto

Se ne sta distesa sul bancone sorreggendo la testa con la mano a formare un triangolo equilatero. Lo sguardo annoiato rivolto ai passanti completa il quadro.

Sopra la di lei testa, appeso alla parete a cui dà le spalle, un maxi schermo proietta una partita di hockey. Tizzi scivolano con maestria sul ghiaccio rincorrendo un dischetto. Lo colpiscono con mazze a forma di L altrettanto annoiata. Nella postazione collocata alla di lei destra, il collega scruta un piccolo monitor agitando febbrilmente le dita. Pare poco propenso a intavolare una discussione, sia pure superficiale. E lei pare arenarsi nel tedio.

Io, passando con andatura spedita, nell’istante di un’occhiata memorizzo più dettagli possibile.

Lei ha i capelli mori raccolti in uno chignon imperfetto. Il collega indossa occhiali, e sfoggia una sottile striscia di barba che, correndo da basetta a basetta, ricopre il mento. Forse è solo un gioco della memoria che tenta di ingannarmi creando l’immagine ideale. La noia di lei però è autentica. Come lo è il rosso dominante all’interno del negozio, e i cellulari esposti sugli scaffali.

Getto un ultimo sguardo distratto verso il monitor. Sopra, tizi sul ghiaccio si scambiano effusioni maschili. Sotto, lei si abbandona al tedio. Alzo il bavero del cappotto e aumento il passo per ripararmi dal vento gelido. Come lei, da postazione differente, rivolgo ai passanti uno sguardo annoiato. Inconsapevolmente, rientro nel quadro.

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#sporepoetiche #alessandrochiesurin #pontenellealpi #provinciadibelluno #stradenotturne #striscepedonali #greenlight #redlight #streetnight #semaforo #diafoniemicrofisicadeipiccoligesti #ofeliaeditrice #panecaldo #profili Questo angolo di Ponte nelle Alpi è lo snodo di due racconti contenuti in "Diafonie. Microfisica dei piccoli gesti". Raffigura gli ultimi passi in "Pane caldo", ed è il quadro iniziale di "Profili". Due storie che parlano di rapporti umani. Due storie vissute in prima persona con le dovute modifiche dovute alla licenza poetica. Diafonie potete trovarlo al seguente link: http://www.ofeliaeditrice.it/?product=diafonie-microfisica-dei-piccoli-gesti Oppure potete contattarmi direttamente ai seguenti recapiti: https://sporepoetiche.wordpress.com/contatti/

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Nona Fernández

Nona Fernández. Inizio con un nome, e una domanda: siete mai stati folgorati dall’opera di qualche artista?

È una sensazione quasi liberatoria —  io la vivo in tale modo. È come se un peso si sciogliesse nell’animo, e una finestra venisse aperta su nuovi panorami.

Quella sensazione mi è capitata leggendo alcuni libri, o conoscendo a fondo la filmografia di qualche regista. Nona Fernández, con le sue opere, rientra nella lista di quegli artisti capaci di trasmettermi emozioni ed esperienze.

Ho “scoperto” casualmente i suoi lavori poco tempo fa. Cercavo una piccola casa editrice specializzata in letteratura sudamericana, e mi imbattei nel sito di Edicola Ediciones. Spulciai tra le sue pubblicazioni, e venni attirato da un titolo: Space invaders — da bambino ho giocato spesso con quel videogioco, e l’idea di leggere un romanzo battezzato con quel nome mi divertiva.

Sono stato folgorato! Ho riletto Space invaders (ne parlo a questo link: Space invaders di Nona Fernández (Edicola Ediciones, 2015 – traduttore Rocco D’Alessandro)) due volte di seguito vinto dalla bellezza e dalla delicatezza con cui Nona Fernández descrive la propria memoria, e quella cilena. In seguito ho letto La dimensione oscura (Gran Vía) e Chilean electric (Edicola Ediciones) — titoli che mi sento di consigliarvi.

Come dicevo poc’anzi, immergersi nella scrittura di Nona Fernández è una vera esperienza, e proprio per questo non voglio dilungarmi oltre. Mi piacerebbe istillarvi una sana curiosità riguardo a una scrittrice decisamente sopra le righe. Una sana curiosità che, se soddisfatta, può trasformarsi in stupore.

