BD

BD è stato mio collega per circa dieci anni. Iniziammo pressappoco nello stesso periodo e, come ultimi arrivati nel fantastico mondo del mobilio d’arredamento, fummo le vittime ideali di scherzi e prese per i fondelli. Forse fu questa la molla che fece nascere tra noi una simpatia reciproca, un rispetto puramente lavorativo. O forse perché, nonostante il suo carattere, io gli abbia sempre portato una stima canzonatoria.

BD era il classico individuo incarnante gli estremi. La violenza scorreva a fior di pelle, in lui, e molti lo temevano tanto quanto erano terrorizzati dai suoi scatti d’ira lucida e dirompente. Tipo quella volta che serrò il collo di un collega solo perché questi gli tirò una pallina di carta nel momento sbagliato. Ci vollero due persone per fargli mollare la presa, come due furono i colleghi a frenarlo prima che si avventasse contro il mulettista reo di non essersi accorto della sua presenza. Pochi secondi, e la tragedia avrebbe avuto luogo. BD era fatto così, viveva di scatti d’ira ma al contempo disprezzava la violenza stessa. Tipo, per esempio, se l’aggressività era rivolta contro una donna.

«Gnanca co ‘n deo te à da sfiorarle» [1] diceva, ed era pronto a correre in soccorso di qualsiasi donna se questa chiedeva il suo aiuto. Quando M gli telefonava perché aveva problemi con il proprio compagno, BD si precipitava a casa di lei e redarguiva l’uomo promettendogli una razione di legnate. E funzionava, perché chiunque temeva i suoi scatti d’ira. E con altrettanta intensità passionale, BD si preoccupava degli esseri indifesi. Se vedeva qualcuno schiacciare una vespa o una lucertola si infuriava urlando «te ala fât che?! Le masa comodo ciaparseła co i pì deboi» [2].Ed era pronto a fare a botte seduta stante solo per dimostrare che il più debole poteva essere proprio colui che aveva ammazzato l’insetto.

Quando era di buon umore invece, e i tempi morti lo permettevano, BD mi raccontava le sue “avventure” da ultras dell’allora squadra trevigiana di basket che primeggiava in Italia. Mi spiegava la metodologia dei saccheggi organizzati negli autogrill; le battaglie con gli ultras bolognesi; o mi descriveva le trasferte di comunione e fratellanza con i tifosi di Pesaro. E mi narrava delle sbronze e dei tiri di coca, dei pestaggi avvenuti a qualche festa paesana o degli scontri in qualche palazzetto sportivo. Mai, però, mi raccontò del fratello. N.

N lo conobbi anni prima. Al tempo ero studente a Conegliano e il mondo del lavoro era ancora un universo altro. Ogni venerdì, alla fermata degli autobus vicino alla rotatoria del Cavallino, N saliva in corriera dopo essere stato al Sert, e faceva lo stesso viaggio che compivo per tornare a casa (lui scendeva due chilometri prima). Qualcuno, la prima volta che fece la sua comparsa, lo battezzò Metadone, e tale rimase negli anni.

Calati sugli occhi, N aveva sempre un paio di occhiali di plastica neri, e nella mano stringeva una bottiglia di martini che finiva prima dei 22 km del viaggio. E biascicava contro noi ragazzini urlanti; contro il caldo/freddo/pioggia/sole/umidità; contro il mondo. O almeno a noi pareva così in quanto le sue parole, spesso, erano difficili da decifrare. Giunto a destinazione ci rivolgeva qualche urlo a cui rispondevamo con in modo sguaiato e mani agitate dai finestrini mentre la corriera si allontanava. Capitava anche, in rare occasioni, che N fosse in compagnia della fidanzata, e le scenate d’amore tossico che ne conseguivano erano di un tragicomico che mai più m’è capitato di rivedere. Con due gole da dissetare, la bottiglia di martini si svuotava con più velocità e l’astinenza si palesava in anticipo. Ne nascevano discussioni inenarrabili. Un venerdì capitò ci fosse solo la fidanzata, a salire a Conegliano, e prima della fermata chiese se ci fosse qualcuno disposto ad accompagnarla a casa di N perché temeva di essere menata. Scendeva solo L, in quel paese, ma per paura di essere menato a propria volta scelse “stoicamente” di prolungare il viaggio fino alla fermata successiva (la mia) e compì a piedi i due chilometri da Miane a casa. Dopo quel giorno la fidanzata di N non si fece più vedere (forse divenne ex) e Metadone, quando finii il mio ciclo scolastico, uscì pure lui dalla mia vita.

