comunicazione di servizio

Buongiorno amiche e amici.

Ho una domanda semplice e diretta da porvi oggi: conoscete riviste o blog interessati a recensire libri, o comunque parlarne?

O magari siete proprio voi desiderose/i di leggere poesie o racconti?

Le rete è piena di proposte, ma a volte risultano vagamente fumose. Se avete suggerimenti, spunti, curiosità, eccetera eccetera vi ascolterò con molto piacere.

Grazie per l’attenzione 🙂
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Pravda – Правда

Vengo coinvolto in un innocente gioco in facebook, e accetto. Per 10 giorni dovrò pubblicare la copertina di un libro, per me fondamentale e che sicuramente rileggerò in un prossimo futuro, nominando una persona per coinvolgerla in questa catena simpatica e innocua. Un modo divertente per scoprire, o riscoprire, libri interessanti e particolari, ed entrare in contatto con le letture fondamentali altrui.

Scelgo il primo romanzo, nomino un’amica, carico la copertina.pravda 3

Scatta il blocco di 72 ore. Per tre giorni non potrò interagire in alcun modo nella piattaforma sociale. È la seconda censura in cui incappo. La prima, avvenuta poche settimane prima, mi aveva bloccato per 24 ore.

L’errore, è mio. Sbadato e superficiale, ho scordato le regole della piattaforma. Come si è soliti dire in Veneto commettendo una leggerezza: mona mi (si pronuncia come la traduzione di amico mio in francese, anche se il significato è “leggermente” differente).

Le copertine incriminate sono le seguenti (perché, anche nel primo caso, l’immagine di un libro ha sancito la mia condanna):

Libere mi è costato, come dicevo poc’anzi, 24 ore; la casa delle belle addormentate, 72.

Il nudo, in faccialibro, non è permesso anche se non vi è traccia di erotismo o di eccitazione per eccitazione. Il nudo è censurato anche se, come nei casi appena mostrati, è la sensualità a farla da padrona. Comunque sia, ho sbagliato, ma…

Provate a entrare in qualsiasi pagina o profilo pubblico di politici, giornalisti, personaggi dello spettacolo, gruppi pro o contro qualcosa, eccetera eccetera, e leggete i commenti. Odio e rabbia abbondano come acqua nell’oceano. In molti casi li definirei imbarazzanti per la violenza che esprimono.

La censura -in questi casi- non scatta. Insulti gratuiti, per non parlare di espressione verbali ancor più gravi, sono tollerati. L’immagine di un seno femminile no.

Nel mio frullatore (ovvero la mia testa) scatta una riflessione.

Tutti abbiamo un corpo composto di carne. Prima di essere spirito, siamo carne. La nostra esistenza è carne. Però, strano a dirsi, sembra non venga riconosciuta, questa nostra essenza puramente materiale.
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L’immagine di una parte corporale denudata destabilizza il nostro sistema tanto da indurci a costruire muri mentali dietro a cui tutti (chi più chi meno) corriamo a nasconderci. E non avviene solo per immagini puramente sessuali. La vista della nudità, anche qualora sia innocente, è capace di risvegliare in noi sensi di pudore (sentimento nobile e da rispettare) e di censura.

Per comportamenti violenti il processo non si ripete. Si alzano voci di protesta e di condanna ma il procedimento, per uno strano meccanismo, si inverte. Soffermatevi, senza preconcetti, a leggere i commenti delle persone che si ergono a paladini della non violenza, e scoprirete espressioni verbali dello stesso tenore di quelle denunciate.

Violenza e odio si auto-alimentano, e in contemporanea si nutrono delle voci che vorrebbero combatterle. È aberrante. Siamo giunti a un punto di non ritorno (mi auguro di prendere una cantonata colossale).

Credo nella libera espressione, e giudico il politicamente corretto ipocrita e falso. Nonostante ciò mi chiedo, notando certi comportamenti, quale debba essere il confine, e come debba essere gestito. In una società evoluta e matura la “censura” dovrebbe provenire dall’individuo stesso.
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Penso che la vera libertà stia nella capacità di gestire i confini del lecito e dell’illecito, giocandoci a piacimento senza offendere, o creare imbarazzo, al prossimo. Semplice e puro buon senso.