E voi, avete mai provato una folgorazione simile alla mia entrando nel mondo di qualche artista? Sono curioso, e spero di ricevere molte risposte. Condividere le belle esperienze è già di per sé una sensazione unica.
[se cliccate QUI vedrete una breve video-intervista a Nona Fernández]

Crash

Vi è uno strano rapporto che lega noi esseri umani all’automobile. Una simbiosi capace di influire sulle scelte economiche degli Stati industrializzati (vedasi le manovre per sostenere i mercati di settore) o di modificare il nostro modo di vivere e di conseguenza la percezione della realtà. L’automobile è, per antonomasia, il veicolo simbolo di mobilità e libertà (effimera), ed è naturale che questo legame facesse capolino anche nella letteratura investendola con la sua irruenza.
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È il 1973, e James G. Ballard pubblica Crash, romanzo capace di descrivere -meglio di altri, a mio avviso- la morbosità del rapporto uomo/automobile. Il mezzo meccanico, in Ballard, diviene un prolungamento del corpo umano tramutandosi in veicolo per la ricerca del piacere sessuale, e i personaggi alienati, che popolano questa storia, aspirano con frenesia allo scontro automobilistico per raggiungere l’eccitazione. Il mondo di Crash è freddo e meccanico, ma capace di sprigionare pulsioni talmente forti da tramutarsi in veri e propri scontri e l’uomo moderno, decritto da Ballard, si tramuta in involucro vuoto alla continua ricerca di riempimento. L’automobile, per paradosso, diviene il mezzo con cui i personaggi “scoprono” la propria esistenza scontrandosi con le proprie pulsioni.

«In tutto il libro ho usato l’automobile non solo come simbolo sessuale, ma come metafora totale della vita dell’uomo nella società odierna. […] Il fine ultimo di Crash, inutile dirlo, è quello di monito, di messa in guardia dal mondo brutale, erotico e sovra illuminato, che sempre più suasivamente c’invia il suo richiamo dai margini del paesaggio tecnologico»¹.

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J.G. Ballard

Un paesaggio tecnologico, quello descritto da Ballard, talmente presente nel concreto e nell’immaginario da stravolgere la percezione dell’esistenza stessa. Un paesaggio in cui la tecnologia è l’unico mezzo per raggiungere emozioni e piaceri fisici. Fotografia, quanto mai attuale, del presente dominato dai social-network.

¹ Ballard J.G., Crash, postfazione 1974, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2014

Curiosità:

Rimanendo in tema di scontri automobilistici, vi sono due illustri scrittori morti per le conseguenze di incidenti stradali.

  • Italo Svevo (alias Ettore Schmitz) morì il 13 settembre 1928 per complicazioni sopraggiunte dopo uno schianto dell’automobile, su cui viaggiava con dei familiari, contro un albero a lato della carreggiata nei pressi di Motta di Livenza (TV).
  • Sorte simile toccò ad Albert Camus il 4 gennaio 1960 nei pressi di Villeblein. L’auto su cui viaggiava il premio Nobel, in compagnia dell’editore Henry Gallimard e della moglie e della figlia di quest’ultimo, sbandò per la velocità eccessiva schiantandosi contro un platano.

Nel 1996 David Cronenberg dirige una pellicola, scrivendone anche la sceneggiatura, tratta dal romanzo Crash con cui vince il Premio della giuria al Festival di Cannes. A vestire i panni del Ballard protagonista della storia troviamo James Spader.

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E per rimanere in tema di incroci tra cinema e letteratura, David Cronenberg recitò a sua volta in Cabal (titolo originale Nightbreed), film horror del 1990 diretto da Clive Barker e tratto dal proprio romanzo.

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David Cronenberg e Craig Sheffer in una scena di Cabal

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È difficile parlare in momenti drammatici cercando di non risultare patetico. Il silenzio è eloquente quanto le parole. Ma tacere non voglio, e spero vivamente di non risultare patetico.

Ho ripescato, dal mio marasma fotografico, due immagini scattate dal monte Lastia di Framont. Era una bella giornata di metà settembre 2011 (uno dei tre mesi magici per salire in quota se ami la montagna) e immortalai Agordo e Taibon Agordino.