E BD? Prima che mi licenziassi (con conseguente trasferimento in un’altra provincia) venne licenziato, a da allora lo vidi in poche occasioni. È capitato lo incrociassi qualche volta mentre pedalava in bicicletta. Io gli strombazzavo con il clacson sorbendomi una serie di bestemmie prima che si accorgesse di chi fosse il disturbatore della sua quiete. E niente altro. Mia sorella però, a tutt’oggi, lo incontra saltuariamente e BD si preoccupa sempre di chiederle dove io sia, e cosa combini. «Saludamelo tant» [3] le dice, e nel modo con cui era solito darmi il buongiorno a lavoro aggiunge sempre «e ricordaghe che ‘l deve ‘ndar a fanculo» [4].

coppia a passeggio lungo una via del centro storico di Conegliano

[1] nemmeno con un dito devi sfiorarle

[2] cosa ti ha fatto?! È comodo prendersela con i più deboli

[3] salutamelo tanto

[4] penso sia di facile comprensione


I miei racconti li trovate QUI

Perforare

Perforata

la luna argentea

trivellata da

spaghi solari.

Immobile. Muta.

Perforato

il cranio. Sguazza

la materia grigia. Un’altra

giornata, immersa

nella tediosa calotta cranica.

Nella tazza di caffè

intingo il cervelletto

croccante e friabile

al palato. Spirali

fumose fragranti lunari

annebbiano la vista.

Perforati

i lobi temporali. Autunnali

sorrisi scortano l’inverno.


Le mie poesie potete trovarle QUI

La mia prima educazione sessuale (e il 3° principio della Dinamica)

La mia prima educazione sessuale la devo a due riviste: Lettere di donne e Lettere confidenziali. Due mensili (o forse settimanali) ricchi di racconti molto esplicativi e di nudi femminili ancor più chiarificatori.

A fornirci (passo al plurale perché non ero solo in questa avventura) queste prelibatezze di letteratura da bassa manovalanza erano i genitori di C – intendiamoci, non è che lo facessero con fini reconditi, semplicemente possedevano una vasta gamma di quelle riviste (erano sparse ovunque in casa) e a noi ragazzini bastava allungare una mano per farle nostre.

A quattordici anni divoravamo (pensandoci credo sia stata la mia prima seria lettura) questi racconti in cui le donne descrivevano il proprio piacere ottenendolo mediante: dildo; vibratori; palline vaginali; muratori; idraulici; commessi; e un’ampia gamma di maschi occupati nelle mansioni più comuni – per la serie: il godimento della porta accanto. Leggevamo a turno una rivista, o uno specifico racconto, e poi ne discutevamo come nei migliori club letterari, commentando le varie immagini scoprendo così i gusti altrui.

E poi c’erano le videocassette. Paprika di Tinto Brass era il film più gettonato assieme a La bestia di Walerian Borowczyk, senza escludere gli innumerevoli nastri di pornografia con protagoniste Moana e Cicciolina, due vere icone di quegli anni.

Per farla breve, E & M, veri e propri libertini, vivevano immersi tra giochi sessuali ed erotismo da libero mercato esibendo il tutto senza pudore alcuno, esattamente come nelle altre case venivano esposti soprammobili tristi e impolverati. Ogni oggetto sessuale faceva parte integrante dell’arredamento e, varcando la soglia di quella curiosa dimora, oltre a riviste e filmografia hard, si veniva colpiti da statuine più o meno esplicite, caraffe dalle forme falliche, e tanti altri ninnoli volutamente pensati per infrangere qualsiasi tabù. Per noi ragazzini quello era il Paradiso!

Puntualizziamo: lasciate fuori dalla porta le pedanterie moralistiche e calatevi nei panni di ragazzini curiosi di capire il proprio corpo e i segreti del sesso. Nell’intero arco scolastico ho avuto “2” lezioni di educazione sessuale, entrambe in quegli anni. La prima, mentre frequentavo la seconda media, fu tenuta dalla professoressa Albina M. la quale ignorò le esigenze delle nostre compagne e parlò esclusivamente dell’eiaculazione notturna nei ragazzi. Il succo del suo discorso si può riassumere in tal modo: ora siete nell’età della riproduzione e tanti saluti. La seconda lezione avvenne due anni dopo, durante l’occupazione dell’istituto tecnico che frequentavo. Dei diciottenni spiegarono a noi sbarbatelli come indossare un preservativo. Fine. Prima, durante, e dopo ci fu esclusivamente il vuoto cosmico da parte dei cosiddetti “adulti”, soprattutto nella sfera famigliare. Orbene, la terza legge di Newton (detta anche 3° principio della Dinamica) afferma che – mi si perdoni la faciloneria del linguaggio poco tecnico – se un corpo esercita una determinata forza su di un secondo corpo, questi risponderà al primo con una forza uguale e contraria. Per analogia, quindi, se il mondo “adulto” esercitava su noi ragazzini una forza misurabile in silenzio, a nostra volta rispondevamo con una forza uguale e contraria espressa in desiderio di apprendimento. È logico quindi ci fiondassimo in quella casa per soddisfare i nostri appetiti anche perché, è risaputo, nulla rimanere immutabile e due corpi sono soggetti a logoramento e/o caducità. Esattamente come si logorarono le pagine di Lettere di donne e Lettere confidenziali sfogliate con curiosa intensità: una forza vorace e inarrestabile al pari del desiderio di possedere quelle magnifiche donne ritratte in sontuosa nudità.