Ho come l’impressione che qualcosa ci sia sfuggito di mano.

Ripeto: l’artefice dei miei sbagli sono io avendo pubblicato immagini contravvenenti alle regole, e il blocco, tutto sommato, è giusto. Nulla però mi vieta di domandare come sia possibile la condanna di un seno, e non di alcune forme d’aggressività. Perché, e ne sono convinto, la violenza verbale può nuocere tanto quanto, se non maggiormente, quella fisica.

Forse, come spesso accade, tendo a estremizzare, e le mie sono pure e semplici deviazioni mentali. O forse no.
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Se siete giunte/i alla fine di questa pappardella mi piacerebbe conoscere il vostro pensiero chiedendovi un’unica cosa: non commentate riferendovi a personaggi politici o pagine specifiche. Non diamo importanza a persone, o atteggiamenti, che non meritano le nostre energie.

Biancaneve

Biancaneve, leggiadra

indisponente, si sfila

mutandine di pizzo rosso;

 

(manipolazione delle immagini)

 

calza colori accaldati

rosso – marrone  ̶  bordeaux

per un unico buco. Nero;

 

(mutevole immaginazione)

 

stivaletti in dissoluzione

risucchiano le membra,

il pavimento zebrato

accoglie le tenebre.

biancaneve

riepilogo mese di giugno

giugnoNel mese giugno, lo confesso, ho leggermente trascurato il blog. La vena creativa è un flusso incostante, e quando s’è presentata, l’ho sfruttata in altri progetti. Ma non disperate, qualcosa è comunque comparso in questo mio piccolo mondo. Per esempio, nella home, oltre alla poesia Si avvicina l’estate potrete trovare il racconto/riflessione Sono figlio, sono maschio, e un piccolo ricordo del periodo militare intitolato Anthrax.

Nella sezione germi è nato un nuovo un nuovo haiku, il n°08, mentre nella sezione sporocisti, dedicata alle recensioni dei libri, ho parlato di tre volumi. Libere di Héléna Marienské, un inno violento dedicato al femminismo moderno; Le volpi pallide di Yannik Haenel, un romanzo anarchico con una forte critica alle politiche attuali; e Note sul cinematografo di Robert Bresson, una raccolta di aforismi annotati durante una vita spesa nell’arte cinematografica. E parlando del volume di Bresson, ho avuto modo di svelare una delle mie passioni: il cinema.

Come sempre, spero di aver solleticato la vostra curiosità. Se avete letto uno di questi libri sono curioso di conoscere il vostro parere, e se volete scrivermi i vostri pareri riguardo pensieri, poesie, e racconti, sarò felice di interagire con voi. Buon luglio a tutte/i 😀
 

Sono figlio, sono maschio

Sono figlio, sono maschio.

Mi guardo in giro, e rifletto. È mia abitudine. Interagisco molto meno. Giusto o sbagliato poco importa. Osservo il mondo reale, e lo trasbordo in quello delle reti sociali; vivono in simbiosi, mi sembra poco realistico dividerli. Unisco parole del vissuto materiale con immagini della sfera virtuale, e lascio nasca un pensiero. Infine traslo l’elaborazione nella persona che meglio conosco: Alessandro C. Io.
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Ed è capitato per caso, mentre ero al bar -in due distinti momenti- sentissi discutere due coppie di madri. Genitrici che si dichiaravano legate, stando alle loro parole appassionate, ai rispettivi figli. Lo seguo in tutte le attività… , lo indirizzo in quella direzione… , e altre frasi dello stesso tenore arricchivano i discorsi intrapresi tra un caffè e un dolcetto.

Seduto vicino a loro mi è stato impossibile non ascoltare. La promiscuità gioca brutti scherzi. Comunque sia, in quanto figlio, in quanto maschio, mi sono sentito chiamato in causa, e l’apparato uditivo s’è appropriato delle onde sonore emesse dalle mie vicine. I figli, di cui discutevano, oscillavano tra i sedici e i venti anni. Se avessi potuto prolungare la pausa caffè avrei scoperto altre cose sui soggetti in questione, rischiando però di addentrarmi nel pettegolezzo.