Il comprensorio del Civetta-Moiazza è parte di me, e molte mie poesie sono nate tra quei sentieri dolomitici, seduto su qualche masso a prendere il sole in compagnia di camosci e marmotte, o chiacchierando con qualche altro solitario come me.

Belluno è la provincia in cui ho deciso di ricominciare la mia vita azzerando molte situazioni. Se si amano bellezza e natura provincia migliore non c’è, credetemi.

Sono giorni che la provincia è martoriata dal maltempo, e la pioggia sembra voglia durare in eterno. L’Agordino, più di altre valli, ha subìto, e sta vivendo, una situazione difficile. Prima un incendio spaventoso, poi acqua e vento devastatori.

E qui mi fermo, lasciandoti le due immagini di cui ti parlavo poche righe sopra. La prima è una vista su Agordo, la seconda su Taibon Agordino e la Valle di San Lucano.

Ora è tutto diverso…

P.S. sotto le immagini troverai un link; a volte basta poco.

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Se hai voglia di donare anche solo un caffè a chi sta vivendo momenti drammatici, lascio un utile link della Regione Veneto. Clicca QUI!

Ricordo

Lo incrocio con cadenza quasi regolare. Ha lo sguardo leggermente triste, e il cagnolino al seguito. Il nome, come mia consuetudine, non lo ricordo e sul suo, in particolare, è calata una nebbia fitta. Eppure…

Eppure ricordo il giorno in cui lo conobbi: 07 dicembre 2017.

Ricordo una ragazza di origine spagnola. Teneva stretto al petto con la mano sinistra il proprio, di cagnolino. Nella destra reggeva una sigaretta. Lasciò si consumasse in una lenta e bruciante consunzione senza mai fare un tiro.

Ricordo madre e figlia (nella mia testa honduregne) dall’accento centro-sudamericano. Stupende nella loro creola bellezza. Sei muy dolze, ripeteva la madre guardandomi – sudato e puzzolente come un caprone – in quel pomeriggio velato di grigio. Pareva volesse abbracciarmi dalla commozione. Io, ciondolante davanti all’unico ufficio vuoto e spento del canile di Belluno, cercavo di calmare un povero cagnolino. Lo stesso cagnolino che incontro in compagnia dell’uomo dallo sguardo triste.

Chissà se quegli occhi si velano di tristezza nel vedermi. La condivisione di un momento particolare ci lega, e ci allontana. Inevitabilmente. Ci scambiamo un sorriso indeciso e proseguiamo, ognuno per la propria strada.

Forse passerà ancora del tempo prima che si riesca a scambiare qualche parola. È naturale. È, comunque, il nostro addolorato segreto.


P.S. quella stessa sera avrei presentato per la prima volta Diafonie. Microfisica dei piccoli gesti, e se siete curiosi di scoprire qualcosa, vi basta cliccare QUI

riepilogo mese di agosto

8Agosto è stato un mese poco produttivo, e il blog ne ha risentito. Comunque, la mia traccia l’ho lasciata. Ho presentato Indossatrice, poesia presente nella mia silloge Di luce e di oscurità. Ho postato alcune fotografie in i signori delle 5 Torri; e mi sono abbandonato a qualche riflessioni in Il mio kung fu è il migliore, e Amburgo.

Nella sezione Informazioni ho inserito la rubrica le vostre voci in cui raccolgo le vostre opinioni in giro per i siti web riguardante i miei libri. Spero aumentino in modo esponenziale, e soprattutto siano uno stimolo per avvicinarmi ai miei lavori.

P.S. ho aperto anche un profilo in instagram. Se amate la fotografia spero vi piacciano i miei scatti!

Amburgo

Nelle serate estive e piovose come quella odierna, la mia mente percorre stralci di strade, e rivisita panorami offuscati dei quartieri di Amburgo.

Non conservo fotografie né aneddoti edificanti, solo ricordi (a volte penosi).

Rimembro attese, e incontri assurdi. Sorrisi libidinosi, e vuoti monetizzati in euro.

Erotisch Bazar nacque dall’incontro di tutto ciò. Ricordo falsato di una città a me, comunque, cara.
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P.S. ad Amburgo incontrai Biff Byford, storico leader e cantante dei Saxon quindi – mi sembra doveroso – la prima parte della colonna sonora di questo breve articolo, sarà sulle note di un classico della band britannica: Princess of the night.

