Ritratto distratto

Se ne sta distesa sul bancone sorreggendo la testa con la mano a formare un triangolo equilatero. Lo sguardo annoiato rivolto ai passanti completa il quadro.

Sopra la di lei testa, appeso alla parete a cui dà le spalle, un maxi schermo proietta una partita di hockey. Tizzi scivolano con maestria sul ghiaccio rincorrendo un dischetto. Lo colpiscono con mazze a forma di L altrettanto annoiata. Nella postazione collocata alla di lei destra, il collega scruta un piccolo monitor agitando febbrilmente le dita. Pare poco propenso a intavolare una discussione, sia pure superficiale. E lei pare arenarsi nel tedio.

Io, passando con andatura spedita, nell’istante di un’occhiata memorizzo più dettagli possibile.

Lei ha i capelli mori raccolti in uno chignon imperfetto. Il collega indossa occhiali, e sfoggia una sottile striscia di barba che, correndo da basetta a basetta, ricopre il mento. Forse è solo un gioco della memoria che tenta di ingannarmi creando l’immagine ideale. La noia di lei però è autentica. Come lo è il rosso dominante all’interno del negozio, e i cellulari esposti sugli scaffali.

Getto un ultimo sguardo distratto verso il monitor. Sopra, tizi sul ghiaccio si scambiano effusioni maschili. Sotto, lei si abbandona al tedio. Alzo il bavero del cappotto e aumento il passo per ripararmi dal vento gelido. Come lei, da postazione differente, rivolgo ai passanti uno sguardo annoiato. Inconsapevolmente, rientro nel quadro.

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#sporepoetiche #alessandrochiesurin #pontenellealpi #provinciadibelluno #stradenotturne #striscepedonali #greenlight #redlight #streetnight #semaforo #diafoniemicrofisicadeipiccoligesti #ofeliaeditrice #panecaldo #profili Questo angolo di Ponte nelle Alpi è lo snodo di due racconti contenuti in "Diafonie. Microfisica dei piccoli gesti". Raffigura gli ultimi passi in "Pane caldo", ed è il quadro iniziale di "Profili". Due storie che parlano di rapporti umani. Due storie vissute in prima persona con le dovute modifiche dovute alla licenza poetica. Diafonie potete trovarlo al seguente link: http://www.ofeliaeditrice.it/?product=diafonie-microfisica-dei-piccoli-gesti Oppure potete contattarmi direttamente ai seguenti recapiti: https://sporepoetiche.wordpress.com/contatti/

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Nona Fernández

Nona Fernández. Inizio con un nome, e una domanda: siete mai stati folgorati dall’opera di qualche artista?

È una sensazione quasi liberatoria —  io la vivo in tale modo. È come se un peso si sciogliesse nell’animo, e una finestra venisse aperta su nuovi panorami.

Quella sensazione mi è capitata leggendo alcuni libri, o conoscendo a fondo la filmografia di qualche regista. Nona Fernández, con le sue opere, rientra nella lista di quegli artisti capaci di trasmettermi emozioni ed esperienze.

Ho “scoperto” casualmente i suoi lavori poco tempo fa. Cercavo una piccola casa editrice specializzata in letteratura sudamericana, e mi imbattei nel sito di Edicola Ediciones. Spulciai tra le sue pubblicazioni, e venni attirato da un titolo: Space invaders — da bambino ho giocato spesso con quel videogioco, e l’idea di leggere un romanzo battezzato con quel nome mi divertiva.

Sono stato folgorato! Ho riletto Space invaders (ne parlo a questo link: Space invaders di Nona Fernández (Edicola Ediciones, 2015 – traduttore Rocco D’Alessandro)) due volte di seguito vinto dalla bellezza e dalla delicatezza con cui Nona Fernández descrive la propria memoria, e quella cilena. In seguito ho letto La dimensione oscura (Gran Vía) e Chilean electric (Edicola Ediciones) — titoli che mi sento di consigliarvi.

Come dicevo poc’anzi, immergersi nella scrittura di Nona Fernández è una vera esperienza, e proprio per questo non voglio dilungarmi oltre. Mi piacerebbe istillarvi una sana curiosità riguardo a una scrittrice decisamente sopra le righe. Una sana curiosità che, se soddisfatta, può trasformarsi in stupore.