Nella stessa giornata, mentre sono collegato a una delle diverse reti sociali, la mia attenzione si focalizza su selfie di madri in posa con i figli, e relativi commenti decantanti quanto sia forte il relativo legame. Lodi a profusione sulla correttezza morale del pargolo adorato, e altre frasi puntuali nel ribadire l’attaccamento indissolubile.
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Qualcosa, nella mia testa, scatta. Come dicevo poc’anzi: sono figlio, sono maschio.

Le immagini di diciottenni immortalati con le relativi madri mi disturba. Le parole delle donne, e i commenti letti, mi inducono alla riflessione. Un leggero senso di morbosità si fa strada (in me o in loro?). I ricordi mi riportano indietro con l’età. Rispolvero i discorsi intavolati con i miei coetanei a cavallo dei diciotto anni. Prepotente, il passato torna in superficie.

Il rapporto figlio-genitore era fonte di discussioni accalorate tra noi ragazzi. Nonostante fossimo divisi in vari gruppi, e vivessimo tra noi disaccordi e dissapori, una cosa ci accomunava: il bisogno di distacco da coloro che ci avevano generati. Il primo ostacolo nel nostro processo evolutivo -e di ribellione- era rappresentato, per l’appunto, dalla famiglia (nucleo fondante della società) e in seguito incontrava altri rappresentanti, quali istituzioni o figure educative. Il desiderio di apparire maturi e indipendenti (anche se non lo eravamo) andava a cozzare con l’atteggiamento materno convinto fossimo eterni bambini (persone da proteggere a qualsiasi costo).
sono figlio, sono maschio

Sono figlio, sono maschio, e in questo presente percepisco un’assenza. Sembra che queste genitrici abbiano bisogno di colmare un vuoto. Il vuoto causato dal falso ideale di uomo: un maschio mai incontrato durante la vita. Noto, nella loro eccessiva attenzione, l’inconsapevole desiderio di plasmare i figli sullo stampo di un ideale mendace, modellandoli per avere ciò che, nei rispettivi compagni, non sono riuscite a riscontrare. E, come non bastasse ad avvalorare questo pensiero, rilevo un’altra assenza a mio avviso importante: la ribellione di quegli stessi figli.

La ribellione precede la maturità, la quale si consegue superando le prove poste dalla vita. Per entrare nell’età adulta è inevitabile lo “scontro” fautore di un pensiero critico e ora, come nell’età adolescenziale, lo considero tappa fondamentale per la formazione individuale.
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Mi domando se queste donne, cercando di proteggere i figli da eventuali sbagli, non stiano privando questi ragazzi di una cosa indispensabile: la possibilità di errare con la propria testa. L’atteggiamento protettivo/apprensivo, a volte quasi maniacale, non rischia di inibire una tappa importante della fase evolutiva di un giovane? I figli, in un prossimo futuro, non rischiano di presentare le stesse mancanze constatate dalle madri nei rispettivi compagni? E questi stessi ragazzi provano mai il desiderio, e la necessità, di scontrarsi con la figura genitoriale e rivendicare, in tale modo, la propria autonomia?

Forse le mie riflessioni tendono all’estremizzazione della situazione, e non sarebbe la prima volta; ma gli estremi, essendo chiari e netti, mi permettono di cogliere le diverse sfumature raccolte al loro interno.

E voi, amiche e amici, cosa ne pensate? Tendo a estremizzare troppo il pensiero, o le mie riflessioni nascondono un briciolo di verità? Sono curioso di conoscere il vostro parere anche se si presenta totalmente discordante. I punti di vista, differenti dal mio, sono un stimolo per evolvere i miei ragionamenti.


Le immagini sono fotogrammi tratti da 3-4×10月 – Boiling Point, una pellicola del 1990 di Takeshi Kitano. Un ottimo esempio della dualità ribellione/evoluzione.

