SPALANCATI AI MIEI OCCHI

E se mi chiedi di incanalare le energie

spalancati ai miei occhi

e lasciati leccare.

Da tempo immemore queste labbra

reclamano i tuoi sapori.

Perdonami, il desiderio romantico poco mi si confà,

preferisco languire tra ruvido sporco

e oscena quotidianità.

Ho l’anima carnale e il membro etereo,

e un desiderio lascivo di riempirti la bocca

con sconce verità.

Alessandro Chiesurin – Spalancati ai miei occhi (Viscerotica, 2021)

Spalancati ai miei occhi è presente in Viscerotica nata di getto come lo è la passione bruciante. Spero vi piaccia e vi inviti a scoprire Viscerotica.

Seta

Scritta in un pomeriggio nevoso, Seta racconta dei silenzi indagatori; delle vertigini nate nei propri pensieri; della bellezza nello sfiorarsi.

Scrissi questi versi ripensando a uno sguardo femminile lontano nel tempo. Uno sguardo perduto, mai scordato.

SETA

È nella lucidità specchiatasi nell’iride

se riesco a compitare frasi e ragionamenti

di forma compiuta.

per giungere a ciò

faticai arrovellandomi tra stupidi demoni insaziabili,

e pensieri preconfezionati saccheggiati

alle ignave passanti.

Ho tessuto una trama talmente fitta

negandomi ogni min imo spiraglio di sole,

guadagando, al contempo, chiarezza in punto croce.

Se nelle giornate morte sembro spento,

non straziarmi l’anima.

Rammenta di quando confezionammo

questo nuovo stato

intessuto di piacevoli ricordi. Quel giorno

la neve si fece fitta, e il tuo sorriso candido;

il fuoco lambiva le vesti,

e le mie carezze per te erano seta.

Alessandro Chiesurin – Viscerotica

Seta è presente in VISCEROTICA, disponibile in tutte le piattaforme di vendita libri. Oppure puoi chiedere una copia con dedica compilando il modulo CONTATTI.

Photo by Alexander Krivitskiy on Pexels.com

La nuda luna risplende sconcia

La notte ha il fascino femmineo dell’imprevedibilità. Come la donna più seducente, regala momenti di pura passione ad altri di totale distacco.

E poi c’è la luna, presenza ammaliatrice ammaliatrice e incantatoria, seducente e distante.

La nuda luna risplende sconcia nasce da questi pensieri. Mi auguro vi piaccia e susciti curiosità verso il mio lavoro.

LA NUDA LUNA RISPLENDE SCONCIA

La nuda luna risplende sconcia per la mia voluttà

e il firmamento, laido giaciglio

si fa manto scurrile.

La notte va spogliata

inutile negarlo, e con fare malandrino

l’accarezzo baciandole le cosce.

Voglio imprimere la vastità della volta celeste

in un teneue pensiero;

e poi ingoiarlo.

Assaporare il suo gelido calore invernale,

e saziarmi.

Occhi notturni bisbigliando alla mia oscenità,

lascivi.

Ho denudato la notte, lo confesso,

ingoiando ogni singola stella in questo unico amplesso.

i miei occhi

Stamattina guardavo i miei occhi allo specchio. E nello scrutarli, oltre al verde acqua intenso, leggevo i pensieri annidati nell’iride.

Non sono un tipo da autocelebrazioni, sarei più propenso a rimanere defilato o a non prendermi mai sul serio (è un modo per rimanere coi piedi per terra, e per scansare paure e timori), comunque, leggevo i pensieri attraverso il filtro dell’iride, e mi sono detto: «hai creato qualcosa di bello, e di diverso» – riferito al mio ultimo libro: Viscerotica.

Prima di investire tempo e denaro in questo progetto ho rifiutato 4 proposte da parte di case editrici, l’ultima in ordine cronologico specializzata in poesia italiana e internazionale, perché due erano indecenti, le altre perché non soddisfacevano a pieno le mie esigenze.

Ci crediate o meno, ho dedicato tre anni a questo piccolo e intenso volume, modificando versi e scartando poesie che, a ben vedere, erano poco inerenti all’idea primigenia.

Sì, i miei occhi dicevano questo stamane, e narravano di come sia giunto a pubblicare un simile lavoro attraverso travagli e pensieri messi a nudo.

Viscerotica è nata in un periodo, uno dei più intensi e dolorosi [lavorativamente parlando].

Ero impantanato in un lavoro in cui subivo mobbing e, ciliegina sulla torta, mi sentivo con una persona che, inconsapevolmente, mi “impediva” di essere me stesso. Un ex rappresentante sindacale sottomesso a lavoro, e in procinto di rotolare verso una storia che lo stava per soffocare… niente male come premessa per un nuovo lavoro letterario!

Viscerotica è nata lì, nel momento in cui mi sono detto «mai più» e, guardandomi allo specchio come ho fatto stamane, ho lasciato liberi i pensieri, le paure, i disagi. E in quel marasma che vorticava nella mia testa è uscito un unico suono: Viscerotica.

È nato prima il titolo, poi la “letteral-cosa” che conclude il volume. È nato il bisogno impellente di riprendere energie, ed esternare ciò che, fino al punto di rottura, avevo tenuto soffocato e represso.

E da questo inizio doloroso, e intenso, settimana dopo settimana sono venute alla luce poesie che parlano di sessualità, e di corporalità. Di sentimenti denudati, e di desideri urgenti.

Viscerotica è una silloge sul desiderio maschile (il mio lato maschile), e sulla carnalità perché, lo si accetti o meno, è nella carne che il desiderio si manifesta, e si fa concreto.

Il desiderio si fa carne, che a sua volta si fa poesia; la poesia si fa me, che a mia volta mi faccio sensualità.

I miei occhi verde acqua dicevano tutto ciò stamane, e potrei sintetizzare questa serie di pensieri con un’unica parola: Viscerotica.