copertine varie

Ho scordato il nome della ragazza con cui sono uscito per mesi

Ho scordato il nome della ragazza con cui sono uscito per mesi. Nella memoria sono impressi i suoi occhi verdi, i lunghi capelli biondi, le fattezze del viso e le curve invitanti del corpo. Era di Santa Lucia di Piave, e aveva pressappoco la mia età. Appassionata di storia dell’antico Egitto, parlava in continuazione di faraoni e scavi archeologici, argomenti che, al sottoscritto, interessavano poco o nulla.

Eravamo soliti fare colazione assieme, soprattutto la domenica. Entrambi mattinieri, ci davamo appuntamento a Conegliano nel momento in cui molti individui concludevano la nottata di bagordi. Lei prendeva caffè al ginseng e una brioches che centellinava in piccoli bocconi, io caffè nero e cornetti che divoravo come non ci fosse un domani. Altre volte ci vedevamo di sera (mai per cenare assieme) e in una di queste uscite, oltre a presentarmi la sorella, mi portò all’evento organizzato da un “medico” di cui seguiva le gesta – se uso le virgolette un motivo c’è. La serata in questione si tenne a Oderzo, forse alla biblioteca civica, e verté sulla crescita interiore.

La prima cosa che mi balzò agli occhi, oltre al gran numero di presenti, erano i seguaci del sedicente medico. Indossavano tute nere e calzavano scarpe del medesimo colore. Con le braccia incrociate sul petto, presidiavano ogni uscita. Rappresentavano l’ultimo livello di una scala evolutiva studiata da quello stesso medico che, nel giro di pochi minuti, fece il proprio ingresso in sala. Parlò per oltre un’ora senza pause e a fine serata dimostrò nella pratica l’arte di cui era dotato. Scelse tra il pubblico la ragazza che, visibilmente, era più in difficoltà, e l’ipnotizzò – qui arriva la parte schifosa. Mentre la giovane era in trance, il medico la invitò a confessare alla platea di quale malattia soffrisse. Lei rispose. Al termine dello stato catatonico il tipo chiese al pubblico di ripetere il segreto che la ragazza aveva svelato. Seguì il pianto di umiliazione di lei ma il medico, abile nel manipolare le menti deboli riuscì, nell’ordine, a calmarla (prima) e iscriverla (poi) a uno dei propri corsi promettendole una sicura guarigione. Il tutto si concluse con un fragoroso applauso, e la mia indignazione assoluta. Il rapporto con la ragazza di cui ho scordato il nome, da quel momento, iniziò a incrinarsi. Ma era un rapporto, il nostro?

L’ho frequentata per mesi, e nello stesso periodo lei usciva pure con un poliziotto (una guardia carceraria a Santa Bona) perché indecisa tra chi scegliere dei due. E in quelle stagioni tra colazioni e drink post cena, mai un bacio riuscii a strapparle, figuriamoci altro. Non permetteva alcun contatto, e il sesso era esclusivamente un resoconto delle gesta compiute dalle sue colleghe. Parlandone con L, un’amica psicologa, mi spiegò che questi atteggiamenti (e altri che tengo celati) sono tipici di chi soffre di disturbi legati all’alimentazione. Fu in seguito alle parole di L che notai l’insolita magrezza di quel corpo (salvo per il seno abbondante) a cui non avevo accesso. Continuai a fare colazione assieme a lei, e a uscirci il sabato sera finché, sul finire dell’estate, mi resi conto di essere una pedina (assieme alla guardia carceraria) di un gioco destinato a non avere fine. Il rapporto (se è possibile definirlo tale) si concluse che uno scambio di sms che ancora ricordo – a differenza del nome, e con la mia risata liberatoria.

Ed è curioso il fatto che, nonostante sia un maschio molto attratto dalle forme femminili, con lei abbia inaugurato un periodo della vita caratterizzato da frequentazioni (di varia natura) con ragazze affette da disturbi alimentari.

P.S. confesso di aver stilato una lista di nomi femminili per associare il volto impresso nella memoria, ma l’azione è risultata vana…