Se volete una colonna sonora adatta per leggere questi miei pensieri, vi lascio il link di una canzone dei Kreator, vi basta pigiare QUI. Spero riusciate a cogliere l’ironia dell’abbinamento immagini-musica 🙂

Anthrax

Nella vita capitano sempre fatti o situazioni particolari. Tanto insolite da rimanere impresse nella mente. E se capita riusciamo ad abbinarci una canzone, queste situazioni possono divenire grottesche.

Riascoltando, pochi giorni fa, un vecchio album degli Anthrax, mi è venuto alla mente un fatto singolare avvenuto nel periodo del servizio militare. Ne ho approfittato per divertirmi un po’, e nella pagina facebook che gestisco ho abbinato la canzone Got the time al post seguente:
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2001
Alessandro ha poco più di vent’anni e non può uscire dalla caserma perché a Nuova York (o in qualche altra città yankee) sono state spedite lettere contenenti antrace e il Comando Generale ha deciso che può esserci pericolo di attacco anche in un buco di paese friulano circondato solo da campi di grano e in cui è stato eretto un unico bar gestito da una donna che dimostra 80 anni per gamba e parla solo cimutto (mi scusino gli amici friulani) ma lui se ne frega beatamente e continua a riempire di croci il calendario sperando finisca il prima possibile la naja schifosa sparandosi a palla l’unica Antrace con cui sia realmente entrato in contatto.

E voi, amiche ed amici, avete una canzone da abbinare a una situazione particolare e/o assurda?
Sono curioso di scoprire le vostre associazioni 😀
P.S. : vi risparmio le mie foto in mimetica 😀

…e la televisione

Con mio grande stupore Diafonie. Microfisica dei piccoli gesti è comparso, il 02/06//2018, nel programma Magazine Sette di La7. Il servizio, realizzato al Salone Internazionale del Libro di Torino, verteva sul progetto delle biblioteche di comunità della Regione Puglia.

Mi scuso per la qualità della fotografia, il mio rapporto con la tecnologia è basato sul dualismo amore/odio, ma rimane comunque la forte emozione provata
Rappresentare con la mia opera, una regione importante come la Puglia,è motivo di orgoglio.
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riepilogo mese di maggio

Apparentemente, nel mese di maggio, sono rimasto assente. Nella home, oltre ai racconti  Allegati, e Narciso tediato, ho pubblicato Sempre lei (un rimando a una vecchia composizione). È solo apparenza. Tra la sezione sporangi (100 parole) potrete leggere Sarah, l’ultimo scritto dalle parole limitate.

Il mese appena trascorso l’ho dedicato (con consapevolezza o meno) a rimpinguare sporocisti (recensioni), la pagina dedicate alle mie letture. Tra i tanti libri divorati nelle ultime quattro settimane, ne ho scelti otto: Tre metamorfosi, La voce delle onde,  La petite, Le briciole sul tavolo, Sotto questo Sud, In punta di penna. Riflessioni sull’arte della narrativa, L’alcol e la nostalgia, Il rinvio. Otto letture dai sapori variegati: sia per i temi trattati, sia per lo stile con cui le opere sono state create.
Il più amato? Senza ombra di dubbio Mathias Enard ha avuto la capacità di scuotermi. Il suo L’alcol e la nostalgia è intensamente bello. Lo consiglio a chiunque abbia voglia di farsi coinvolgere da una struggente bellezza.

Il più speciale? Per chi mi conosce la risposta è scontata: Yukio Mishima, lo scrittore (per me) fondamentale. Lessi La voce delle onde anni fa in un pomeriggio bolognese afoso e rilassante ma, come qualsiasi opera di Mishima a mia disposizione, ho voluto rileggerlo spinto dall’impulso di mettermi nuovamente a confronto con lo stile dello scrittore di Tokyo.

Ora però mi fermo altrimenti rischio di tediarvi spiegando le strade che mi hanno condotto a parlare di questi volumi e non di altri. Spero le mie letture vi diano qualche spunto e, se per caso vi siete cibati con qualcuno di questi libri, fatemelo sapere. Voglio conoscere i vostri pareri, qualsiasi essi siano!
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Allegati

Amiche e amici, oggi voglio presentarvi il racconto Allegati scelto per far parte di un’antologia edita dal sito BraviAutori, e legata al concorso Brevi Autori.