E voi, avete mai provato una folgorazione simile alla mia entrando nel mondo di qualche artista? Sono curioso, e spero di ricevere molte risposte. Condividere le belle esperienze è già di per sé una sensazione unica.
[se cliccate QUI vedrete una breve video-intervista a Nona Fernández]

1 gennaio

Approfitto di questo momento per farvi gli auguri di buon anno, amiche e amici.

Guardando i dati del 2018 mi sorprendono le visite ricevute in questo blog. E ancor più sorprendente è il fatto che gli articoli con più visualizzazioni parlino di poesia. Il più letto è stato Indossatrice. A ruota segue Dedica. E sul terzo gradino del podio c’è, con mia grande stupore, La bandiera del Cile. Mai avrei immaginato che il mio modesto parere su un libro di poesia potesse comparire tra gli articoli più visualizzati.

N.B. ho pensato che, come primo articolo dell’anno, avrei potuto presentarmi. Giusto per fare un po’ di conoscenza. E così è nato un breve flusso di parole e ricordi. Se siete curiosi cliccate alla voce su di me nella tendina delle informazioni. Oppure cliccate QUI

Storia di Lina

Ieri mattina ho bevuto un caffè, scambiando qualche chiacchiera, in un’osteria che stasera chiuderà in modo definitivo dopo una storia lunga 100 anni.

Ho scritto un articolo che parla di Lina, e di come siano destinati a spegnersi i piccoli paesi di montagna.

Se volete conoscere la storia di questa ragazza potete leggere l’articolo cliccando QUI

Caldo Natale

Lo spirito natalizio è qualcosa di distante da me per tanti motivi. Comunque, per augurarvi delle feste speciali, vorrei condividere questo racconto scelto dalla redazione di Letteratura Horror per la raccolta intitolata Natale horror 2018.

Auguri a tutte e tutti, e buona lettura! 🙂


CALDO NATALE

A Riccardo l’atmosfera natalizia piace. Coi ricordi ritorna alle veglie ansiose in compagnia della sorella. Le corse fuori dal letto. I pacchetti adagiati ai piedi dell’albero. Sono momenti indimenticabili.

«Amore» sussurra Riccardo all’orecchio di Sonia per non farsi sentire dal figlio «voglio che questo Natale sia magico per Carlo. Voglio sia una serata indimenticabile per lui, come lo erano per me».

La moglie gli accarezza il viso e con lo sguardo dice, lo sarà.

«Ecco i primi ospiti» dice Sonia «qualcuno s’è appeso al campanello e pare divertirsi con questo scherzo snervante».

«Zio Utavo» dice Carlo battendo le mani felice per l’arrivo dello zio e per le burlate che solo lui apprezza. Trotterellando incerto nei suoi due anni e mezzo va con la madre alla porta.

«Ecco la mia scimmia» dice lo zio ancora attaccato al campanello. Prende tra le braccia il piccolo e lo fa roteare sopra la propria testa diverse volte; poi lo lascia alle attenzioni degli altri famigliari. Tutti arrivati con puntualità allarmante.

«Per stavolta passi» dice Sonia dando un buffetto sul gomito a Gustavo «ma non farlo più. Ultimamente la piccola fa le bizze ogni notte ed è impossibile chiudere occhio. Se Sabrina dovesse svegliarsi ci pensi tu. Uomo avvisato mezzo salvato!». L’uomo brontola, poi sorride. Sarà un piacere cullarla, pensa.

Cappotti, sciarpe e guanti usati per proteggersi dalla neve vengono ammonticchiati sulla panca d’ingresso, e la famiglia si raduna nella taverna riscaldata da un fuoco vivace e scoppiettante.

«Se qualcuno mi dà una mano fra poco si mangia» dice Sonia facendo segno agli ospiti di sedersi, e Riccardo, stappando la prima di una lunga serie di bottiglie di vino, inizia a servire bicchieri a destra e a manca. Le donne, solidali nel rifocillare gli stomaci vuoti, danno una mano alla padrona di casa servendo i piatti e le pietanze preparate in precedenza.