La seconda parte invece è sulle note degli Helloween, il gruppo più importante di Amburgo, e questa è Victim of fate.

Il mio kung fu è il migliore

il mio kung fu è il migliore

Il mio kung fu è il migliore. Spiegherò in seguito la provenienza di questa citazione ma, nonostante possa sembrare buffa (perché lo è) credo sia adatta a sintetizzare i miei pensieri, smorzando in tal modo la serietà di cui sono impregnati.

La mia riflessione parte da osservazioni sul modo di veicolare informazioni e pensieri. Percepisco chiusura e, soprattutto, rilevo la tendenza a mantenere lo sguardo su di un unico punto focale. Se sia dovuto a pigrizia, o a una mancata presa di coscienza, non l’ho ancora stabilito (magari la verità sta nel mezzo). A cosa mi riferisco precisamente? Al mondo delle reti sociali: vetrina ricca di spunti interessanti. È una cassa di risonanza per chiunque (e non mi tiro fuori dalla conta) ne faccia uso. Dal politico di turno, al pescivendolo sotto casa. Una vetrina dal forte richiamo edonista.

Trarre piacere dall’esternare le proprie opinioni pare sia un dovere.

Disporre di uno spazio in cui riversare qualsiasi cosa, compresi dissapori e delusioni, arroga il diritto a eleggersi ambasciatori della Verità. L’Unica Verità, Personale e Assoluta, da difendere coi denti e con l’arroganza.

Verità da perorare a prescindere da…

A prescindere dalla possibilità di essere nel torto.

A prescindere dall’eventualità ci possa essere una ragione ugualmente valida.

A prescindere dal rispetto per l’altro.

Rileggo l’articolo pubblicato poco tempo fa (Pravda – Правда) e mi accorgo di come questo mio pensiero sia un proseguimento/integrazione alla riflessione iniziata in precedenza. Odio e violenza, d’altronde, sono figlie di chiusura mentale e incapacità di immedesimarsi nell’altro (di qualsiasi fede religiosa, politica, di pensiero, eccetera, esso sia).

Assisto a un’alienazione edonista in cui si continua a scrutare il dito che indica la luna, senza abbracciare con lo sguardo ciò che si dipana oltre l’estremità della falange stessa.

Da questa ristrettezza di veduta vedo allargarsi un magma d’arroganza irrefrenabile. E in questo magma fattosi lava, a volte, mi consumo.

Mi chiedo in quale angolo sperduto sia stato relegato quel silenzio capace di donare l’opportunità di ascoltare. Quel silenzio sinonimo, non di stupidità, ma d’intelligenza. E, a tal proposito, mi viene in mente una citazione:

Il maestro disse: «Vorrei non parlare più». Zigong disse: «Ma, Maestro, se voi non parlate come potremo noi, poveri discepoli, trasmettere un qualsiasi insegnamento?». Il Maestro rispose: «Parla forse il Cielo? Eppure le quattro stagioni seguono il loro corso e le cento creature continuano a nascere. Parla forse il Cielo?». [1]

E finché si continuerà a pensare che il mio kung fu è il migliore, l’opportunità di rimanere in silenzio per apprendere, andrà disperdendosi. L’occasione di ascoltare per ampliare il sapere, sarà un’eco destinata a spegnersi. E ciò che è andato perduto, difficilmente si ritrova.


P.S. L’espressione il mio kung fu è il migliore l’ho presa in prestito da una battuta di Frohike in X-Files. Lascio a voi scoprire la puntata, e in quale stagione, sia stata pronunciata.


[1] I detti di Confucio, a cura di Simon Leys, Adelphi Edizioni, 2006, 17.19. pag.128

riepilogo mese di luglio

riepilogo mese di luglio

Amiche e amici eccomi a esporvi un breve riepilogo del mese appena trascorso.

Nella bacheca sono apparse una poesia (Biancaneve), una delle mie solite divagazioni a cavallo tra racconto e pensiero(Pravda – Правда), e due serie di scatti fotografici in luoghi e momenti completamente differenti (Poesia in immagine e Un lupo mannaro trevigiano a Ponte nelle Alpi).