Il volume si intitola BReVI AUTORI – volume 5, e se siete curiosi potete trovarlo a questo indirizzo.

Il tema del racconto da inviare era a discrezione dell’autore, salvo per il limite di lunghezza da rispettare (con una tolleranza del 10%): 2500 battute. È stimolante creare una storia efficace con poche parole a disposizione, ti spinge a eliminare il superfluo e a valorizzare il poco a disposizione. Provare per credere.
Il mio racconto, Allegati, lo definirei macabramente comico. Altro non aggiungo, già di per sé dura un battito di ciglia. Spero di strapparvi qualche sorriso. Buona lettura!


 

ALLEGATI

allegati

Stasera potremmo farci una pizza, disse Alberto. Gianluca gli piombò a casa con farina, mozzarella e pomodoro. S’impossessò della cucina, e sfornò pizze per l’intera masnada. È fatto così Gianluca. Prende tutto alla lettera. E poi ci fu la volta di Arturo. Se ne uscì con la frase: parcheggia vicino all’ingresso non ho voglia di camminare. Gianluca entrò nel bar con l’automobile, e alla domanda in tono poco accomodante di Arturo su cosa avesse in testa, rispose: capelli che altro sennò.

Inoltre posso dirvi che Gianluca, fino a tre mesi fa, viveva con Sara. Poi, a volte capita, qualcosa nel rapporto s’è incrinato (per l’elenco dettagliato delle cause vedasi allegato A) e Sara ha iniziato a frequentare Valentino, un tipo casa e chiesa. Tra sotterfugi e incontri clandestini, gli amanti si diedero alla pazza gioia finché Gianluca li colse con le brache calate. Ebbero inizio le solite scaramucce. Urla. Spintoni. Scenate isteriche. Pianti a fontana. Passato il fisiologico momento di trambusto emotivo, Gianluca e Sara si separarono in pace scambiandosi la mano. Suggellarono l’addio amichevole con baci schioccanti sulla guancia. Lieto fine? No. Mica si termina una storia d’amore in poche righe. I due ex conviventi si erano scordati Paco, il bastardino salvato dal canile. Il piccolo bambino adorato di mamma e papà. Ce lo dividiamo a turno, disse Sara prima di rendersi conto dell’enorme (si perdoni il francesismo che seguirà, ma è doveroso) cazzata pronunciata. Raggiante, Gianluca si avviò alla sega circolare. Addormentò Paco imitando Giucas Casella con le galline e… (per l’elenco dettagliato degli elementi splatter vedasi allegato B). La vicenda, dopo il tragico evento di Paco, piombò in un nuovo caos (per l’elenco dettagliato degli sviluppi successivi vedasi allegato C).

Stamane, dopo settimane di assenza, ho rivisto Gianluca. Ascia in spalla. Dove te ne vai così sorridente, gli chiedo. In ufficio oggi si parla di tagli al personale, sai com’è, ha detto.

Narciso tediato

Care amiche e amici lettori, voglio proporvi un mio breve racconto selezionato per la raccolta intitolata Dal fragor del Chiampo al cheto Astichello associata al Premio letterario Giacomo Zanella (XIII edizione) e promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Monticello Conte Otto (VI), in collaborazione con la Pro Loco di Monticello Conte Otto. Il tema del concorso era “Pensieri sull’acqua…” e come unico vincolo c’era il limite di 6000 battute. dal titolo si intuisce essere una mia personale rivisitazione del mito di Narciso, spero vi piaccia. Buona lettura.


Narciso tediato

Si portava appresso la noia, e a rimorchio Eco, il povero Narciso. Entrambe, inutile puntualizzarlo, compagne indesiderate alquanto scocciatrici.

Aumentando il passo, e lanciando occhiate poco amorevoli alla ragazza, si domandò quale delle due presenze esasperasse maggiormente i nervi.