P.S. e tu hai letto Viscerotica? Clicca qui sopra e ti spedirò una copia direttamente a casa!

i miei occhi

Viscerotica

Il nuovo libro di Alessandro Chiesurin

Viscerotica, con le sue poesie, racconta il rapporto di coppia fatto di eccessi, e sfumature. Con versi dolci e delicati, sfrontati e passionali, Viscerotica ti accompagna nell’erotismo morbido e sensuale per mostrare ciò che a volte desideri, ma non osi confessare.

Viscerotica è il lato raffinato del proibito e, poesia dopo poesia, ti seduce l’anima.


Immagina di spiare attraverso il buco della serratura.

Un brivido ti pervade la schiena, e la paura d’essere scoperto/a ti eccita tanto quanto l’ammirare il proibito.

Viscerotica è l’occhio che si dilata nello scoprire il segreto di ciò che gli è sempre stato negato.

Viscerotica è lo sguardo sull’istante in cui desiderio e curiosità si fondono in un unico caloroso abbraccio.

Viscerotica è la silloge della carne e del desiderio; della decadenza, e della passione.

Leggila, e il tuo sguardo su erotismo e poesia scorgerà nuovi orizzonti!

Scrivimi per ricevere una copia personalizzata!

Viscerotica, il nuovo libro di Alessandro Chiesurin, con le sue poesie, racconta il rapporto di coppia fatto di eccessi, e sfumature. Con versi dolci e delicati, sfrontati e passionali, Viscerotica ti accompagna nell'erotismo morbido e sensuale per mostrare ciò che a volte desideri, ma non osi confessare.
Viscerotica è il lato raffinato del proibito e, poesia dopo poesia, ti seduce l'anima


Viscerotica, il nuovo libro di Alessandro Chiesurin, con le sue poesie, racconta il rapporto di coppia fatto di eccessi, e sfumature. Con versi dolci e delicati, sfrontati e passionali, Viscerotica ti accompagna nell’erotismo morbido e sensuale per mostrare ciò che a volte desideri, ma non osi confessare.
Viscerotica è il lato raffinato del proibito e, poesia dopo poesia, ti seduce l’anima. [CONTINUA]

La scuola?

La scuola? L’ho sempre detestata. Era un’istituzione che, per il sottoscritto, doveva essere cancellata dalla terra seduta stante.

All’asilo scappavo perché volevo tornare a casa dalla mia sorellina. Alle elementari avevo il terrore della maestra e spesso fingevo di dimenticare a casa la cartella per tornare sui miei passi. Le medie sono state un buco nero di insulsaggine e apatia. Le superiori le ho amate solo alla fine (tanto da averle prolungate di altri 2 anni). Per farla breve, non ero quello che si definisce uno studente modello.

Tornando ai pochi anni buoni di quel periodo, potrei stuzzicarvi l’appetito raccontando qualche marachella, o bricconata, ma temo che i reati in questioni non siano ancora caduti in prescrizione e, con cognizione di causa, sorvolo facendo finta di nulla. In alternativa potrei spiegare le cause delle due bocciature, ma sono fatti di normale amministrazione e rischierei di annoiarvi con le classiche beghe alunno/insegnanti. Oppure potrei dedicare questo spazio alla professoressa di inglese del quarto anno, ed è proprio quello cha farò.

Inizio così, senza troppi giri di parole. La suddetta insegnante aveva una qualità: era maggiorata. Si portava appresso una sesta con molta nonchalance, e il mio pensiero (e lo sguardo) era sempre rivolto alle due gemelle. Rappresentavano la mia Eldorado — e non fate i bacchettoni/e, sono una persona genuina, dico pane al pane, vino al vino, e tette alle tette; questo blog è mio e scrivo ciò che mi pare e piace!

Fatto sta che la professoressa in questione prese a cuore la mia rabbia giovanile e a volte, durante la lezione, mi invitava a prendere la sedia e accomodarmi accanto a lei alla cattedra. Ero in paradiso. E a rendere ancora più speciali quei momenti era il fatto che mi chiamasse per nome (mai per cognome come facevano compagni e professori). E io stavo lì, tra il beato e il rincoglionito, a rispondere alle sue domande mentre il resto della classe svolgeva qualche esercizio.

Perché giri coi jeans strappati. Perché li preferisco così. Che musica ascolti. Il grunge. Hai problemi a casa. Ho un unico problema: la vita. E via con una serie di domande a cui rispondevo sinceramente cercando di non far cadere l’occhio proprio sulle gemelle (problema che mi affligge tutt’ora con le maggiorate e non) sentendo in sottofondo il brusio dei compagni che avrebbero pagato oro per essere seduti al mio posto e ricevere le attenzioni della bella professoressa.

E poi un giorno, dopo la classica lista di domande a cui seguivano risposte preconfezionate, e nel mentre i miei occhi decisero di assecondare la legge di gravitazione universale cascando dove dovevano cascare, la professoressa ebbe l’ardire di chiedermi come trascorressi i pomeriggi, e perché studiassi così poco. Cosa risposi? Fischiettai. E non un motivetto a caso. Decisamente no. Fischiettai la sigla di una serie tv molto in voga in quegli anni, e mi feci una grassa risata sotto ai baffi. Tranquilli/e, se la curiosità vi prude con la stessa intensità con cui mi prudevano le mani quando sedevo accanto alla bella maggiorata, vi basta cliccare sul tasto play del link sottostante, e viaggiare con la fantasia 😉

Oggi mi dedico a elencare le cose preferite, e non

Oggi mi dedico a elencare le cose preferite, e non.