Allo scoccare delle 20.00 tutti sono seduti al proprio posto pronti per iniziare l’abbuffata. Vengono distribuite pietanze per palati sopraffini, e per stomaci meno delicati. Si svuotano bottiglie con rapidità fulminea, e risate e chiacchiere si susseguono con gioiosità festante.

«Porta a letto la scimmietta» dice Riccardo guardando Carlo ormai ciondolante. Lo prende dolcemente tra le braccia e si avvia al piano di sopra. «Meanote» dice il piccolo senza aprire gli occhi, ricordando così la promessa al padre. Questi gli dà un bacio sulla fronte e risponde meanote. Lo mette sotto le coperte e controlla Sabrina. Dorme beata succhiandosi il pollice.

I dodici rintocchi segnano il momento atteso. La porta della taverna si apre. Carlo entra battendo le mani. «Meanote!».

Le risate sguaiate dei presenti danno al bambino la scusa per saltellare sul posto.

«Fate piano» dice Sonia indicando con il dito il piano di sopra. Si alza felice per la contentezza del figlio, e va a controllare il sonno della piccola.

«Riccardo! Sabrina non c’è più». Il volto sfigurato dall’angoscia l’ha invecchiata di dieci anni in pochi secondi.

Riccardo, balzando dalla sedia le chiede se sia sicura, Magari la bambina è nascosta sotto le coperte. Si muove sempre durante il sonno. Magari…

«Fledo» dice Carlo additando il fuoco nel caminetto «Aina fledo».

Nel marasma generale l’intera famiglia si precipita fuori. Forse la piccola è caduta di sotto. Forse la finestra era aperta. A tre mesi come potrebbe salire sul davanzale, dice Gustavo cercando di far ragionare i presenti. E la neve immacolata ai lati della casa fuga ogni dubbio. La piccola è ancora in casa.

Frugano ovunque. Dentro ogni armadio, sotto ogni letto. Passano in rassegna ogni mobile o pertugio. Di Sabrina nessuna traccia.

«Hai lasciato sul fuoco qualcosa?» chiede zia Ernestina. Ci manca solamente scoppi pure un incendio, pensa preoccupata.

«No» dice Sonia terrorizzata girandosi verso il marito.

«Aina fledo, buò atale» dice Carlo battendo le mani. E saltellando sul posto, indica la stufa con il portello dimenticato aperto.

Crash

Vi è uno strano rapporto che lega noi esseri umani all’automobile. Una simbiosi capace di influire sulle scelte economiche degli Stati industrializzati (vedasi le manovre per sostenere i mercati di settore) o di modificare il nostro modo di vivere e di conseguenza la percezione della realtà. L’automobile è, per antonomasia, il veicolo simbolo di mobilità e libertà (effimera), ed è naturale che questo legame facesse capolino anche nella letteratura investendola con la sua irruenza.
crash 1

È il 1973, e James G. Ballard pubblica Crash, romanzo capace di descrivere -meglio di altri, a mio avviso- la morbosità del rapporto uomo/automobile. Il mezzo meccanico, in Ballard, diviene un prolungamento del corpo umano tramutandosi in veicolo per la ricerca del piacere sessuale, e i personaggi alienati, che popolano questa storia, aspirano con frenesia allo scontro automobilistico per raggiungere l’eccitazione. Il mondo di Crash è freddo e meccanico, ma capace di sprigionare pulsioni talmente forti da tramutarsi in veri e propri scontri e l’uomo moderno, decritto da Ballard, si tramuta in involucro vuoto alla continua ricerca di riempimento. L’automobile, per paradosso, diviene il mezzo con cui i personaggi “scoprono” la propria esistenza scontrandosi con le proprie pulsioni.

«In tutto il libro ho usato l’automobile non solo come simbolo sessuale, ma come metafora totale della vita dell’uomo nella società odierna. […] Il fine ultimo di Crash, inutile dirlo, è quello di monito, di messa in guardia dal mondo brutale, erotico e sovra illuminato, che sempre più suasivamente c’invia il suo richiamo dai margini del paesaggio tecnologico»¹.