Eco posso sempre allontanarla a sassate, pensò calciando una pietra, la noia ha il pregio di non avere una forma materiale quindi, alla vista, non crea alcun disagio; ma quando si fa viva, non molla la presa… Potessi farle sparire entrambe all’istante!

Pluff.

La pietruzza colpita poco prima, dopo un’interminabile parabola, finì nello stagno nascosto tra la macchia d’alberi, e il suono acquoso risvegliò i sensi di Narciso. Agguantando una manciata di sassi, decise di scoprire se avesse colpito o meno qualche salamandra appisolata in acqua. Lanciare proiettili a quelle bestiole era un ottimo diversivo per sconfiggere il tedio, e nel caso il colpo fosse andato a vuoto, avrebbe rimediato utilizzando le mani. Vedere i rettili dimenarsi per sfuggire ai sassi lo divertiva sempre.

Quale stupore nello scorgersi riflesso nello specchio d’acqua! Per poco non vi cadde dentro, stregato dalla perfezione del proprio volto.

La bellezza, pensò inginocchiandosi ammaliato, mai avrei immaginato potesse risaltare a tal punto nell’acqua.

«Amo il mio viso» sospirò. E accarezzandosi il volto divenuto ad un tratto prezioso più della stessa vita, ignorò le lodi profuse dalla ragazza alle sue spalle.

Ammirandosi incantato, si scoprì afflitto da pene d’amore per sé stesso.

Perché, prima di allora, s’era volutamente ignorato? La mandibola pronunciata. Gli occhi limpidi e decisi. Le labbra carnose e morbide solo a sfiorarle. Capì d’essere l’incarnazione della bellezza, e immergendosi nella soave visione, continuò a scrutare avidamente i propri lineamenti memorizzando gelosamente ogni tratto.

Sopraffatto dall’intensità del momento, e dimentico degli intenti precedenti, allungò una mano sedotto dalla propria beltà.

«Niente può intaccare simile splendore» disse Narciso, immergendo le dita nel laghetto desideroso di poter accarezzare la figura riflessa; «potessi agguantarti…».

La superficie dell’acqua, sentendosi disturbata, si increspò fulminea agitandosi come una serpe minacciata, propagando onde concentriche deformanti la perfezione.

«Sono salvo» disse con sollievo il ragazzo,  rivolgendosi al volto sfigurato.

Temeva di rimanere stregato dal proprio fascino. Tremava all’idea di rimanere lì, genuflesso, in venerazione di sé stesso, per sempre. Fino a sfiorire. E un lampo di coscienza illuminò un breve, ma intenso, pensiero. Mai avrebbe tollerato il sopraggiungere della corruzione. Non sul suo viso.

«E se non posso custodire intatto il mio volto per l’eternità, tanto vale distruggerlo ora. In questo preciso istante» disse parlando a improbabili uditori.

«Assaporando il brivido che precede la distruzione, potrò conservare nella memoria l’immagine della perfezione. Anche il creato, prima dello scatenarsi di una tempesta, si fa a tal punto bello da rasentare il sublime. Lo stesso accadrà al mio viso. Sarà stupendo nell’attimo che precede il declino, ed io me ne impossesserò in quell’istante».

Come avesse intuito i propositi, pochi istanti dopo l’acqua raggiunse nuovamente la quiete, e Narciso, impreparato a tale eventualità, fu nuovamente avvinto dalla bellezza.

Esausto, e incapace di resistere a qualsiasi sollecitazione, si lasciò condurre dalla seduzione. Venne cullato dal dolce sciabordio dell’acqua increspata dall’ennesimo tentativo del ragazzo di accarezzare la propria immagine. Fu trascinato dai ricordi in un tempo remoto in cui il buio profondo avvolgeva tutto.

Le ultime energie rimaste servirono a vacillare tra la forza attrattiva dello specchio d’acqua, con conseguente appassimento, e la decisione ultima di impossessarsi della perfetta compiutezza.