Cose che non mi piacciono:

  • Gli estremisti
  • Il politicamente corretto
  • Il radicchio (soprattutto quello rosso)
  • Il melone
  • L’ananas (lo detesto)
  • I ragni (ho il terrore)
  • Le “maestrine”
  • I cazzari
  • I libri gialli/thriller (salvo rare eccezioni)
  • La Panda
  • Il sesso triste
  • Gli assembramenti
  • Le scorciatoie
  • Nel mio fisico: il neo sul braccio sinistro
  • Alzarmi tardi dal letto
  • Tom Hanks
  • L’immobilità
  • Le chiacchiere a vuoto
  • Il traffico
  • L’assenza di verde
  • I falsi miti
  • I/le radical chic
  • Passare sopra a un fiume

Cose che mi piacciono:

  • La montagna
  • Il sesso
  • Correre col buio per godere del silenzio e dell’incontro con gli animali selvatici
  • Gli estremi
  • L’erotismo
  • La complicità
  • Il caffè amaro
  • Il formaggio
  • Il pane
  • Le castagne
  • Camminare nel bosco sotto la pioggia
  • Fare il “mona” (per usare un’espressione veneta)
  • Andare al cinema
  • Il cinema in generale (soprattutto quello d’autore)
  • Il cinema di: Nanni Moretti, Eric Rohmer, Aki Kaurismäki, Ingmar Bergman, Pedro Almodovar, Takeshi Kitano
  • Yoga
  • La politica (anche se in certi momenti la detesto)
  • Le donne sincere e schiette, intelligente e argute
  • I drammi
  • Yukio Mishima
  • Il mare d’inverno
  • L’autunno
  • La scrittura (soprattutto per fare chiarezza con me stesso)
  • I colori: rosso, marrone, verde, grigio
  • Nel mio fisico: occhi, il neo sulla caviglia destra
  • Heavy metal e rock
  • La lettura
  • La filosofia orientale
  • Lo splatter
  • Reinventarmi
  • Il sorriso e lo sguardo di mia nipote
  • Stilare liste (lo faccio spesso)
  • La comicità, soprattutto quando è scomoda
  • Le tette (il mio unico e grande amore, assieme al caffè)

Sicuramente ho dimenticato molte cose, altre le ho omesse volutamente.

E voi, cosa amate o detestate?

foresta del Cansiglio

Oggi piove

Oggi piove, e l’aria è carica del gelo dovuto alla neve che arriverà. Lo so grazie alla solita sensazione lungo la spina dorsale. Il mio sensore personalizzato che indica cosa accadrà.

Oltre alla pioggia ci sono degli operai, dalla parlata trevigiana, al di là della vetrata. Fanno battute concernenti i frequentatori del Piave.

«I và in xerca de capełoni» e, sentendoli ridacchiare, la voglia di chiedere loro come facciano a essere così informati sulla materia, è tanta. Parlate per esperienza? Ma lascio perdere e ascolto le battute di basso rango a cui seguono risate forzate. Sentire lo straziante sarcasmo, e quel falso divertimento, mi stimola un unico pensiero: gettarli di peso nel Piave – ogni tanto mi scatta la sana violenza, è uno dei molti pregi che tendo a nascondere.

Ora si trovano sopra la mia testa, intendo al piano di sopra, e sistemano sedie e arredo per i vari uffici. Allestiscono una nuova realtà prossima all’apertura. E se salissi per immortalarli in una fotografia da caricare sul blog e dare così un impatto visivo a queste parole? Temo però, udite mio malgrado le battute con cui hanno riempito la mattinata di riferimenti fallici, sarebbero capaci di abbassarsi i pantaloni per mostrare la mercanzia e dare il tocco finale alla goliardata. Magari assumendo le stesse pose tenute dal sottoscritto, ‘l Dur, e J. C. di Pittsburgh qualche anno fa.

Siamo sulla A27, precisamente all’aera di sosta Piave Ovest, muniti di una macchina fotografica usa e getta, e in preda ai fumi dell’alcol. Stiamo tornando a casa dall’ennesimo concerto metal (non ricordo quale purtroppo) e nelle nostre menti annebbiate risuonano gli echi delle note metalliche. Ci facciamo una birra (giusto per mantenere il livello di sbronza), e ci sfondiamo con quello che in veneto amiamo definire panìn onto. J. C. di Pittsburgh emette un rutto degno di un a solo di Mike Terrana e controlla l’indicatore dei fotogrammi rimasti a disposizione. Carica la macchinetta e insiste per farci una foto stipati dentro la cabina telefonica. Esaltati dall’alcol eruttiamo la brillante idea di imprimere sulla pellicola sederi e testicoli lì, in una triste stazione di servizio alle 3 di notte urlando contro Satana e i camosci.

E poi le risate. Scoppiano fragorose e irresistibili – non come quelle degli operai sopra la testa. Le nostre sono sane e alcoliche, divertite e spensierate. Le risate esilaranti di chi immagina la faccia che farà lo sfortunato sviluppatore del rullino.

Era una notte nei primi anni del 2000 e, come oggi, l’aria era fredda e piovigginava un po’. Il metal era una costante di molte serate e noi, come bambini discoli, esibivamo i gioielli di famiglia fregandocene del mondo imprigionato fuori dalla cabina telefonica.


P.S. oggi comunque non piove, questo racconto l’ho scritto ieri


a proposito di Mike Terrana… inconfondibile alla batteria

A proposito di pedofilia

A proposito di pedofilia vorrei condividere questo breve resoconto. Mi auguro vi prendiate qualche minuto per leggerlo e riflettere, e qualche altro istante per condividere pensieri o per porre domande con cui costruire un dialogo interessante. Necessito di punti di vista differenti.

Parlando poco tempo fa con un’amica m’è tornato alla memoria un fatto di quando avevo circa 15/16 anni. Erano gli anni dell’istituto tecnico industriale. Il periodo di nuove scoperte e prime rivolte. Un anno nel quale, oltre a cambiamenti caratteriali ed esperienziali, vidi l’arrivo di una nuova professoressa d’inglese – quella a seguire è una breve vicenda che la riguarda.