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J.G. Ballard

Un paesaggio tecnologico, quello descritto da Ballard, talmente presente nel concreto e nell’immaginario da stravolgere la percezione dell’esistenza stessa. Un paesaggio in cui la tecnologia è l’unico mezzo per raggiungere emozioni e piaceri fisici. Fotografia, quanto mai attuale, del presente dominato dai social-network.

¹ Ballard J.G., Crash, postfazione 1974, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2014

Curiosità:

Rimanendo in tema di scontri automobilistici, vi sono due illustri scrittori morti per le conseguenze di incidenti stradali.

  • Italo Svevo (alias Ettore Schmitz) morì il 13 settembre 1928 per complicazioni sopraggiunte dopo uno schianto dell’automobile, su cui viaggiava con dei familiari, contro un albero a lato della carreggiata nei pressi di Motta di Livenza (TV).
  • Sorte simile toccò ad Albert Camus il 4 gennaio 1960 nei pressi di Villeblein. L’auto su cui viaggiava il premio Nobel, in compagnia dell’editore Henry Gallimard e della moglie e della figlia di quest’ultimo, sbandò per la velocità eccessiva schiantandosi contro un platano.

Nel 1996 David Cronenberg dirige una pellicola, scrivendone anche la sceneggiatura, tratta dal romanzo Crash con cui vince il Premio della giuria al Festival di Cannes. A vestire i panni del Ballard protagonista della storia troviamo James Spader.

crash 2

E per rimanere in tema di incroci tra cinema e letteratura, David Cronenberg recitò a sua volta in Cabal (titolo originale Nightbreed), film horror del 1990 diretto da Clive Barker e tratto dal proprio romanzo.

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David Cronenberg e Craig Sheffer in una scena di Cabal

Valbelluna – Alvisiana

Domenica ho redatto la mia prima cronaca di un incontro di pallacanestro femminile. Una prova dura per il sottoscritto, soprattutto per la dinamicità del gioco.

Nonostante mancassero di esperienza, e giocassero contro una squadra forte e “di mestiere”, le ragazze di Belluno hanno dato il meglio fino all’ultimo secondo. Lo spirito sportivo corretto per dimostrare che non sempre conta il risultato!

Se siete curiose/i di leggere la mia cronaca, cliccate QUI.

Pellicole cinematografiche

Buongiorno amiche e amici, oggi vorrei parlare di cinema. È una mia passione, e confesso che amo scorrazzare nel mondo delle pellicole. E così, giusto per farvi entrare nella mia testolina bacata, ho deciso di dirvi quali siano i film che maggiormente hanno influenzato il mio immaginario.
pellicole cinematografiche 1

Ne ho elencati tredici e li ho ordinati per anno di uscita nelle sale. Tengo a precisare che la mia scelta va oltre la trama anche se, le pellicole menzionate, sono fondate su storie meravigliose. Il cinema è immagine, e la carica evocativa di queste opere è stata talmente forte da avermi trasmesso molte sensazioni, a volte contrastanti.

Alcune di pellicole trattano temi forti, fatevi una buona ricerca prima di visionarli. Non è mia intenzione narrarvi la trama o dibattere sul loro contenuto. Posterò solamente il trailer o una sequenza (cliccate sopra al titolo) senza influenzare, in tal modo, la vostra curiosità.
pellicole cinematografiche 2

C’è un’unica cosa ancora da dirvi: buona visione!

  1. Vampyr (1932) di Carl Theodor Dreyer
  2. Il settimo sigillo (1957) di Ingmar Bergman
  3. Due o tre cose che so di lei (1966) di Jean-Luc Godard
  4. Cuore di vetro (1976) di Werner Herzog
  5. Buio omega (1979) di Joe D’Amato
  6. Stalker (1979) di Andrej Arsen’evič Tarkovskij
  7. Possession (1981) di Andrzej Żuławski
  8. Delitto e castigo (1983) di Aki Kaurismäki
  9. Tetsuo the iron man (1989) di Shinya Tsukamoto
  10. Sátántangó (1994) di Béla Tarr
  11. Antichrist (2009) di Lars Von Trier
  12. Guilty of romance (2011) di Sion Sono
  13. Laurence anyways di Xavier Dolan

Ce ne sarebbero tanti altri da inserire, ma questi hanno avuto un maggior impatto visivo-emozionale sul sottoscritto.