«Nel ventre materno» disse il giovane alzandosi di scatto rivolgendo lo sguardo al cielo «cominciò a crearsi la bellezza. Ricordo un’interminabile immersione in un liquido, e l’acqua conserva quella memoria».

«L’acqua conserva la memoria» disse Eco, ripetendo le parole dell’amato.

Immobile, e a debita distanza, seguì ogni movimento con le braccia strette al petto. Aveva timore  d’essere allontanata bruscamente, e al tempo stesso la preoccupazione dovuta alle parole del giovane le divorava l’anima.

Si impossessò di ogni pensiero. Gemette ad ogni sussulto. Lanciò sospiri, e mute preghiere, sperando così di interrompere le fosche elucubrazioni del ragazzo. Lei, unica testimone (indesiderata) dei turbamenti di Narciso.

«Sì! La memoria dell’acqua» disse lui parlando a sé stesso «custodisce ogni tipo di bellezza, compresa la mia».

«Compresa la mia» ripeté Eco facendo un passo in avanti. Vedendolo in bilico sul ciglio, allungò le mani per afferrarlo temendo potesse cadere.

Con un violento spintone, e uno sguardo di disgusto, Narciso la scacciò via.

«La bellezza non sarà mai tua; Eco! Finalmente ho compreso» disse il giovane concedendole un unico e gelido sorriso. Le fece l’occhiolino, arretrò di un passo e, con gesto teatrale, si lasciò cadere perdutamente nel lago. Sorridendo.
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Ultima stazione

Ultima stazione, presente in Di luce e di oscurità, è una poesia lontana nel tempo. Ha assistito a tre cambi di residenza, accompagnandomi nelle vicende capaci di segnare profondamente la mia vita. Prima di comparire in volume ha conosciuto qualche leggero cambiamento (è una delle conseguenze della crescita) ma la struttura è rimasta pressappoco la stessa. Ultima stazione è una poesia cupa. Ultima stazione è una poesia che amo.

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Desiderio d’oscurità

assale la mia mente.

Vecchi pensieri

viaggiatori incalliti

(oramai spossati)

si preparano

molto mestamente

al loro ultimo viaggio.

Non ci sarà ritorno

né grandi gioie alla partenza

solo dolore e sofferenze.

 

piccola nota:

per chi volesse leggerla con una base musicale consiglio questo magnifico pezzo dei Dark Sanctuary

Racconto nel racconto

 

Oggi vi parlo di un racconto contenuto in Diafonie. Microfisica dei piccoli gesti edito da Ofelia Editrice. Si intitola Riflessi incondizionati e nasce grazie a due procedimenti specifici.

Il primo è frutto di una tecnica letteraria per superare il cosiddetto blocco dello scrittore. Si prende un foglio bianco e, in modo ripetitivo e ossessivo, si scrivono in rapida successione frasi tipo “non ho idee” o “non so cosa scrivere”. La mente cederà, per sfinimento e noia, e il flusso di idee scorrerà libero, soprattutto attraverso associazioni mentali impensate (provare per credere).

Il secondo procedimento è più immediato. Si attingono dai ricordi luoghi, o persone del passato, per costruire una storia ancorata al presente.

Riflessi incondizionati è nato dall’unione tra la voglia di smontare schemi mentali, e i pomeriggi trascorsi dal barbiere quando ero ancora un bocia [1].

Se per caso vi capita di passare per … percorrendo la strada che da V.V. va a V., lungo il percorso, sulla destra, troverete la bottega di M. Lì andavo a tagliarmi i capelli. Entravo chiedendo un’acconciatura così, e così, ed uscivo con il taglio voluto da M. Era un barbiere vecchio stile: mode e desideri dei clienti gli erano indifferenti. Conosceva quei quattro tagli, e li abbinava alla testa che aveva tra le mani. Semplice. Prendere o lasciare.

Mio padre provò l’arte di M, una volta. Rincasando disse mai più. Preferiva andare da T Faldìn [2] (il soprannome si commenta da sé) anche se questi aveva la bottega a tre chilometri da casa nostra. E poi M ‘l ciàcola masa e ‘l è un basabanc [3], come ribadiva sempre papà. Ottimi motivi, dal suo punto di vista, per non recarsi dal mio barbiere. Per me, invece, l’idea di evitare una pedalata in salita era un ottimo motivo per scegliere M.