Bionda dagli occhi d’intenso blu, aveva un fondoschiena che la metteva sempre a disagio – sovente si lamentava del culone. Vestita abiti dai colori sgargianti come stoffe indiane, ma dal taglio tipicamente occidentale, e si agghindava con un vago senso di sbadataggine. E il suo carattere, come potrei descriverlo? Forse con un aggettivo: infantile. Infatti amava vantarsi di trascorrere quasi ogni fine settimana a Londra, bollando noi sbarbatelli come “sfigati” (non usava quest’espressione, ma il tono era quello) perché rintanati nel nostro piccolo pezzo di Veneto.

Una mattina, mentre noi ragazzi si è in attesa dell’arrivo di un professore affetto da ritardo cronico, X ci fa una confessione: «una volta a settimana vado a ripetizioni d’inglese dalla nostra prof». Segue un momento di silenzio in cui lo guardiamo per capire dove voglia andare a parere e poi, tutto sorridente, continua: «l’ultima volta mi ha fatto un pompino». Convinto di assaporare il suo momento di gloria, X rimane interdetto dalla nostra reazione.

Lo guardiamo tra incredulità e derisione credendo sia la solita balla che si è soliti, tra maschi, raccontare per vantarsi di qualche prodezza sessuale ma, nel momento in cui la sua espressione muta da delusione a sguardo smarrito per un‘innocenza perduta, l’atmosfera in classe cambia. La verità si fa intensa e amara, e il sogno erotico di ogni studente di farsi una professoressa si trasforma in incubo. La linea di demarcazione è stata violata, proprio come l’innocenza, e qualcosa di impalpabile in noi cambia.

La vicenda della pedofila (come qualcuno di noi sbarbatelli, in segreto, soprannominò l’insegnante) sfumò d’intensità di giorno in giorno fino a divenire una vicenda lontana e dimenticata, e di quell’esperienza non ne parlammo più.

Ed ecco che, nel mezzo di una discussione con un’amica, l’espressione del mio ex compagno di classe torna con prepotenza davanti ai miei occhi nel momento stesso in cui il ricordo riaffiora dalle acque profonde della memoria, e la sensazione che legò noi ragazzi in quel preciso momento ricompare con lo stesso amaro sapore del giorno in cui la confidenza si fece carne.

Quando l’argomento pedofilia compare nei miei pensieri, o discorsi, l’orco cattivo è sempre maschio, difficilmente lo associo alla sfera femminile ma, proprio ripensando alla vicenda appena narrata (lontana molti lustri), mi accorgo della stortura, e una riflessione scatta in me.

La percezione della gravità cambia a seconda del genere d’appartenenza. Se immagino un uomo a compiere sesso orale (su ragazza o ragazzo non fa differenza), la reazione si fa più violenta e indignata. Nei confronti di una donna mi scopro più tollerante, e mi chiedo perché. E a questa domanda, che necessita risposta, sono conscio dovrò indagare a fondo, magari confrontandomi proprio con te che, giunta/o fino alla fine di questa breve narrazione, sicuramente hai pareri a riguardo. Voglio scoprire se hai vissuto vicende simili, o come ti approcci a simili argomenti; quali siano i tuoi pensieri, e le tue riflessioni. Ma soprattutto ricorda che non si è qui per giudicare, ma per comprendere e confrontarsi.


Mi scuso se il testo non è scorrevole quanto avrei voluto, ma l’urgenza mi ha spinto a sorvolare sulla sintassi e a ridurre all’osso i fatti.

Lecco dita grondanti umore

Lecco dita grondanti umore

e sapori intrisi di piacere.

La schiena inarcata

mi offre i tuoi spasimi

caldi, salati.

Ancora qualche battito cardiaco prolungato

a trattenere un ritmo forzoso, e poi l’oblio.

che mondo piatto e monotono senza i Judas Priest

Di luce e di oscurità, la mia silloge, è possibile (tra l’altro) acquistarla QUI

una parte del mio corpo che amo

Samantha (o la breve narrazione di una serata trascorsa in compagnia di una giovane donna che indossò sfumature alla Buio Omega)

Facendo pulizia di vecchi file ho trovato le annotazioni conseguenti a un appuntamento al buio. Avevo dimenticato questo avvenimento e, rileggendo le poche informazioni scritte a suo tempo, mi domando perché abbia abbandonato la divertente pratica di conoscere persone a caso, privandomi così della possibilità di incontrare ragazze caratterizzate da singolari peculiarità.

Innanzi tutto tengo a precisare che Samantha, il nome della protagonista, è di pura finzione; siamo usciti un’unica volta e la messaggistica, prima e dopo l’incontro, è durata poche settimane è perdonabile, quindi, questa mia dimenticanza (amnesia ben diversa dall’oblio in HO SCORDATO IL NOME DELLA RAGAZZA CON CUI SONO USCITO PER MESI). In compenso ricordo la sua provenienza, Mogliano Veneto, e della gonna plissettata nera e corta indossata per l’appuntamento (particolare di rilevante importanza nel proseguo della vicenda).

La storia ruota attorno alla stessa città: Conegliano. Una mattina, mentre faccio colazione in un bar mai frequentato prima incontro casualmente X, ex compagno delle superiori. Parlando del più e del meno gli racconto di essermi lasciato alle spalle un periodo incasinato e di voler conoscere qualche nuova ragazza. Per magia spunta il nome di Samantha con tanto di numero telefonico. È l’amica di un’amica e pure lei sembra alla ricerca di novità sento se le va che le giri il tuo numero. Trascorrono due giorni dall’incontro con X e la trama di sms con Samantha prende forma.

Ci facciamo una birra a Conegliano, mi scrive, ma incontriamoci fuori dal centro così ci facciamo una passeggiata. Al sottoscritto va bene, e stabiliamo luogo e ora per l’incontro.

Samantha si rivela molto carina e, come già accennato in precedenza, indossa gonna e maglietta nera anonima, e un giubbetto di pelle (vi lascio indovinare il colore). I capelli, mori e lunghi, li ha raccolti in una treccia adagiata sulla spalla sinistra.