E i vostri quali sono? Fatemelo sapere che sono curioso! 😀

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È difficile parlare in momenti drammatici cercando di non risultare patetico. Il silenzio è eloquente quanto le parole. Ma tacere non voglio, e spero vivamente di non risultare patetico.

Ho ripescato, dal mio marasma fotografico, due immagini scattate dal monte Lastia di Framont. Era una bella giornata di metà settembre 2011 (uno dei tre mesi magici per salire in quota se ami la montagna) e immortalai Agordo e Taibon Agordino.

Il comprensorio del Civetta-Moiazza è parte di me, e molte mie poesie sono nate tra quei sentieri dolomitici, seduto su qualche masso a prendere il sole in compagnia di camosci e marmotte, o chiacchierando con qualche altro solitario come me.

Belluno è la provincia in cui ho deciso di ricominciare la mia vita azzerando molte situazioni. Se si amano bellezza e natura provincia migliore non c’è, credetemi.

Sono giorni che la provincia è martoriata dal maltempo, e la pioggia sembra voglia durare in eterno. L’Agordino, più di altre valli, ha subìto, e sta vivendo, una situazione difficile. Prima un incendio spaventoso, poi acqua e vento devastatori.

E qui mi fermo, lasciandoti le due immagini di cui ti parlavo poche righe sopra. La prima è una vista su Agordo, la seconda su Taibon Agordino e la Valle di San Lucano.

Ora è tutto diverso…

P.S. sotto le immagini troverai un link; a volte basta poco.

. 1. 2

Se hai voglia di donare anche solo un caffè a chi sta vivendo momenti drammatici, lascio un utile link della Regione Veneto. Clicca QUI!

riepilogo mese di Ottobre

Il mese scorso, per vari motivi personali e non, ho trascurato il mondo dei social (certamente non è un dramma). Comunque, anche se assente con costanza, ho pubblicato qualcosa: una poesia intitolata Sole spento, un racconto di sei parole prospettiva per un solido futuro, e ho parlato di Il sale di Jean-Baptiste Del Amo (Neo Edizioni, 2013 – traduttrice Sabrina Campolongo) edito da Neo Edizioni. E ho raccontato due vicende lavorative diametralmente opposte. La prima, Mobbing, è una situazione che non auguro a nessuno. La seconda, Alpina Belluno,mi auguro sia un viaggio capace di portarmi lontano (sicuramente mi arricchirà umanamente parlando).

Spero di intrattenervi senza annoiarvi, in questo mio piccolo spazio. Buon novembre a tutti 🙂

Sole spento

L’autunno morente

mi concede ali di gabbiano

e pensieri increspati.

 

Nel cielo sanguigno

si stagliano torri sagomate

affiorate dal gelido mare.

 

Gli ultimi raggi solari?

Li ha inghiottiti l’orizzonte

in quella linea sottile impossibile da afferrare.


P.S. nella mia memoria bislacca ricordavo un pezzo dei Timoria intitolato Sole Spento; gli interessati possono cliccare QUI 

sole spento

Alpina Belluno

Domenica è iniziata, per il sottoscritto, una nuova collaborazione molto interessante e stimolante. Per il Corriere delle Alpi seguirò alcune partite di calcio dilettantistico occupandomi della cronaca e delle interviste a fine gara.

Approdare alla carta stampata, iniziando dallo sport, è una vera e propria sfida. Ma non aggiungo altro, rischio di tediarvi. Per chi fosse interessato a leggere qualche stralcio del mio primo articolo, non rimane che cliccare QUI.

Mobbing

È cominciato un mattino. O per meglio dire, la mia presa di coscienza è iniziata quel mattino.