Comunque non era solo la pigrizia a portarmi lì. In realtà quella bottega mi piaceva. Era spoglia, piccola, minimale. La radio perennemente sintonizzata in stazioni deprimenti, e tra le tre poltrone, destinate a chi attendeva il turno, c’era un unico tavolino con qualche numero di Tex. E niente altro. Era un luogo per chiacchierare di politica, di calcio, delle novità che rompevano la noia paesana. E, nonostante fossi solo un bocia [1], lì, e solo lì, avevo il diritto di ascoltare i discorsi dei veci [4], con il privilegio di fare qualche battuta. Era una bottega prettamente per maschi, e chi vi entrava, qualunque età avesse, era considerato tale.

In più mi piaceva quel senso di vuoto che si respirava osservando la mensola del lavello. Niente lozioni, o creme. C’erano il sapone da spalmare sulla barba, uno shampoo per capelli normali, e uno per capelli bianchi. Ma l’oggetto più importante era il rasoio. Manico bianco/avorio, e lama sempre affilata. M lo teneva immerso nell’alcol rosato in un vasetto simile a quello della marmellata. Era il rasoio usato per modellare le basette ed eliminare i peli sulla nuca. Lo strumento che sanciva la fine della seduta. In quella bottega mi sentivo uomo anche se la barba era ancora una chimera. Ascoltavo la radio noiosa, e mi appropriavo dei discorsi dei veci [4] che inveivano contro Andreotti o Cirino Pomicino. Anche se non l’ha mai confessato, M votava DC, e molti clienti, schierati con Craxi e De Michelis, usavano il suo negozio come luogo di dibattito politico.

E in quegli anni in cui la mia formazione procedeva in modo bislacco, oltre a divertirmi nel seguire le dispute politico/filosofiche tra un taglio e una rasatura, aspettavo il momento in cui papà sarebbe rientrato dalla sua seduta dal barbiere. Sapeva lo avrei canzonato chiamandolo Alain Delon dei poveri e, nonostante sia una storiella molto divertente, forse ve la racconterò al prossimo taglio di capelli. Giusto per lasciarvi con l’acquolina in bocca.

Potrei inoltre parlare di quando papà si iscrisse al PSI, e partecipò a una cena con De Michelis. Di per sé la vicenda è poco interessante ma -immancabile come la morte- a ogni battibecco mamma rispolverava la vicenda del tesseramento al PSI (e la cena offerta dal gaio politicante veneziano) per aggiungere altra carne al fuoco e ricordare a papà che non ne combinava mai una giusta. Lui rideva, io pure. Chissà, forse in quegli anni l’iscrizione al PSI avveniva nelle botteghe dei barbieri. O forse questa è solo una sequenza di associazioni mentali atte a dimostrare la validità delle tecniche usate per scrivere Riflessi incondizionati.
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[1] bocia: ragazzino/persona inesperta

[2] faldìn: falce

[3] ‘l ciàcola masa e ‘l è un basabanc: ciancia troppo ed è un (lett. tradotto) baciabanchi (l’equivalente in italiano è baciapile)

[4] veci: vecchi

Spoglio

M’ha chiesto di invitarti

qualche turba psicologica

—non era nostra intenzione!—

per paura di chissà quale disastro argentino.

 

E per tre giorni pianificai

giornate oberate di appuntamenti e impegni.

 

Perché l’ha obliato?

Vorrei esporlo tale particolare,

e quando preme tra le gambe

il tempo si dilata a dismisura.

 

(poesia con colonna sonora)

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Romanza

Smarrirsi nei sorrisi muti

dentro a teatri gremiti di flosci applausi;

e gridare!

Per gli ideali traditi da sogni truffaldini

in romanze d’altri tempi;

e gridare!

A piena gola squarciata

il reclamo per una mancata carezza

dal sapore floreale, in questo privato perdersi

a sbuffi, per un sorriso

tristemente muto.

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