È distante il pub? A una ventina di minuti, dico. Bene io sto davanti tu guidami… questo breve dialogo avviene dopo esserci presentati. Troppo confuso per rimanere interdetto faccio come Samantha desidera e, se escludo le volte in cui si gira per controllare che il distanziamento di due metri sia rispettato (la ragazza aveva forse previsto le normative in merito Covid19 con 10 anni d’anticipo?!), le uniche parole intercorse vertono esclusivamente sulle istruzioni impartitele per raggiungere il locale.

Al pub la sinfonia sembra ripetersi. Si aggira cercando il tavolino ideale e intanto mi spedisce a ordinare due birre.

Ti ho accennato che sono disoccupata nei messaggi? Sì, le dico sedendomi di fronte. Oggi ho fatto un colloquio. E come è andato? È per un posto in un’impresa di pompe funebri. La domanda postale era differente ma evito di sottolinearlo per non inimicarmela dopo dieci secondi. L’idea di vestire e truccare i cadaveri mi eccita una casino (parole sue, giuro). Benedetto sia il gestore che arriva con tempestività a servirci le birre interrompendo un discorso che, successivamente, riesco a indirizzare verso una lista di argomenti più consoni a una conversazione qualunquista. Esci da una storia complicata; cosa hai studiato; credi agli oroscopi e menate varie.

Facciamo un brindisi a noi due? Molto volentieri, dico e noto il modo con cui afferra il boccale. Samantha lo avvolge con le mani come si fa con una tazza di cioccolata calda per infondere tepore alle mani. Senti come è fredda questa birra, dice seria, chissà se anche i cadaveri lo sono altrettanto.

Accantoniamo le teorie freudiane in materia di Eros e Thanatos e concentriamoci sulla mia fantasia. Mi figuro Samantha intenta a strusciarsi languida e sensuale su un morto (rigido pure lì) e la mia libido decide di abbandonare il mio, di corpo breve cronaca di un’erezione mancata.

A cosa stai pensando? Lo vuoi proprio sapere, le chiedo. Non serve credo di immaginarlo e forse… [sorriso compiaciuto]. Siamo due tipi dalla fervida immaginazione, le dico. Decisamente, dice e inizia a raccontare vicende minori concernenti la storia d’amore che ha appena concluso, tediandomi come mai m’era capitato.

Le birre finiscono, come i suoi racconti, e ci avviamo verso il parcheggio. Di nuovo chiede di fare strada lasciando il sottoscritto nelle retrovie distanziato di un metro, stavolta.

Mi hai guardato il culo prima? Se dicessi di no mentirei, rispondo. Bene perché voglio che mi guardi il culo mentre camminiamo, e felice come una bimba solleva la gonna mettendo in mostra le mutandine viola (gesto che compirà ripetutamente). Qualcosa riprende vita e non mi riferisco al cadavere menzionato in precedenza. Arriviamo alle automobili e la serata sembra svoltare in meglio. Ci scambiamo qualche bacio e alcune carezze, poi mi invita a salire sulla sua vettura.

Scusami se non ti faccio un pompino anche se ne avrei voglia ho già un amico di scopate e mi basta non vorrei incasinare troppo la mia vita. Va bene, le dico, non mi sembra di avertelo chiesto. E lei sorride allo stesso modo di quando eravamo in birreria: il sangue mi si gela, e qualcos’altro appassisce con codardia. Spero proprio mi assumano all’agenzia di pompe funebri ci tengo così tanto. Te lo auguro, le dico. Che carino, esclama baciandomi e ci salutiamo. Salgo nella mia macchina e la guardo scrivere un sms, poi se ne va (mi verrebbe da dire per sempre, ma…).

Se non avessi annotato i punti salienti di questa breve serata, di Samantha (chissà per quale motivo evitai di scrivermi il suo nome, ero convinto di rivederla?) avrei dimenticato tutto: dalle mutandine viola, alla gonna plissettata; dalla treccia corvina, allo sguardo nero e intenso – ma al contempo vuoto. Avrei scordato lo scambio di messaggi che perdurò qualche settimana in cui mi narrò lo stato della sua vita amorosa/sessuale, e di come l’agenzia di “becchinaggio” rifiutò la sua candidatura; delle paranoie dovute alla disoccupazione, alle foto del suo culo inviatemi perché, come amava ripetere, desiderava non lo dimenticassi. Ma, in un file intitolato “sangue freddo” ho ritrovato tutto ciò e, rileggendo l’andamento di quell’appuntamento, la sua figura è ritornata con prepotenza a invadermi la mente. Solo una cosa manca per completare questo quadro: avrà esaudito la fantasia necrofila che si portava appresso?

Conegliano, via Giovanni Battista Cima

Sai cosa vorrei?

Sai cosa vorrei? Mi piacerebbe sapere se ti è capitato qualche fatto curioso o buffo durante questa quarantena. E non parlo di un avvenimento da prima pagina. No. Voglio mi racconti un piccolo evento capace di rompere la monotonia di questa quarantena. Può trattarsi di una emozione, o di qualche accadimento visto dal balcone o dalla finestra. Magari puoi descrivere il brivido provato nel portare fuori la spazzatura (azione che in altri momenti ti avrebbe fatto sbuffare) o raccontarmi una telefonata inaspettata.

Mi piacerebbe saperlo perché è un modo per condividere, per conoscerci, per confrontarci. E magari costruire un racconto collettivo.

E così, per rompere gli indugi, inizio col descrivere brevemente una richiesta fattami da una carissima amica. «Ho bisogno del tuo aiuto» mi dice «per riscrivere la presentazione del nostro gruppo. La voglio divertente e accattivante». Le confermo la mia disponibilità e così ora mi ritrovo a riversare su carta idee per raccontare le gesta di una congrega di mattacchioni/e. Ti starai chiedendo di cosa si occupi questo famigerato gruppo, e la risposta è presto detta: BDSM – il sottoscritto poco conosce di quest’arte, ma come rifiutare un simile favore?! (se hai qualche suggerimento da darmi è ben accetto, brancolo bendato nel buio!).