E che altro? Come abitudine consolidata nell’ultimo periodo, ho parlato di alcuni libri letti nel mese appena sfumato. Nella sezione sporocisti (libri, ma non solo) troverete un manuale di scrittura creativa Elementi di stile nella scrittura, un poemetto molto interessante quale La bandiera del Cile, un classico della letteratura italiana del ´900 (Fontamara), e due raccolte di racconti: Il giorno prima della partita, e Valporno (quest’ultima, se amate le storie forti e non convenzionali, può fare al caso vostro).

Non mi resta che salutarvi augurandovi un buon agosto e mi raccomando, rimanete sintonizzate/i perché ci sono novità in vista, e magari le svelerò!

P.S. il quesito posto in comunicazione di servizio è sempre valido. Se avete suggerimenti sono sempre ben accetti 🙂

Un lupo mannaro trevigiano a Ponte nelle Alpi

Plenilunio.

Alle due esco di casa per godermi le tenebre. I sogni, spezzati in modo brusco da un attacco d’insonnia, sono assai lontani. Aggirarsi per le strade silenti, annusando l’aria carica dei profumi notturni, è più allettante. Incontro vie deserte; alcune vestite di buio. Ponte nelle Alpi, all’apparenza, mi appartiene. E nel girovagare senza meta i piedi, dotati di coscienza propria, mi trascinano verso la stazione. Poche luci illuminano il buio, dando inizio a una nuova storia.

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Pravda – Правда

Vengo coinvolto in un innocente gioco in facebook, e accetto. Per 10 giorni dovrò pubblicare la copertina di un libro, per me fondamentale e che sicuramente rileggerò in un prossimo futuro, nominando una persona per coinvolgerla in questa catena simpatica e innocua. Un modo divertente per scoprire, o riscoprire, libri interessanti e particolari, ed entrare in contatto con le letture fondamentali altrui.

Scelgo il primo romanzo, nomino un’amica, carico la copertina.pravda 3

Scatta il blocco di 72 ore. Per tre giorni non potrò interagire in alcun modo nella piattaforma sociale. È la seconda censura in cui incappo. La prima, avvenuta poche settimane prima, mi aveva bloccato per 24 ore.

L’errore, è mio. Sbadato e superficiale, ho scordato le regole della piattaforma. Come si è soliti dire in Veneto commettendo una leggerezza: mona mi (si pronuncia come la traduzione di amico mio in francese, anche se il significato è “leggermente” differente).

Le copertine incriminate sono le seguenti (perché, anche nel primo caso, l’immagine di un libro ha sancito la mia condanna):

Libere mi è costato, come dicevo poc’anzi, 24 ore; la casa delle belle addormentate, 72.

Il nudo, in faccialibro, non è permesso anche se non vi è traccia di erotismo o di eccitazione per eccitazione. Il nudo è censurato anche se, come nei casi appena mostrati, è la sensualità a farla da padrona. Comunque sia, ho sbagliato, ma…

Provate a entrare in qualsiasi pagina o profilo pubblico di politici, giornalisti, personaggi dello spettacolo, gruppi pro o contro qualcosa, eccetera eccetera, e leggete i commenti. Odio e rabbia abbondano come acqua nell’oceano. In molti casi li definirei imbarazzanti per la violenza che esprimono.

La censura -in questi casi- non scatta. Insulti gratuiti, per non parlare di espressione verbali ancor più gravi, sono tollerati. L’immagine di un seno femminile no.

Nel mio frullatore (ovvero la mia testa) scatta una riflessione.

Tutti abbiamo un corpo composto di carne. Prima di essere spirito, siamo carne. La nostra esistenza è carne. Però, strano a dirsi, sembra non venga riconosciuta, questa nostra essenza puramente materiale.
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L’immagine di una parte corporale denudata destabilizza il nostro sistema tanto da indurci a costruire muri mentali dietro a cui tutti (chi più chi meno) corriamo a nasconderci. E non avviene solo per immagini puramente sessuali. La vista della nudità, anche qualora sia innocente, è capace di risvegliare in noi sensi di pudore (sentimento nobile e da rispettare) e di censura.

Per comportamenti violenti il processo non si ripete. Si alzano voci di protesta e di condanna ma il procedimento, per uno strano meccanismo, si inverte. Soffermatevi, senza preconcetti, a leggere i commenti delle persone che si ergono a paladini della non violenza, e scoprirete espressioni verbali dello stesso tenore di quelle denunciate.