Mi sveglio con la nausea. Non un post-sbornia, né un malessere dovuto a intolleranza alimentare. Il desiderio di vomitare è forte: un’esigenza. E oltre alla necessità di espellere dal mio corpo una sensazione quanto mai sgradevole, si aggiungono le notti insonni, gli incubi, l’inappetenza, e una forte compressione al plesso solare. Faccio una ricerca in rete (quanto può essere utile, a volte) per capire a cosa siano dovuti i sintomi. Mi crolla il mondo addosso. Ora vedo le cose nitidamente.

Mobbing.

Le continue vessazioni e i piccoli richiami -costanti e a volte ingiustificati- che mi vengono rivolti, a fine giornata divengono una frana travolgente.

Sono imprigionato in uno stadio apatico, e di sottomissione. E lo smacco maggiore è che credevo di essere al riparo da certe logiche intimidatorie.

A mio favore gioca la presa di coscienza: decido di passare all’azione. Mi informo per risolvere, il prima possibile, questo disagio e scopro che le opzioni, per chi firma un contratto a termine, sono poche. Decido di stringere i denti, e andare avanti. Mi si prospettano 22 giorni (compreso oggi, 13/10/2018) prima che il contratto lavorativo scada, e ho trasformato il calendario in un campo di croci (usanza esportata dalla naja). Vivo un lento conto alla rovescia prima di riacquistare la libertà. E impreco contro il tempo, tiranno e malandrino, che si diverte a dilatarsi o restringersi a seconda delle esperienza vissute al momento.

Ho deciso di non dilungarmi oltre, né essere prolisso. Lo scopo è di stimolare la curiosità. Se, leggendo questo piccolo resoconto, vi sorgono domande, non fatevi scrupoli a chiedere. Risponderò, per quanto concerne la mia piccola esperienza. Il mobbing (lo sto scoprendo mio malgrado) è un processo logorante; sia per il fisico, sia per la mente. Meglio conoscerlo prima!

riepilogo mese di Settembre

Eccomi al consueto riepilogo del mese appena trascorso.

Nella home troverete due brevi vicende personali accadute in momenti, lontani tra loro, della mia vita. La prima (Ricordo) è una vicenda triste; mentre la seconda (Ricordo n°2) potrei definirla tragicomica, se ripenso alla sorte toccata alla bistecca.

Nella pagina Sporangi potrete leggere un nuovo componimento intitolato Breve trattato per un nuovo ordinamento sociale. La carnalità, descritta in ogni suo forma, è una costante fissa dei miei ultimi lavori.

E per concludere, a settembre ho parlato di due libri diversi tra loro per tematiche trattate, ma che affrontano entrambi il mondo dei ragazzini. Il primo è Nipponia nippon, romanzo riguardante il problema della sindrome degli hikikomori; mentre il secondo, Space invaders, ci porta nel Cile di Pinochet. Due lavori molto differenti per stile narrativo ma comunque di grande impatto.

Dimenticavo! Di luce e di oscurità è finalista a Il Modernismo, Concorso di poesia dedicato a Ezra Pound. Il 21 ottobre verrà stilata la classifica conclusiva (al momento sono tra i primi sei) e così saprò quale lode spetta al mio libro. Motivo in più, care amiche e cari amici, di scoprire la mia poetica. Per chi fosse interessata/o ad avere notizie, nella sezione Contatti potrà trovare gli indirizzi per pormi domande o curiosità, o per richiedermi una copia con dedica dei miei libri.

E come dicono gli amici friulani: mandi!

Ricordo n°2

Qualche lustro addietro, quand’ero ancora ragazzino, avevo un gatto. Bianco come la neve, grosso come un cane. Tal simpatico felino aveva un carattere simile al mio: selvàrego [1]. Lo battezzai Freddy, in onore a uno dei personaggi creati da Wes Craven. Il mio Freddy, a dispetto di quello craveniano, non sventrò mai J. Depp; si limitò a lasciarmi solchi lungo braccia e gambe con quegli artigli lunghi così. Era veramente selvàrego. Proprio come me.

Crescendo, Freddy si stufò d’arare i miei arti e si appassionò con ardore ai piaceri voluttuosi della carne tanto da ingravidare più di una gatta, lasciando in eredità tanti bastardini pezzati di bianco. Ne contai almeno sei aggirarsi nel capannone del vecchio burrificio – avete letto bene, è una U – e nel cortile di Mario.