E così, se ti va di raccontare qualcosa, qualsiasi cosa!, sentiti libera/o di commentare questo post o, se preferisci farlo in modo privato, nella sezione CONTATTI (pigia sopra la parola) troverai la mail a cui scrivermi.

Aspetto la tua storia (le vostre storie) per costruire un racconto corale. Dimenticavo… se non risponderò subito non offenderti, sono alle prese con corde, fruste e minzioni ;D

uno sguardo dalla mia finestra…

Le mie poesie le trovi QUI

I miei racconti (ancora per poco) li trovi QUI

Ho una cicatrice indelebile…

Ho una cicatrice indelebile causata da ciò che avvenne presso la stazione ferroviaria di Bergamo in una giornata afosa e appiccicaticcia. A spingermi nel capoluogo orobico con la mia R5 bianco panna, in pieno agosto, fu la prospettiva di trascorrere tre giorni in compagnia di una ragazza.

Con IB avevo intessuto un fitto dialogo tramite la chat di un noto operatore telefonico e, discorrendo di argomenti vari, si giunse al punto di ciarlare d’erotismo tanto da scoprire che il suo interesse sessuale nei miei confronti era pari alla mia curiosità nei suoi riguardi. Senza troppo rimuginare se fosse giusto o meno soddisfare tale curiosità, salii in macchina diretto in Lombardia.

Di IB conservo l’immagine di un viso carino (non ancora di donna) segnato dagli sfoghi dell’acne e leggermente nascosto dalla montatura retrò degli occhiali. Allo stesso tempo, la memoria, vacilla sui dettagli riguardanti le sue forme, e la causa è presto detta.

Appena ci incontrammo IB tenne a precisare il desiderio di conservare la propria illibatezza per la prima notte di nozze e, in conformità a tale decisione, mai si sarebbe denudata al cospetto mio o di qualsiasi altro maschio fatta eccezione, ovviamente, del futuro consorte. Tale risoluzione era dovuta, sottolineò, per non cedere alla vertiginosa tentazione che viene a crearsi tra due corpi svestiti. Dal mio punto di vista le premesse per un erotico soggiorno sfumarono dopo pochi scambi di battute, e i 250 km percorsi con l’idea di introdurre il mio pene nella di lei vagina rischiavano di tramutarsi in una beffa bella e buona. La certezza di passare tre notti in albergo con me stesso come unico compagno era tutto fuorché eccitante ma, come si addice alle migliori sceneggiature, IB si rivelò a suo modo sorprendente.

Al giro turistico della città Alta, la ragazza bergamasca unì una smodata passione per il mio sedere (manifestata in continui palpeggiamenti) e una sana dimostrazione della propria arte nella pratica della fellatio manifestata nei posti più improbabili — che l’idea di mostrarmi i luoghi dell’infanzia fosse solo un pretesto, lo capii subito.

In IB, nonostante la mia ingenuità, percepii il bisogno spasmodico di scontrarsi con un passato opprimente. Mi regalò pompini davanti al collegio clericale frequentato per tutto il percorso scolastico; al campo di calcio in cui assisteva, senza mai partecipare, alle partite del fratello con gli amici; sotto al porticato usato dai clochard come tetto d’emergenza. E fu proprio qui, dopo aver raggiunto l’orgasmo, che mi avvidi della presenza di uno spettatore e quando lo feci notare IB rispose che, se ero stato condotto in quel luogo, un motivo doveva pur esserci. Ma, e qui lo confesso, la compagnia di IB e la bellezza di Bergamo Alta sono ricordi marginali rispetto a ciò che avvenne alla stazione ferroviaria.

L’ora convenuta con IB per l’incontro era mezzogiorno e, come spesso mi capita, vi giunsi con qualche minuto d’anticipo. Nel mentre decidevo se farmi una birra al bar, oppure trascorrere quei pochi minuti d’attesa in macchina, la vidi arrivare.

Aveva lunghi capelli corvini che le coprivano gran parte del viso, e un passo deciso nell’instabile equilibrio. Indossava una maglietta grigia, nel taglio simile a un camice ospedaliero, e dei jeans logori. Si sedette di fronte alla mia automobile e compì gesti precisi con estrema naturalezza. Scorsi nei suoi occhi un barlume d’estasi mentre l’eroina entrava in circolo. La vidi sorridere inebetita poco prima di cedere al torpore stupefacente. Alienato dalla situazione fui capace solo d’ingranare la retromarcia e andarmene, scordandomi pure di IB. Quello spettacolo, così crudo e ipnotico, lo sentivo (e tuttora lo è) troppo vicino e doloroso. La necessità di lasciarmelo alle spalle, cancellando dall’immaginario quegli attimi in modo definitivo, era un proposito che sentivo impellente. Fallii, e queste righe ne sono la testimonianza.

E mi dispiace ammettere l’incapacità di rendere partecipe te che leggi dell’atmosfera creatasi in quei pochi minuti a cavallo di un torrido mezzogiorno bergamasco inzuppato dal sudore di due perfetti sconosciuti. Due, come i pallidi volti imperlati di gelide gocce. Due, come i colori che poco si sposavano in quel triste quadro. Una pennellata verde, per descrivere l’aiuola in cui giaceva una delle innumerevoli solitudini di cui è costellata la vita; l’altra grigia, per una maglietta poco chic stagliata davanti alla facciata di una stazione.

E ora, cercando di attribuire un significato a un evento che chiedeva solo d’essere vissuto senza giudizio alcuno, mi pongo nudo davanti allo specchio per rileggere quegli attimi con sguardo esterno e conto le numerose cicatrici (tangibili e non) disseminate lungo il mio corpo. Minuscoli squarci come quelli presenti nell’avambraccio della giovane sconosciuta. Piccole lacerazioni che, se unite da un’ipotetica linea, tracciano la figura attuale che risponde al mio nome.