Violenza e odio si auto-alimentano, e in contemporanea si nutrono delle voci che vorrebbero combatterle. È aberrante. Siamo giunti a un punto di non ritorno (mi auguro di prendere una cantonata colossale).

Credo nella libera espressione, e giudico il politicamente corretto ipocrita e falso. Nonostante ciò mi chiedo, notando certi comportamenti, quale debba essere il confine, e come debba essere gestito. In una società evoluta e matura la “censura” dovrebbe provenire dall’individuo stesso.
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Penso che la vera libertà stia nella capacità di gestire i confini del lecito e dell’illecito, giocandoci a piacimento senza offendere, o creare imbarazzo, al prossimo. Semplice e puro buon senso.

Ho come l’impressione che qualcosa ci sia sfuggito di mano.

Ripeto: l’artefice dei miei sbagli sono io avendo pubblicato immagini contravvenenti alle regole, e il blocco, tutto sommato, è giusto. Nulla però mi vieta di domandare come sia possibile la condanna di un seno, e non di alcune forme d’aggressività. Perché, e ne sono convinto, la violenza verbale può nuocere tanto quanto, se non maggiormente, quella fisica.

Forse, come spesso accade, tendo a estremizzare, e le mie sono pure e semplici deviazioni mentali. O forse no.
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Se siete giunte/i alla fine di questa pappardella mi piacerebbe conoscere il vostro pensiero chiedendovi un’unica cosa: non commentate riferendovi a personaggi politici o pagine specifiche. Non diamo importanza a persone, o atteggiamenti, che non meritano le nostre energie.

Sono figlio, sono maschio

Sono figlio, sono maschio.

Mi guardo in giro, e rifletto. È mia abitudine. Interagisco molto meno. Giusto o sbagliato poco importa. Osservo il mondo reale, e lo trasbordo in quello delle reti sociali; vivono in simbiosi, mi sembra poco realistico dividerli. Unisco parole del vissuto materiale con immagini della sfera virtuale, e lascio nasca un pensiero. Infine traslo l’elaborazione nella persona che meglio conosco: Alessandro C. Io.
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Ed è capitato per caso, mentre ero al bar -in due distinti momenti- sentissi discutere due coppie di madri. Genitrici che si dichiaravano legate, stando alle loro parole appassionate, ai rispettivi figli. Lo seguo in tutte le attività… , lo indirizzo in quella direzione… , e altre frasi dello stesso tenore arricchivano i discorsi intrapresi tra un caffè e un dolcetto.

Seduto vicino a loro mi è stato impossibile non ascoltare. La promiscuità gioca brutti scherzi. Comunque sia, in quanto figlio, in quanto maschio, mi sono sentito chiamato in causa, e l’apparato uditivo s’è appropriato delle onde sonore emesse dalle mie vicine. I figli, di cui discutevano, oscillavano tra i sedici e i venti anni. Se avessi potuto prolungare la pausa caffè avrei scoperto altre cose sui soggetti in questione, rischiando però di addentrarmi nel pettegolezzo.

Nella stessa giornata, mentre sono collegato a una delle diverse reti sociali, la mia attenzione si focalizza su selfie di madri in posa con i figli, e relativi commenti decantanti quanto sia forte il relativo legame. Lodi a profusione sulla correttezza morale del pargolo adorato, e altre frasi puntuali nel ribadire l’attaccamento indissolubile.
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Qualcosa, nella mia testa, scatta. Come dicevo poc’anzi: sono figlio, sono maschio.

Le immagini di diciottenni immortalati con le relativi madri mi disturba. Le parole delle donne, e i commenti letti, mi inducono alla riflessione. Un leggero senso di morbosità si fa strada (in me o in loro?). I ricordi mi riportano indietro con l’età. Rispolvero i discorsi intavolati con i miei coetanei a cavallo dei diciotto anni. Prepotente, il passato torna in superficie.