Mario viveva con Ana (all’anagrafe Anna) la moglie – non era straniera, bensì mianese d.o.c. (noi veneti abbiamo repulsione per le doppie, ci fanno perdere tempo prezioso) – in una vecchia casa circondata da piante, e corredata da uno splendido cortile-discarica (ricordo, nell’ordine: un relitto di automobile senza parabrezza; una vasca da bagno incrostata; una Guzzi rossa, forse per la ruggine).

Con l’avanzamento dell’età anagrafica, forse per un effetto di compensazione, la memoria di Mario regredì riportandolo al tempo in cui era un giovane balilla, risvegliando così l’antico orgoglio italico manifestato sotto forma di canzonette del Ventennio (quali faccetta nera e simili) con cui tampinava i timpani di noi vicini ogni mattina. E questo amor patriottico per l’italiche musichette si palesava pure durante l’ora di pranzo – soprattutto quando Ana era fuori per lavoro – momento in cui Mario si deliziava con una bistecca. La cucinava con calma; la serviva sul piatto; poi andava ad armeggiare con il giradischi per sollazzare l’udito con faccetta nera. In quel breve lasso di tempo entrava in gioco, pardon, entrava dalla finestra, Freddy.
Il felino tanto selvàrego quanto astuto, studiando a tavolino ogni mossa del balilla, appena questi gli voltava le spalle, zompava sul tavolo appropriandosi indebitamente della bistecca cotta a puntino.
‘l tò gat ‘l me à ciavà la bisteca n’altra olta, jer [2] diceva Mario facendomi la posta mentre mi recavo a scuola.
Ringraxia ‘l Maxełòn [3] gli rispondevo scattando sull’attenti battendo i tacchi.

Fine del ricordo.


[1] selvatico

[2] ieri, il tuo gatto, s’è preso nuovamente la mia bistecca

(apro piccola parentesi: in veneto il verbo ciavàr ha un doppio significato. Il primo potremmo tradurlo con l’italiano rubare. Il secondo con scopare, inutile precisare che non si tratta dell’azione domestica di spazzare il pavimento. Chiudo piccola parentesi)

[3] non credo serva traduzione


e per chi abbia voglia di scoprire i racconti di questo baldo giovane, non rimane che cliccare sopra questa bella X

Ricordo

Lo incrocio con cadenza quasi regolare. Ha lo sguardo leggermente triste, e il cagnolino al seguito. Il nome, come mia consuetudine, non lo ricordo e sul suo, in particolare, è calata una nebbia fitta. Eppure…

Eppure ricordo il giorno in cui lo conobbi: 07 dicembre 2017.

Ricordo una ragazza di origine spagnola. Teneva stretto al petto con la mano sinistra il proprio, di cagnolino. Nella destra reggeva una sigaretta. Lasciò si consumasse in una lenta e bruciante consunzione senza mai fare un tiro.

Ricordo madre e figlia (nella mia testa honduregne) dall’accento centro-sudamericano. Stupende nella loro creola bellezza. Sei muy dolze, ripeteva la madre guardandomi – sudato e puzzolente come un caprone – in quel pomeriggio velato di grigio. Pareva volesse abbracciarmi dalla commozione. Io, ciondolante davanti all’unico ufficio vuoto e spento del canile di Belluno, cercavo di calmare un povero cagnolino. Lo stesso cagnolino che incontro in compagnia dell’uomo dallo sguardo triste.

Chissà se quegli occhi si velano di tristezza nel vedermi. La condivisione di un momento particolare ci lega, e ci allontana. Inevitabilmente. Ci scambiamo un sorriso indeciso e proseguiamo, ognuno per la propria strada.

Forse passerà ancora del tempo prima che si riesca a scambiare qualche parola. È naturale. È, comunque, il nostro addolorato segreto.


P.S. quella stessa sera avrei presentato per la prima volta Diafonie. Microfisica dei piccoli gesti, e se siete curiosi di scoprire qualcosa, vi basta cliccare QUI