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Cleo

Disse di chiamarsi Cleo; non indagai oltre. Mai ho saputo il vero nome e, di lei, ho perso ogni contatto. Proveniva dal sud e a separarci, oltre al vissuto personale, c’erano 17 anni di differenza. Lei ne aveva circa 40, io ero poco più che ventenne. Ero uno sbarbatello, ma consapevole di esserlo.

Ci ritrovammo, senza troppi giri di parole, nudi e disposti a consumare un desiderio furioso all’interno della sua automobile avvolti in una passione fulminea iniziata con qualche carezza e poco altro. E fu mentre ero intento ad assaporare le sue calde labbra che il marito telefonò.

La reazione istintiva fu di staccarmi dalla parte nobile di quel corpo voluttuoso ma, con impeto furioso, Cleo mi ricacciò la testa tra le gambe pregandomi di continuare mentre parlava con il proprio uomo. Dove sei, cosa fai, con chi sei, quando rientri. Queste erano le domande a cui la udii rispondere. Quesiti che accesero la mia curiosità più della stessa carica erotica in cui ero invischiato. Salutò il marito spegnendo il cellulare poco prima di raggiungere l’orgasmo, e subito dopo chiese di essere penetrata perché desiderava raggiungessi il mio, di traguardo, tra le sue cosce. La mia impresa fu tutt’altro che epica, da sbarbatello quale ero la vista di tale abbondanza sensuale mi procurò vertigini imperiose e un orgasmo repentino. Con la stessa velocità con cui venni, ci rivestimmo alla ricerca di un contegno formale. Fu durante quei semplici gesti che Cleo mi raccontò la propria storia.

Da qualche anno si era trasferita seguendo il marito e il miraggio di un posto di lavoro. Lui s’era reinventato la propria esistenza nel bellunese grazie alla nuova occupazione e alle conoscenze derivanti da questa; lei no. Solo un’amica, tra l’altro corregionale, pareva disposta ad ascoltare i suoi pensieri e a condividere i momenti vuoti della giornata, e nessun altro. Nonostante la famiglia, Cleo si sentiva sola.

Per un lungo periodo, mi confidò, era precipitata in un vuoto privo di emozioni e stimoli. Ero depressa, disse candida candida, e riuscii a trovare uno spiraglio di luce durante una serata in discoteca. Un ragazzo la invitò a ballare, dopodiché si ritrovarono a fare sesso appartati in un parcheggio. Lì ho ricominciato a vivere, disse con malizia ripensando al momento, e per me è iniziata una nuova fase esistenziale tendente alla ricerca di un piacere che prima mi era negato. Mi raccontò del nuovo amico, un trentenne di Cortina con cui trascorreva ogni fine settimana (lasciando figlio e marito a casa), e divenuto presenza stabile nella sua routine; e mi elencò i nomi degli altri ventenni (come il sottoscritto) amanti passeggeri di breve o lunga durata – giovani brandelli esistenziali per una Madame Bovary del XXI secolo.

Come altre esperienze significative della mia vita ho rimuginato spesso sugli istanti di quella serata e, nei primi tempi, ricordo di aver pensato a Cleo appellandola – molto stupidamente – con un epiteto poco signorile. Ero incapace di immedesimarmi. Ero inadatto ad affrontare la questione da uomo. In seguito, accumulando esperienze e raffinando l’empatia, quella stessa espressione che un tempo aveva un’accezione negativa, è divenuta per me sinonimo di libertà e spensieratezza. Trascorsi quasi 20 anni quel ricordo è ora piacevole quanto lo è stata quell’esperienza di libertà, per molti poco convenzionale, trasmessami da Cleo.

Lei fu una delle prime donne a condividere con me, oltre ai piaceri della carne, i propri tormenti vissuti anche attraverso le esperienze sessuali.

Lei fu una delle prime donne a denudare la propria anima per me. Ora, e lo dico con lo stesso candore delle sue confidenze, mi piacerebbe sapere se il sogno di ritornare a Caserta si sia avverato, e se quel mal de vivre che la spingeva a ricercare la compagnia di giovani uomini si sia mai placato. Mi piacerebbe conoscere il suo vero nome, per dare a questo ricordo nuove sfumature, ma, più di ogni altra cosa, desidererei le arrivasse questo racconto per sussurrarle all’orecchio che la sua conoscenza, seppur breve, ha toccato comunque la mia esistenza.

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La mia prima educazione sessuale (e il 3° principio della Dinamica)

La mia prima educazione sessuale la devo a due riviste: Lettere di donne e Lettere confidenziali. Due mensili (o forse settimanali) ricchi di racconti molto esplicativi e di nudi femminili ancor più chiarificatori.

A fornirci (passo al plurale perché non ero solo in questa avventura) queste prelibatezze di letteratura da bassa manovalanza erano i genitori di C – intendiamoci, non è che lo facessero con fini reconditi, semplicemente possedevano una vasta gamma di quelle riviste (erano sparse ovunque in casa) e a noi ragazzini bastava allungare una mano per farle nostre.

A quattordici anni divoravamo (pensandoci credo sia stata la mia prima seria lettura) questi racconti in cui le donne descrivevano il proprio piacere ottenendolo mediante: dildo; vibratori; palline vaginali; muratori; idraulici; commessi; e un’ampia gamma di maschi occupati nelle mansioni più comuni – per la serie: il godimento della porta accanto. Leggevamo a turno una rivista, o uno specifico racconto, e poi ne discutevamo come nei migliori club letterari, commentando le varie immagini scoprendo così i gusti altrui.

E poi c’erano le videocassette. Paprika di Tinto Brass era il film più gettonato assieme a La bestia di Walerian Borowczyk, senza escludere gli innumerevoli nastri di pornografia con protagoniste Moana e Cicciolina, due vere icone di quegli anni.