Il rapporto figlio-genitore era fonte di discussioni accalorate tra noi ragazzi. Nonostante fossimo divisi in vari gruppi, e vivessimo tra noi disaccordi e dissapori, una cosa ci accomunava: il bisogno di distacco da coloro che ci avevano generati. Il primo ostacolo nel nostro processo evolutivo -e di ribellione- era rappresentato, per l’appunto, dalla famiglia (nucleo fondante della società) e in seguito incontrava altri rappresentanti, quali istituzioni o figure educative. Il desiderio di apparire maturi e indipendenti (anche se non lo eravamo) andava a cozzare con l’atteggiamento materno convinto fossimo eterni bambini (persone da proteggere a qualsiasi costo).
sono figlio, sono maschio

Sono figlio, sono maschio, e in questo presente percepisco un’assenza. Sembra che queste genitrici abbiano bisogno di colmare un vuoto. Il vuoto causato dal falso ideale di uomo: un maschio mai incontrato durante la vita. Noto, nella loro eccessiva attenzione, l’inconsapevole desiderio di plasmare i figli sullo stampo di un ideale mendace, modellandoli per avere ciò che, nei rispettivi compagni, non sono riuscite a riscontrare. E, come non bastasse ad avvalorare questo pensiero, rilevo un’altra assenza a mio avviso importante: la ribellione di quegli stessi figli.

La ribellione precede la maturità, la quale si consegue superando le prove poste dalla vita. Per entrare nell’età adulta è inevitabile lo “scontro” fautore di un pensiero critico e ora, come nell’età adolescenziale, lo considero tappa fondamentale per la formazione individuale.
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Mi domando se queste donne, cercando di proteggere i figli da eventuali sbagli, non stiano privando questi ragazzi di una cosa indispensabile: la possibilità di errare con la propria testa. L’atteggiamento protettivo/apprensivo, a volte quasi maniacale, non rischia di inibire una tappa importante della fase evolutiva di un giovane? I figli, in un prossimo futuro, non rischiano di presentare le stesse mancanze constatate dalle madri nei rispettivi compagni? E questi stessi ragazzi provano mai il desiderio, e la necessità, di scontrarsi con la figura genitoriale e rivendicare, in tale modo, la propria autonomia?

Forse le mie riflessioni tendono all’estremizzazione della situazione, e non sarebbe la prima volta; ma gli estremi, essendo chiari e netti, mi permettono di cogliere le diverse sfumature raccolte al loro interno.

E voi, amiche e amici, cosa ne pensate? Tendo a estremizzare troppo il pensiero, o le mie riflessioni nascondono un briciolo di verità? Sono curioso di conoscere il vostro parere anche se discordante.


Le immagini sono fotogrammi tratti da 3-4×10月 – Boiling Point, una pellicola del 1990 di Takeshi Kitano. Un ottimo esempio della dualità ribellione/evoluzione.

Se volete una colonna sonora adatta per leggere questi miei pensieri, vi lascio il link di una canzone dei Kreator, vi basta pigiare QUI. Spero riusciate a cogliere l’ironia dell’abbinamento immagini-musica 🙂
 

otto marzo duemiladiciotto

È difficile racchiudere in un unico pensiero il mondo femminile. Non mi basterebbe nemmeno un’intera vita per sondarlo. Ed essendo la mia curiosità insaziabile, ne soffro. Nella mia immaginazione (seconda solo alla curiosità) amo raffigurarlo con le parole di È caldo, l’autunno: profondamente leggero, e pregno dei colori autunnali.

Spero che ogni donna si riconosca in questi pochi versi, e apprezzi la sinteticità con cui ho cercato di descrivere la femminilità.

Per leggere, cliccate QUI.

 

sulla poesia, e sulla libertà

Quando scrivo una poesia cerco di impormi la massima libertà. Niente metrica, né rima. Lascio sia l’ispirazione a guidarmi nella stesura del sentimento -o dell’immagine- e successivamente, come uno scultore in contemplazione del proprio operato, a piccoli colpi di scalpello tolgo il superfluo e smusso i versi che poco mi convincono.

Nel comporre haiku, al contrario, la consapevolezza della struttura metrica mi impone un altro tipo di libertà: giocare con poche parole efficaci ed evocative, cercando di rispettare regole ben definite.

La vera libertà, secondo la mia filosofia, ha confini ben delineati in cui posso spaziare a mio piacimento. E la poesia non sfugge a questa idea. Sia nel comporre haiku -basandomi su regole ferree-, sia nello scrivere poesie in una metrica apparentemente libera, confino la creatività in spazi chiusi. Poiché la poesia, per come la vivo io, è fondamentalmente un gioco. E un gioco, si sa, ha bisogno di regole per essere tale.


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