passo triste

Mi sono accorto del suo passo triste perché è inverno. Fa freddo.

Quando esco a correre, verso le 5.30 del mattino, lei è una delle poche persone che incontro lungo il tragitto.

Testa bassa e sguardo pensieroso, attira la mia curiosità perché, oltre a trasmettere una sensazione mesta, il suo camminare è una sfida continua al tempo. Ogni movimento è lento, quasi irritante, e in quella lunga pausa tra un moto della gamba e l’altro, è come se riversasse tutta la pesantezza di vivere. Una pesantezza misurata in lunghi e innaturali secondi.

Spesso la vedo dirigersi alla fermata dell’autobus e, un’ora dopo, quando sto terminando la mia corsa, la noto ancora lì, stazionante alla fermata, in attesa di un mezzo che, proprio come lei, sembra non avere fretta nell’avanzare.

Mi sono accorto di lei, e di quel suo passo triste, perché le temperature mattutine (o per meglio dire notturne in quanto il sole è ancora un miraggio lontano) sono stabili sotto lo zero, e mi domando cosa la spinga a sfidare il gelo, in attesa immobile, per oltre un’ora.

Forse le afflizioni di cui soffre sono più pungenti del vento che spira dal Cadore, e quindi l’aria le è d’aiuto per scacciare la negatività. Oppure, come al sottoscritto, passato lo sconvolgimento del primo impatto col freddo, si ricarica si vitalità. Chissà. Magari è solo pura apparenza creata dalla mia mente che vede ciò che non è, e fantastica su drammi inesistenti. Sarà.

Stamattina, comunque, il termometro segnava -4°C, e del suo passo triste non c’era traccia lungo le strade.