Per farla breve, E & M, veri e propri libertini, vivevano immersi tra giochi sessuali ed erotismo da libero mercato esibendo il tutto senza pudore alcuno, esattamente come nelle altre case venivano esposti soprammobili tristi e impolverati. Ogni oggetto sessuale faceva parte integrante dell’arredamento e, varcando la soglia di quella curiosa dimora, oltre a riviste e filmografia hard, si veniva colpiti da statuine più o meno esplicite, caraffe dalle forme falliche, e tanti altri ninnoli volutamente pensati per infrangere qualsiasi tabù. Per noi ragazzini quello era il Paradiso!

Puntualizziamo: lasciate fuori dalla porta le pedanterie moralistiche e calatevi nei panni di ragazzini curiosi di capire il proprio corpo e i segreti del sesso. Nell’intero arco scolastico ho avuto “2” lezioni di educazione sessuale, entrambe in quegli anni. La prima, mentre frequentavo la seconda media, fu tenuta dalla professoressa Albina M. la quale ignorò le esigenze delle nostre compagne e parlò esclusivamente dell’eiaculazione notturna nei ragazzi. Il succo del suo discorso si può riassumere in tal modo: ora siete nell’età della riproduzione e tanti saluti. La seconda lezione avvenne due anni dopo, durante l’occupazione dell’istituto tecnico che frequentavo. Dei diciottenni spiegarono a noi sbarbatelli come indossare un preservativo. Fine. Prima, durante, e dopo ci fu esclusivamente il vuoto cosmico da parte dei cosiddetti “adulti”, soprattutto nella sfera famigliare. Orbene, la terza legge di Newton (detta anche 3° principio della Dinamica) afferma che – mi si perdoni la faciloneria del linguaggio poco tecnico – se un corpo esercita una determinata forza su di un secondo corpo, questi risponderà al primo con una forza uguale e contraria. Per analogia, quindi, se il mondo “adulto” esercitava su noi ragazzini una forza misurabile in silenzio, a nostra volta rispondevamo con una forza uguale e contraria espressa in desiderio di apprendimento. È logico quindi ci fiondassimo in quella casa per soddisfare i nostri appetiti anche perché, è risaputo, nulla rimanere immutabile e due corpi sono soggetti a logoramento e/o caducità. Esattamente come si logorarono le pagine di Lettere di donne e Lettere confidenziali sfogliate con curiosa intensità: una forza vorace e inarrestabile al pari del desiderio di possedere quelle magnifiche donne ritratte in sontuosa nudità.

copertine varie

Borgo Piave

Capita associ persone (importanti o meno) a luoghi specifici, e credo sia una prassi comune a tanti e a tante.

Può essere il ricordo del primo bacio, oppure di un appuntamento tanto desiderato. Può capitare per un fatto spiacevole o traumatico, o per un avvenimento inspiegabile. Imprimiamo, in noi stessi, il volto di una persona in un luogo specifico per sprigionare la magia del ricordo. Perché, in fin dei conti, c’è qualcosa di magico nell’associazione volto-luogo. È un legame che crea sogni, visioni, emozioni.

Ne ho molti, di questi luoghi, e tutti sono associati a situazioni strane e simpatiche. L’ultimo, in ordine di arrivo, è un quartiere di Belluno: Borgo Piave. La “scoperta” è merito di I. che, durante una serata in cui rifuggivamo la presenza umana tra Longarone e Belluno, mi ha condotto in questo quartiere molto affascinante. Ci siamo distesi sull’argine del Piave, e lì abbiamo concluso la nottata parlando del più e del meno.

Dovete sapere che il rapporto con I. si può definire amicizia intima; e in questa amicizia il sesso è un’esperienza speciale. Se ci guardo dal di fuori, mi pare di osservare due bambini mentre compiono una marachella. Ridiamo spensierati scambiandoci aneddoti e racconti e, lo confesso, con lei il sesso è pura spensieratezza. Per me equivale a rilassamento fisico e intellettuale. E sorrido per questa associazione tra I. e Borgo Piave, un quartiere costruito a ridosso della sponda destra del Piave che ti invita a salire a Belluno percorrendo a piedi il centro storico ricco di angoli sinuosi e vicoletti dai lineamenti misteriosi.

Sorrido perché il Piave è parte costante della mia vita. Mio padre è cresciuto a stretto contatto (lato sinistro) con questo fiume, e da tre anni ci vivo vicino pure io. Tra i tanti aneddoti legati al fiume caro alla Patria, nella provincia di Treviso è importante precisare da che lato si proviene. Destra Piave sta a indicare la pianura, l’accento veneto molto marcato nella parlata, e un’apertura mentale che si riscontra meno per chi è nato nella Sinistra, come il sottoscritto. E, tra questi aneddoti, ce n’è uno in particolare con protagonista mio padre.

In gioventù (lo confessò una sera) i carabinieri gli sequestrarono tre Guzzi e 7 barra 8 automobili (il numero esatto non lo ricordava) perché si divertiva a partecipare/organizzare gare clandestine sul letto del fiume interessato dall’estrazione di ghiaia. E quando gli chiesi che fine fecero quei bolidi, papà –ridendo come un bambino colto sul fatto mentre compie una marachella– rispose che forse erano ancora nel deposito dell’Arma. «Mi vergognavo troppo per andare a riprenderli –al tempo erano meno fiscali– e così» disse divertito «dopo ogni sequestro, mi compravo un’altra moto o una macchina». E mi fa ridere ripensare al suo volto mentre mi raccontava le imprese al volante perché ho lo stesso sguardo bricconcello mentre ripenso ai giochi con I., colei che, in una notte passata a zonzo tra Longarone e Belluno, mi portò a Borgo Piave per fuggire dal marasma umano imprimendo così un nuovo ricordo nella mia mente già satura di associazioni bislacche.

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